POSH DI LONE SCHERFIG

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Il Riot Club, prestigiosa confraternita dell’università di Oxford, in Inghilterra, fondata nel 1776 in onore di un defunto membro edonista e intellettuale, raggruppa le migliori dieci menti del college che si distinguono per intelligenza, prestigio e, principalmente, ricchezza. I due nuovi ingressi Miles Richards (Max Irons) e Alistar Ryle(Sam Claflin) rappresentano gli antipodi dell’aristocrazia: umile, voglioso di partire dal basso, “socialista” il primo; sfrontato, presuntuoso, “neonazista” nello sprezzo verso ciò che non è Posh (elegante, lussuoso, acronimo dell’espressione britannica “Port Out Starboard Home” che si riferisce alla parte della nave sulla quale viaggiavano i ricchi inglesi di una volta) il secondo, convinto di poter comprare il mondo, che gli è inferiore. Durante una cena alcolica in un ristorante gli animi si scadano e la serata finisce in tragedia. I dieci sono costretti a scegliere tra il loro futuro o quello del club.

Tratto da un piéce teatrale di Laura Wade che si snocciola in un’unica location, il pub, e un’unica unità di tempo, la durata della cena, diretto da Lone Scherfig, danese membro di spicco del Dogma 95 di Von Treir e Vinterberg già nota al grande pubblico per An Education e One Day, Posh si prende molte libertà rispetto all’opera di partenza, snaturandola in parte con una commistione di generi cinematografici cui non cede il posto, fortunatamente, la forte denuncia sociale .

Il film parte come una commedia di costume, si evolve come commedia giovanile con sprazzi (inutili) di love story, vira prepotentemente e improvvisamente verso l’analisi sociale e il thriller salvo ritornare al punto di partenza e assestarsi sull’happy ending nel pre- finale, lasciando lo spazio per un bellissimo finale in cui la corruzione dei citi alti inglesi viene fuori, volente o nolente, colpevole o innocente, a spese degli onesti cittadini che ancora suonano God Save the Queen e credono in un Regno Unito pulito, gestito da quei ricchi che tanto li disprezzano. Il fulcro centrale della pellicola è la cena in cui vengono fuori i giudizi più beceri e le idee più razziste dei ricchi rampolli nei confronti della borghesia, della plebe, rea di bramare ad un potere che non gli è concesso, di sognare per tutta la vita una situazione economica che loro (i ricchi) hanno da sempre e che (nel loro caso) si sono ritrovati casualmente ma non immeritatamente. L’ottima discrasia tra i dialoghi inneggianti alla superiorità della razza Posh e la location della cena, un risto-pub umile gestito e frequentato da gente “normale”, sottolinea questa chiave di lettura che sfocia, infine, in un pestaggio che molto ricorda le botte di Alex e i suoi drughi al barbone in Arancia Meccanica di Stanley Kubrick; il messaggio è chiaro e viene anche recitato dall’oste del ristorante: si può essere ricchi, potenti, viziati, acculturati ma chi ha la violenza insita non si distingue da normali rompitori di vetrine. Una upper- class corrotta, violenta, marcia, schiava del vil danaro che annebbia le menti più dei fiumi di alcol che si scolano per tutto il film, che si riempie la bocca di parolone di cui ignorano i significati, ma che alla fine vince sempre, vince con ogni mezzo. Da sottolineare l’ottima prova dei giovani attori britannici, da Max Irons, figlio di Jeremy, a Sam Claflin, antagonista geloso e violento, da sempre secondo (al fratello, agli altri membri del club) e voglioso di primeggiare. Presentato a Toronto.

 

Matteo Chessa

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