MOTHER DI BONG JOON- HO

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Una donna cammina claudicante in un campo di grano, spaesata si volta indietro, quasi inciampa, avanza ancora tra le spighe e si ferma. La macchina da presa, che l’ha spiata a distanza, si avvicina, la riprende in figura intera; la donna, anziana, comincia a ballare una danza spagnoleggiante, si muove sensualmente, quasi libera. Stacco con la stessa, all’imbrunire, che si tocca il cuore con la mano destra; alla sua sinistra, sul cielo, compare il titolo del film, Mother. Sono tante le similitudini e le discrasie tra questo incipit e quello di Memories of Murder: il campo di grano illuminato, le danze al suo interno (qui la donna anziana, lì un gruppo di bambini), il titolo che compare scritto nel cielo. Nel film del 2003 però il sole illuminava la scritta, qui il cielo è buio, spento, oscuro.

Il messaggio di Bong Joon-ho è chiaro: addio alla comicità e leggerezza con cui in passato ha trattato argomenti pesanti e scottanti, Mother è un film cupo, il più oscuro della sua filmografia, non c’è spazio per la comicità e la leggerezza. La conferma l’avremo solo nel finale: questa allegra danza, quasi comica, presagisce un omicidio che la donna ha appena commesso; danza perché ha dimenticato, il film ci spiegherà come.
Yoon Do-joon è un ragazzo con un deficit mentale, vive con la madre in una piccola cittadina del Sud Corea. Un giorno il corpo di una studentessa viene ritrovato su una terrazza in una posizione strana e alla vista di tutto il paese. Le prove (una pallina da golf)per nulla schiaccianti portano al ragazzo. Ma bastano alla polizia per accusarlo di omicidio e chiudere il caso. La madre però è convinta dell’innocenza del figlio e farà di tutto per scoprire il vero colpevole.
È curioso pensare che il progetto di Mother sia datato 2004, anno in cui il regista Bong Joon- ho decide fortemente di incontrare l’attrice Kim Hye-ja, icona della televisione sud coreana famosa principalmente per ruoli di madre tradizionale, per proporle un soggetto con protagonista una mamma, senza nome, ossessionata dal figlio e disposta a tutto, anche l’illecito, per lui. Fosse stato realizzato immediatamente dopo Memories of Murder, in cui si narrano le ricerche poco ortodosse di un assassino da parte di due poliziotti, ci si sarebbe concentrati sulla ripresa della tematica della polizia frettolosa, che prima incolpa poi indaga, che minaccia pur di trovare un colpevole (Do-joon e la mela), dei cittadini costretti ad agire da soli per trovare giustizia. Invece l’uscita nelle sale, non casuale, dopo il mostro di The Host (2006) fa porre l’attenzione sulla mostruosità dell’essere umano, sull’incapacità di distinguere il bene dal male, in puro dall’impuro, i santi e i peccatori. La madre, anti Medea per eccellenza, segue e sintetizza questa tematica: confonde per tutta la pellicola il bene con il male (scambia il rossetto per del sangue, incolpa l’amico del figlio ingiustamente, uccide ingiustamente il barbone che ha visto tutto), commette del male pensando sia a fin di bene (il quasi omicidio del figlio in fasce). Non si salva nessuno in questo cupo affresco familiare (che man mano diventa una visione generale della Corea del Sud in generale),tutti sono peccatori: dalla protagonista al figlio omicida, dall’amico violento alla polizia svogliata, dalla vittima libertina fino agli studenti sboccati. L’unico modo per salvarsi è dimenticare il passato e vivere quel che resta del futuro. Presentato a Cannes, è il punto più alto della filmografia del regista di Snowpiercer.

Matteo Chessa

2 thoughts on “MOTHER DI BONG JOON- HO

  1. a me tra tutti è quello che mi è piaciuto meno… non sono riuscito a togliermi dalla bocca il sapore di esercizio di stile…
    la critica socio/antropologica mi è sembrata un po’ banalotta, l’oscillazione di genere già vista, la retorica disincanto-grottesco già abusata… nella prima parte mi ha intrattenuto, nella seconda annoiato.
    per me stanno più o meno
    the host
    snowpiercer
    memories
    questo

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