LA PAZZA GIOIA – IL NUOVO FILM DI PAOLO VIRZI

 

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Il cinema italiano è in netta ripresa, è innegabile. Il solo 2016 ha regalato agli spettatori Perfetti sconosciuti, Lo chiamavano Jeeg Robot, Veloce come il vento e ora La pazza gioia, tutti accolti in maniera entusiastica da pubblico e critica. Il 2015 invece aveva visto ben tre film diretti da registi nostrani in corsa per la Palma d’oro a Cannes: Mia Madre di Nanni Moretti, Youth di Paolo Sorrentino e Il racconto dei racconti di Matteo Garrone. Senza dimenticare, sempre nel 2015, quel Non essere cattivo, passato sotto traccia nelle sale ma apprezzatissimo dalla critica italiana e internazionale.

Ad anticipare questa felice tendenza, era stato proprio il precedente lavoro di Paolo Virzì, Il capitale umano, proposto dall’Italia come miglior film straniero nel 2014 per bissare il successo de La grande bellezza ma non entrato nella cinquina finale agli Oscar 2015.

Sempre a Cannes ma quest’anno, ha riscosso un sorprendente successo (con standing ovation di 10 minuti) proprio La pazza gioia di Virzì (dodicesimo film del regista) che è stato presentato nella sezione Quinzaine des réalizateurs, definita dal regista “una sezione ribelle, sessantottina che propone il cinema più innovativo, ma anche trasgressivo e provocatorio”, caratteristiche che appartengono a pieno titolo alla pellicola in questione capace di andare ad esplorare esistenze borderline come quelle delle due protagoniste.

Con La pazza gioia Virzì torna nella regione di origine, la Toscana, sei anni dopo La prima cosa bella, girando un’opera profonda e intensa. Le due protagoniste sono interpretate da due attrici ormai affermate nel nostro panorama cinematografico: Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti (che, per la cronaca, è la moglie di Virzì). La prima interpreta l’istrionica e raffinata Beatrice Morandini Valdirana, donna di origini aristocratiche; la seconda invece è la complicata Donatella Morelli, condannata per tentato omicidio del figlio. Entrambe sono internate in una comunità terapeutica chiamata Villa Biondi a causa dei delitti commessi. Il regista sul set si è voluto circondare di vere pazienti psichiatriche tra le quali le due protagoniste appaiono come dei pesci fuor d’acqua per motivi diversi.

Le due finiscono per legare mettendo in atto una fuga, della quale alcune scene (tra tutte la fuga con la cabriolet d’epoca) rimarranno impresse per anni nella memoria collettiva degli appassionati. Beatrice e Donatella, sono sì diverse ma la loro complicità si trasforma in una perfetta sintonia emotiva, di cui non possono fare a meno per cercare di sopravvivere in una società che le etichetta come “non idonee”.

A riguardo, viene anche sfiorato il tema degli ospedali psichiatrici giudiziari (dove finisce ad un certo punto Donatella), misura di sicurezza fino allo scorso anno prevista nel nostro ordinamento ma che ha fallito totalmente la mission terapeutica e rieducativa che il nostro sistema penale le aveva affidato.

Virzì sceglie delle inquadrature strettissime per raccontare una storia forte e drammatica, rasserenata però dall’imprevedibile comicità delle protagoniste. Primi e primissimi piani sottolineano quanto sia vicino lo spettatore alle due donne e le inquadrature riescono a rendere tutti gli spazi ristretti e claustrofobici. Merita una considerazione anche la fotografia di Vladan Radovic, che non teme di farsi documentaristica quando esplora l’ambiente della comunità terapeutica, per poi diventare più vivace quando le protagoniste fuggono sulle note dell’azzeccatissima Senza fine di Gino Paoli, colonna sonora dell’infanzia di Donatella.

Virzì, insieme a Francesca Archibugi, firma anche una sceneggiatura brillante contraddistinta da dialoghi mai ridicoli e da una trama spesso imprevedibile grazie a quella “pazza gioia” a cui decidono di darsi le protagoniste, contagiando inevitabilmente lo spettatore.

Il film è stato già venduto a 40 Paesi, un successo insomma. Da vedere assolutamente.

 

Michael Cirigliano

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