REVENANT: INARRITU CERCA IL SUO DIO

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Hugh Glass (Leonardo Di Caprio), trapper statunitense vedovo di moglie, indiana Pawnee uccisa dai soldati, e padre di Hawks (Forrest Goodluck ), guida i cercatori di pelle capitanati da Andrew Henry (Domhnall Gleeson) dalle montagne rocciose del Missouri verso il forte, cercando di salvarli dai continui attacchi degli Arikara, pellerossa in cerca della figlia del capo tribù. Aggredito da un’orsa che lo riduce in fin di vita, viene seppellito vivo da John Fitzgerald (Tom Hardy), che gli uccide suo figlio che si oppone. Hugh sopravvive e si incammina, nonostante le ingenti ferite, verso il forte per trovare la sua vendetta.

Nel suo film più impersonale e politico, il primo tratto da un soggetto non originale, il messicano Inarritu crea un’opera inclassificabile, che si scrolla di dosso le gabbie del genere e procede libero e indecifrabile fino all’epilogo. Non è un revenge movie nonostante la trama possa suggerire il contrario, non è un western, nonostante il periodo e i personaggi (indiani vs pistoleri), non è un biopic sulla vita del vero Hugh Glass (nei libri non si menziona un figlio indiano), non è neanche un survivor movie (“Non ho paura di morire, sono già morto”). Può sembrare un film senza anima, che gira su se stesso senza trovare un senso che non siano le estenuati prove di resistenza che l’encomiabile Leonardo Di Caprio, giunto alla parte della sua vita, effettua per consentire a Lubezki e Inarritu di creare sequenze sempre più difficili. Ma parla della ricerca di un Dio che è diverso per ognuno, o che magari non esiste, a cui attingere immediatamente per sopravvivere (il Dio Scoiattolo scuoiato e immediatamente mangiato), o da cui fuggire. E parla della nascita dell’America, del sangue innocente dei nativi etichettati selvaggi nelle loro terre (l’impiccato col cartello francese) che hanno consentito di creare una nazione che ancora oggi persevera con questi errori.

Una cosa è certa: la nona (contando come mezzo i due episodi girati per il film sull’11 Settembre e per Cachun son Cinema) fatica dell’ultimo premio Oscar alla regia è un grande omaggio al cinema e ai suoi protagonisti (in antitesi con la critica che Birdman fece del nuovo cinema supereroistico): è riconoscibile Fritz Lang di Fred il ribelle nella grande battaglia contro gli indiani iniziale (e con la freccia nell’occhio di un americano), Herzog di Aguirre furore di Dio,  con la telecamera che si appanna a causa del respiro del protagonista, il fantastico Dersu Uzala di Akira Kurosawa, col rapporto tra la guida e il capitano, e logicamente gli spazi naturali e mistici del Terrence Malick di The New World  e The Tree of Life (grande merito va al direttore della fotografia Lubezki, che lavora sia con Malick che con Inarritu) . Inutile sottolineare inoltre la vicinanza con Uomo bianco, va’ col tuo Dio! di  Richard C. Sarafian, con Richard Harris nei panni di Zachary Bass, trapper ispirato a Hugh Glass.

Tante le scene di livello, dal famoso e violento attacco dell’orsa al sogno nella chiesa distrutta e abbandonata in cui Glass riabbraccia il figlio; dallo scontro tra protagonista e antagonista al magnifico sguardo in camera finale, potente, stremato, ammonitore (siamo tutti colpevoli della morte della moglie, anche noi seduti con il nostro silenzio quotidiano). Merito di Lubezki, mago della fotografia (che ha ridotto la troupe allo stremo per filmare solo con luce naturale), creatore di scene che sembrano quadri (il piano sequenza iniziale, la bellissima inquadratura del lago ghiacciato in cui Hugh cammina, il pasto della carne di bufalo) e meriterebbero di essere proiettate nei grandi musei d’arte mondiali.

Di Caprio superlativo, Tom Hardy ottima spalla; un plauso anche a Domhnall Gleeson, la cui carriera ha preso definitivamente il volo dopo le prove convincenti di Ex Machina e Frank.

Due ore e mezza che volano, commuovono, fanno pensare.

Matteo Chessa

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