COLD IN JULY – NOIR DALLE TINTE IRONICHE

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“Wow, meno male che non era in modalità Ok Corral” dice sorridendo il detective privato Jim Bob Luke (Don Johnson) a Ben Russell (Sam Shepard) immediatamente dopo la rissa con un gigantesco burbero che portava, inutilizzandola, una pistola; una semplice battuta a metà film che cela in sé una citazione storica e conseguentemente una cinematografica che suggeriscono una chiave di lettura del quarto film dell’americano Mickle Cold in July: la sparatoria del 26 Ottobre 1881 a Tombstone, in piena epoca Far West, tra i fratelli Earp (con Doc Holliday) e i Clanton, fatto che ha ispirato numerosissime pellicole western, da My Darling Clemenine di John Ford a Tombstone di G.P Cosmatos; molto probabile che qui il paragone vada fatto con Sfida all’O.K Corraldi John Sturges con Burt Lancaster e Kirk Douglas, ricordato per l’efferatezza e violenza della sparatoria finale, che molto ricorda l’epilogo dell’ultimo lavoro del regista di Pottstown.

Analizzato sotto la lente del western si può parlare di un film sull’onore (perso, guadagnato, da guadagnare). Ma, al netto del finale, il paragone con questo genere è inesatto, sia per lo sfondo in cui si consuma la trama, sia per le modalità cupe e grottesche con cui viene portata avanti, sia per i tre personaggi principali, molto diversi dagli eroi incrollabili dei film di John Ford & company. È a un altro genere che appartiene la pellicola: il noir.

Richard Dune (Michael C. Hall), corniciaio, uomo onesto sposato e padre di un bambino piccolo, uccide un ladro sorpreso in casa sua di notte. Identificato come Freddy Russell, scatena subito la veemente ira del padre del morto Ben, deciso a trovare vendetta. Tutto cambia quando Richard scopre che il morto in casa sua non è il figlio di Ben, e cerca di collaborare con lui per scoprire la verità.

Tratto dal celebre romanzo omonimo di Joe R. Lansdale, giurato del 32° Torino Film Festival  in cui il film è stato presentato, nella retrospettiva dedicata al regista John Mickle, anche Cold in July, è un noir dalle forti tinte ironiche, gradevole per la naturalezza con cui rende credibili, di volta in volta, gli improvvisi, repentini cambiamenti di trama. L’ottima fotografia di Samul, con riprese notturne degne dei film di Michael Mann, accompagna perfettamente le vicende dei tre personaggi, sempre in bilico tra ironia e dramma, differenti tra loro ma accomunati da un rapporto di gratitudine (si sono tutti salvati la vita a vicenda) che li unisce e li spinge ad andare a fondo in una vicenda che pare senza fine (a costo di voltare le spalle alle istituzioni e alla famiglia). Ottimi gli interpreti, da Dexter C.Hall, nel suo ruolo cinematografico più riuscito, a Don Johnson, sempre sugli scudi nel ruolo che più gli si confà dell’investigatore eccentrico. Tutto nel film è ossimorico: un morto che non è morto, un ex galeotto in realtà ex soldato, un protetto dalla polizia che si diverte con gli snuff movies, un corniciaio che, lungi dal suo mestiere, si ritrova sempre al centro della vicenda (anche nelle ronde in macchina è sempre in mezzo), il titolo, Cold in July. E nonostante ciò tutto è circolare, calcolato (il letto in apertura/ chiusura). Già un cult, è un film da vedere e rivedere.

Matteo Chessa

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