OSCAR PER IL MIGLIOR DOCUMENTARIO 2016 – I CANDIDATI

La tanto attesa data del 28 febbraio è ormai vicinissima e, come già sottolineato in precedenza, siamo dinnanzi ad una delle stagioni più incerte degli ultimi anni.

Oggi vogliamo concentrarci su una delle categorie più trascurate dal grande pubblico ma che puntualmente ogni anno ci regala prodotti estremamente interessanti: l’Academy Award for Documentary Feature ovvero l’Oscar assegnato al miglior documentario. L’anno scorso l’Academy premiò l’ottimo Citizen Four diretto da Laura Poitras, con produttore esecutivo Steven Soderbergh (regista premio Oscar per Traffic e ora impegnato con la serie TV Knick) e che raccontava la spinosa vicenda di Edward Snowden, l’ex informatico della CIA che rese di pubblico dominio i programmi di sorveglianza di massa attuati dai governi americano e britannico.

Anche quest’anno i cinque candidati si rivelano promettenti con Netflix che fa la voce grossa portando ben due sue produzioni originali tra i candidati, What Happened, Miss Simone? e Winter on Fire Ukraine’s Fight for Freedom.

E proprio da questi ultimi due documentari iniziamo la nostra breve analisi dei candidati.

WHAT HAPPENED, MISS SIMONE?

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Il regista Liz Garbus torna ad essere candidato agli Oscar dopo 17 anni: nel 1999 fu candidato per The Farm: Angola, documentario sulla vita di sei detenuti nella prigione di massima sicurezza Angola nello stato della Louisiana. Quest’anno invece è la volta di un documentario biografico sulla vita Nina Simone, cantante e attivista per i diritti civili, presentato e premiato al Sundance Festival con tanto di performance tributo di John Legend.

Molto portata per il pianoforte, Nina Simone intraprende da bambina la carriera di pianista, sognando di diventare la prima concertista nera di tutti i tempi. Successivamente comincia a cantare per mantenersi, e presto il mondo si accorge del suo modo di interpretare jazz e soul, della sue impeccabili capacità tecniche al piano, della straordinaria forza espressiva.

Ha avuto rapporti difficili col marito manager che la sfruttava e picchiava e soffriva di un disturbo bipolare (aspetti che nel documentario vengono raccontati con ammirevole onestà), le sue canzoni (come Mississippi Goddam) furono inni per i diritti civili contro i pregiudizi razziali tant’è fu anche amica di Malcom X e Martin Luther King.

Innegabilmente, i pregi del documentario sono una scrittura e un flusso del racconto inappuntabili. Ma ciò che rende What happened, Miss Simone? un lavoro interessante è il soggetto, cioè la vita di Nina Simone: interviste, esibizioni dal vivo, fotografie, pagine del diario personale e fotografie mettono in luce un’esistenza per niente comune.

Una vita da riscoprire e da apprezzare, la giusta occasione per rinverdire la fama di una cantante troppo stesso dimenticata.

WINTER ON FIRE: UKRAINE’S FIGHT FREEDOM

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Il regista e produttore russo Evgeny Afineevsky è alla prima candidatura agli Oscar, arrivata con questo documentario che racconta coraggiosamente le manifestazioni di protesta “Euromaidan” in Ucraina, cominciate a Kiev la notte del 21 novembre 2013 in seguito alla sospensione di un accordo tra il governo allora presieduto da Yanukovich e l’Unione Europea, e proseguite per 93 giorni.

In Winter on Fire vediamo immagini raccolte nel vivo degli eventi da Afineevsky e dai suoi collaboratori, ma anche materiali televisivi e interviste frontali.

La glorificazione del movimento di piazza Maidan è evidente come ha ammesso lo stesso Afineevsky ribadendo l’intento della sua opera: celebrare gli eroi caduti per la libertà della nazione ucraina e onorare il loro patriottismo. Si dà la massima importanza alla forza del popolo, alla sua capacità di coalizzarsi contro il potere in un’inedita alleanza anche tra religioni diverse. Vengono totalmente dimenticate invece le profonde radici storico-culturali della protesta e il decisivo ruolo ricoperto dalle altre potenze mondiali.

Fuori concorso a Venezia 72, difficilmente si porterà a casa la statuetta ma, nonostante la sua incapacità di porsi al di sopra delle parti, merita comunque una visione per la sua utilità informativa.

CARTEL LAND

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Diretto da Matthew Heineman, Cartel Land è un viaggio nella drammatica piaga del narcotraffico in Messico attraverso le azioni di due gruppi di vigilantes: gli Arizona Border Recon capitanati da Tim “Nailer” Foley che operano sul confine tra Messico e Stati Uniti, e il gruppo delle autodefensas, il cui leader è il medico Josè Mireles.

Heineman segue il Dr. Mireles, nella sua lotta armata quotidiana contro l’inaudita crudeltà con cui i narcos mantengono il potere. La testimonianza del regista non è distaccata rispetto ai fatti ma rappresenta una visione notevolmente coinvolta dietro la macchina da presa, e per questo in perenne pericolo. Il risultato è uno spaccato inquietante di una guerra sepolta sotto l’omertà del governo messicano e delle autorità locali.

Il documentario è prodotto da Kathryn Bigelow (regista di The Hurt Locker e Zero Dark Thirty), che col suo cinema ha dimostrato di sapere indagare tra le contraddizioni ed esaminare questioni scomode. Anche qui infatti il confine tra bene e male si mostra in tutta la sua illusorietà, indicandoci come giustizia e vendetta siano classificazioni che nella realtà hanno limiti meno spiccati ma che nascondono situazioni più intricate e ambigue.

L’egregio lavoro di Heinemann ha gia ottenuto al Sundance Film Festival 2015 il Premio per la miglior regia e il Premio Speciale della Giuria per la miglior fotografia.

THE LOOK OF SILENCE

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Il documentario di Joshua Oppenheimer ha vinto svariati riconoscimenti tra cui un Premio speciale al Festival di Berlino (Peace Film Award) e 5 premi a Venezia tra cui il Gran premio della giuria e il Premio FIPRESCI.

The Look of Silence  è ambientato in Indonesia dove, tra il 1965 e il 1966, il generale Suharto prende il potere e dà il via a una delle più sanguinose epurazioni che portò al massacro di oltre un milione di persone, tra comunisti, minoranze etniche e oppositori politici.

Nato nel 1968, Adi non ha mai conosciuto suo fratello, mutilato e ucciso atrocemente da alcuni membri del Komando Aksi nell’eccidio del Silk River. Il regista porta così Adi a incontrare e confrontarsi con i responsabili di quell’atroce delitto, in un percorso che ha come scopo la ricerca della verità. Però la maggior parte dei massacratori non riconosce nelle loro azioni un crimine nascondendosi dietro al dovere di Stato. Anzi, alcuni di loro minacciano e alludono a nuove epurazioni in futuro.

Il documentario, emozionalmente non indifferente come il precedente The Act of Killing, fissa lo “sguardo del silenzio” di vittime e carnefici e indica come via un perdono che però gli assassini si rifiutano di chiedere. E se il perdono non viene richiesto da chi dovrebbe essere pentito, non può essere concesso.

AMY

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Della cantante Amy Winehouse sono state osannate le doti e condannati gli eccessi prima e dopo la tragica e prematura morte a cui è andata incontro a soli 27 anni (fa parte del famigerato Club 27 insieme ad altre sfortunate stelle come Jim Morrison, Jimi Hendrix, Kurt Cobain e Janis Joplin). Amy è stata prima di tutto vittima di sé stessa come spesso accade per le star scomparse precocemente dopo una vita all’insegna della sregolatezza.

Purtroppo nonostante la fama e il successo, i problemi di alcuni individui non si risolvono, anzi rischiano di essere esasperati ulteriormente. Amy aveva un padre generalmente assente ma presente solo quando al suo seguito c’erano le telecamere e un manager interessato solamente al guadagno e mai al benessere della sua assistita. Un certo malessere era già presente dentro Amy ma con altre persone attorno a sé forse l’epilogo della sua esistenza sarebbe stato differente.

Anche se due ore di racconto appaiono eccessive (è il più lungo dei cinque candidati), il documentario di Asif Kapadia (presentato a Cannes nel 2015 e rimasto nelle sale italiane per soli tre giorni a settembre) ha evidenti meriti divulgativi, oltre che cinematografici: riesce a far capire quanto Amy Winehouse fosse un talento cristallino fin dalla sua nascita, una voce indimenticabile ed un personaggio capace di rompere gli schemi. Ma che però non raggiunse la vetta.

È il favorito e, a meno che non si verifichino sorprese, dovrebbe portare a casa la statuetta.

Michael Cirigliano

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