WHITE BIRD IN A BLIZZARD DI GREGG ARAKI

A 17 anni Kat Connors (Shailene Woodley, Colpa delle stelle) affronta la sparizione improvvisa e inaspettata della madre Eve (Eva Green, Casino Royale), casalinga depressa che odia il marito Brock (Christopher Meloni, L’uomo coi pugni di ferro) ed è in costante competizione con la figlia. Tra il rapporto con gli amici, l’amore per il vicino Phil (Shiloh Fernandez, Cappuccetto Rosso sangue), le sedute psicanalitiche e il sesso randagio con un poliziotto, Kat cerca dentro se stessa i motivi del comportamento della madre, analizzando il loro rapporto passato per superare lo shock e andare avanti.
Se negli anni ’90 il talentuoso regista nippo-americano Gregg Araki si era distinto per la capacità di raccontare con piglio documentaristico storie di rapporti omosessuali capaci, tra violenza, sesso ed esaltazioni, di far intendere la paura di un’intera generazione per il neonato virus dell’AIDS (i celebri Doom Generation ed Ecstasy Generation, ma anche e soprattutto Totally Fucked Up) e mostrare indirettamente anche le contraddizione dello stile di vita dell’americano medio e la pateticità di questo modo di vivere, con White Bird in a Blizzard, ultima fatica del 2014, riesce se è possibile a migliorarsi. Il colpo di genio è quello di sfruttare un genere di cinema popolare, il teen movie, il suo astro nascente Woodley e alcuni topoi di successo come l’amore turbolento e le storie d’amicizia scolastiche per continuare il suo discorso e perseverare con le tematiche a lui care. Non c’è un briciolo di normalità in questa pellicola nonostante le apparenze, nulla di vero o sincero; la madre cieca ma guardona, il padre trasparente e dolce ma capace di incendiare un cassonetto per gelosia, il retto poliziotto che fa sesso con le minorenni, il bel ragazzo che nasconde qualcosa, la sparizione inaspettata che infine si rivela forzata. A danzare in questo turbine di menzogne è Kat, più interessata a scoprire se stessa e assecondare i suoi ormoni che a cercare la madre, unico personaggio trasparente e vero, da sempre contrapposta a quell’american style of life caro al padre e emblema dell’anormale normalità delle loro vite. Anche il modo di costruire il film conferma la teoria: appare come un teen movie con risvolti da thriller, si rivela essere una tranche de vie con risvolti noir in cui non conta la risoluzione del giallo ma solo la caratterizzazione dei personaggi e le loro relazioni; presenta nella primissima scena Eva Green e la fa sparire immediatamente; ipotizza una storia di tradimento etero che, nel geniale finale, si capovolgerà completamente. In mezzo a tutto questo sono da vantare le bellissime scene oniriche immerse nella tormenta di neve e le due velocissime inquadrature oscure, improvvise, in cui dalla completa luce si passa al buio totale e in cui scorgiamo appena la sagoma di chi sta in campo (suggeriscono che il padre nasconde qualcosa). Brava la Woodley che sa come sfruttare il suo corpo, magnifica la Green che in poche sequenze ruba la scena a tutti. Già paragonato a Noi siamo infinito per il modo di esser raccontato, ne è il suo esatto contrario per quello che vuole raccontare.

 

Matteo Chessa

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