FILM DA RISCOPRIRE – BLACK MOON DI LOUIS MALLE

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Lily ( Catheryn Harrison), giovane ragazza bionda, sfreccia su una spider in fuga da una strana guerra tra sessi opposti, dove non si fanno prigionieri e si tende ad annientare il nemico. Trova rifugio in una fattoria in cui abitano una vecchia costretta a letto (Therese Giehse) che parla con un ratto e con chissà chi alla radio, un fratello e una sorella muti (Joe Dallesandro, Alexandra Stewart), un gruppo di bimbi nudi che porta al guinzaglio una scrofa e un liocorno parlante.


Clamoroso flop di critica e pubblico alla sua uscita (nel 75), riscoperto da pochi anni grazie all’uscita in DVD, segna il ritorno al surreale di Louis Malle quindici anni dopo il capolavoro francese Zazie nel metrò, tratto dal famoso romanzo omonimo di Raymond Queneau. Black Moon prende spunto da Alice nelle meraviglie di Carroll ma, a differenza del romanzo inglese, si perde presto nel non-senso dei sogni, senza suggerire ne cercare una spiegazione alle vicende che mostra. È evidente che la tematica centrale del film sia la crescita e la scoperta della maturità sessuale, suggerita dalle tre figure femminili, tutte con lo stesso nome ma di età differenti, ma sono l’inconscio e il sogno i veri protagonisti della pellicola, più volte chiamati in causa con elementi onirici come il ribaltamento (dei ruoli, figlia che allatta madre; delle situazioni, muto che canta; dell’ordine naturale delle cose, liocorno parlante che sostiene l’inesistenza della donna vecchia ma anche il pianto disperato dei fiori calpestati) o la presenza di animali di tutti i tipi (con i relativi significati che vanno a miscelarsi fino a perdere un senso, tra rimandi alla sessualità e alla psiche con serpenti e lombrichi o maiali legati). Un’opera sensazionale, resa magnifica dalla fotografia del grande Sven Nykvist (storico collaboratore di Bergman) che rende poco meraviglioso il mondo di Alice/ Lucy, e dalle musiche di Diego Masson, a metà tra la lirica wagneriana, suoni radiofonici e rumori naturali della campagna. Non si può non vantare la bellissima Harrison, sempre in bilico tra il sensuale e il pudico, ma un plauso maggiore merita la grande attrice tedesca Therese Giehse, morta prima dell’uscita del film (che le è stato dedicato), che regala qui un ultimo saggio della sua bravura recitativa. Più che ai film onirici svedesi o ai cupi film tedeschi si deve guardare, per qualche rimando, alla versione che Polanski fece di Alice nel paese delle meraviglie nel 1972 (tre anni prima), Che?, con Mastroianni e Sydne Rome, omaggiato esplicitamente quando Lucy perde due volte le mutande. Pochissime parole, alcune scene ridondanti (l’aquila) che rendono banale il surreale, altre memorabili (il tasso che bruca l’asfalto, il liocorno che dà lezioni sulla bontà dell’animo umano), e un finale geniale, con Lucy che si blocca improvvisamente mentre si appresta ad allattare l’animale, quasi a suggerire che fino ad allora stavamo sognando, e nei sogni la fine è sempre brusca.

 

Matteo Chessa

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