(RI)CONOSCERE SE STESSI

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Esce oggi in Italia “The end of the tour”, reduce dalle critiche entusiaste ricevute negli Stati Uniti la scorsa estate. La pellicola racconta dell’incontro voluto dal giornalista di Rolling Stone David Lipsky con lo scrittore David Foster Wallace, al termine della turnè promozionale del suo romanzo “Infinite Jest”.

Si parla di vent’anni fa – inverno 1996, ma non è così importante collocare temporalmente la storia, che è un lungo flashback guidato dal ricordo del giornalista, appena saputo del suicidio di Wallace, avvenuto per impiccagione nel 2008.

L’articolo di giornale di questo incontro non fu mai pubblicato, nonostante la rivista Rolling Stone non si fosse mai interessata ad uno scrittore fino ad allora; è stato pubblicato invece un libro, di David Lipsky, dal titolo “Although of Course You End Up Becoming Yourself: A Road Trip With David Foster Wallace” (“Come diventare se stessi” in italiano, Miminum Fax, 2010), che costituisce l’ossatura dello script portato poi sullo schermo.

Le premesse rendono già l’oggetto del film leggendario, se si considera poi che per girarlo è stato scelto un appassionato di Wallace – James Ponsoldt, nessun suo film è stato distribuito in Italia in precedenza – non potrete non apprezzare la regia per sottrazione che ha impostato l’autore.

I due protagonisti affrontano argomenti forti, sebbene non lo menzionino mai direttamente è del dramma dell’esistenza che stanno parlando, sono le loro paure che cercano di far apparire come meno terrificanti; eppure quello che rimane in superficie è la delicatezza con cui il regista sceglie di affrontare questo confronto, regalandoci sì momenti toccanti ma sempre in una salsa ironico-grottesca prossima più al sorriso che alla lacrima.

Ora, quando nella produzione di una major cinematografica trovate scritto “ispirato a una storia vera”, ormai sapete già che tendenzialmente vi aspetta una cosa sopra a tutte le altre: una prosopopea di plastica sull’argomento scelto dalla lobby in questione. Questo film è chiaramente tratto da una storia vera, ma non ha bisogno di scrivervelo da nessuna parte. E non tanto perché è una produzione indipendente, ma perché è autentico.

La bravura degli attori, l’attenzione – che non si fa mai reverenza – investita nella caratterizzazione della figura di Wallace (scrittore per il quale sono stati scomodati nomi altisonanti a termine di paragone: Zola, Hemingway, Nabokov, Borges, solo per citarne alcuni), e un certo taglio intimista che pervade tutto il film costituiscono le colonne portanti di un lavoro cui sarebbe venuto fin troppo facile dare tinte forti, se non addirittura un’aura mitologica.

Invece sono le tonalità pastello che rimangono quando nel finale vediamo Lipsky leggere un estratto del suo libro su Wallace di fronte ad una sala gremita (il film si apre con lui che legge un estratto del suo primo libro autobiografico di fronte a un mucchio di sedie vuote); perché pur rendendosi conto che la sua è gloria riflessa, ha accettato la gioia delle giornate trascorse a fianco di una persona di tale straordinarietà.

E se ci sentiamo vicini alla commozione di Lipsky nel leggere quelle righe, probabilmente lo facciamo con la consapevolezza che il mondo, purtroppo o per fortuna, non è abitato da gente così straordinaria. Che è diventata, nel caso di Wallace, straordinaria proprio accettando le proprie mediocrità e quelle degli altri.

Lipsky e Wallace non si sono più visti dopo quei pochi giorni insieme e l’idea che lascia il finale è proprio che si siano incontrati per scambiarsi un abbraccio sincero, per poi proseguire su strade indipendenti: Lipsky cresciuto con quell’esperienza, che ritroviamo malinconico, e Wallace, il cui percorso – sebbene intessuto di fama e notorietà – non è durato molto, ma che ci viene presentato con le immagini che chiudono il film, come un invincibile inno alla vita.

Zulu for President

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