TOP 5: I NUMERI PIU’ BELLI DI RAT-MAN COLLECTION

Premessa: credo che Rat-man sia il progetto editoriale più importante degli ultimi 20 anni per quanto riguarda l’universo fumettistico italiano e non solo a livello umoristico. La seguente classifica ovviamente è personale e si basa sui miei gusti e i miei ricordi legati agli albi.

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RAT-MAN 52: I FANTASTICI

Semplicemente la parodia più bella mai realizzata sui Fantastici 4 prima che iniziassero da soli (grazie Fox!)  a prendersi per il culo.

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RAT-MAN 50: IL MIGLIORE

La storia in cui Leo ci racconta il cruciale passaggio da Marvelmouse a Rat-man in seguito allo scontro con il campione dell’arena: il Drago (vi ricorda qualcuno per caso?).

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RAT-MA 7: CACCIA AL RAGNO!

Uno dei primi albi di Rat-man in cui Deboroh affronta il suo nemico per eccellenza (assieme alla Gatta): un temutissimo ragno che con decenni d’anticipo ha capito come lucrare alle spalle dei poveri collezionisti.

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RAT-MAN 56: LA STORIA FINITA

Forse la storia più poetica mai partorita (brr) da Ortolani. Una metafora bellissima per il lettore e soprattutto per chi, come me, si diletta a scrivere e deve fare i conti con l’ispirazione.

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RAT-MAN 69: E ORA… RAT-MAN

Che dire? Il primo Rat-man che comprai ufficialmente in edicola. Basterebbe un personaggio come Falco-man a rendere immortale questo albo ma come se non bastasse, Ortolani ci aggiunge lo scontro epico tra il Ratto e l’Ombra. Meraviglioso, o come direbbe Falco-man, “Kiiiiiiiiiiiiiiii”.

E i vostri quali sono?

Francesco Pierucci

 

REGISTI EMERGENTI: STEVE MCQUEEN

Quarto appuntamento con la rubrica più apprezzata dai talent scout cinematografici (qui gli articoli precedenti). Dopo fantascienza e dramma sentimentale, oggi affrontiamo il realismo sociale con l’omonimo del leggendario attore de La grande fuga: Steve McQueen.

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Nato a Londra nel 1969, il regista inglese conquista subito la Camèra d’Or a Cannes con lo scioccante Hunger (2008).

La sua opera d’esordio, crudo ritratto del militante dell’IRA Bobby Sands, segna l’inizio del fortunato connubio con l’attore-feticcio Michael Fassbender.

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Hunger racconta con crudele realismo l’efferatezza delle guardie carcerarie e l’incredibile forza di volontà del protagonista intento a perseguire uno sciopero della fame.

Il film esce in Italia quattro anni dopo, in seguito al grande successo di Shame.

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Presentato in concorso alla 68ma Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Shame (2011) conferma le grandi qualità di McQueen alla regia, nonché la sua innata capacità di raccontare l’individuo in relazione alla società che lo circonda. Protagonista del film è un uomo che ha sviluppato una dipendenza cronica dal sesso, interpretato magistralmente da Fassbender (la sua performance gli garantirà la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile), che soffre il dualismo tra la sua immagine pubblica e quella privata.

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E’ il 2 marzo 2014 quando il suo terzo lungometraggio 12 anni schiavo conquista tre statuette durante la notte degli Oscar (Miglior film, Miglior attrice, Miglior sceneggiatura non originale). Le avrebbero sicuramente meritate anche il regista stesso e uno straordinario Chiwetel Ejiofor nei panni di Solomon Northup, talentuoso violinista trasformato in schiavo.

Date le tematiche trattate, 12 anni schiavo è forse il film più intimamente politico e controverso di Steve McQueen e, nonostante alcuni inevitabili compromessi (il passaggio traumatico da film indipendenti a blockbuster), conserva una notevole forza intrinseca nell’uso delle immagini.  

 

Francesco Pierucci

SAN JUNIPERO: UN’ANALISI AL CONTRARIO

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Ieri ho visto San Junipero la quarta puntata della terza stagione di Black Mirror e non mi è piaciuta affatto.

E’ da ieri però che ho un impulso irrefrenabile di scrivere un articolo per analizzare l’episodio a fondo. Un impulso che per la cronaca non ho avuto per le altre puntate della stagione che ho apprezzato maggiormente come Nosedrive (una metafora sociale dalle tinte andersoniane) e Playtest (un ansiogeno omaggio al corvo di Poe e a Danza Macabra di Margheriti).

Perchè?

Provo a ragionarci mentre scrivo.

Credo che in generale, oltre all’abilità nel creare universi distopici prossimi alla realtà, la caratteristica principale di tutte le puntate di Black Mirror sia il plot twist che ribalta totalmente la visione dello spettatore.

Ecco: non mi è mai capitato se non con San Junipero di capire immediatamente dopo pochi minuti la struttura della storia. E’ molto semplice in realtà. Un episodio di Black Mirror (serie che si basa su tecnologie futuristiche) ambientato negli anni ’80 mi fa pensare già dal primo frame che, nonostante i cabinati, i colori fluo e le pettinature, quelli che stiamo vedendo non sono i veri anni ’80. Aggiungici l’incidente videoludico dell’automobile e la battuta del ragazzo di Kelly “Qui sono tutti morti” e il gioco è fatto.

Poi, non essendo convinto dalla mia interpretazione, ho pensato e ripensato. Ma era veramente questa l’intenzione di Charlie Brooker? E se l’obiettivo principale della puntata non fosse il solito plot twist?

E’ molto semplice in realtà. Questo è il punto. E’ tutto troppo semplice in realtà.

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Troppi indizi, troppo palesi. L’ambientazione, le battute, persino la musica (Without leaving your easy chair; Heaven is a place on Earth) saltano subito all’occhio anche dello spettatore meno esperto. E allora ho capito che Brooker ha stravolto le carte: ha scelto di rivelare senza troppi patemi l’universo distopico per permettere a chi guarda di focalizzarsi quasi esclusivamente sul rapporto tra Yorkie e Kelly.

Parliamo dunque di questo rapporto tra le due protagoniste. E’ riuscito? Sì e no. Adesso mi spiego meglio. Dal punto di vista meramente narrativo la costruzione dei personaggi non mi è parsa impeccabile. Lo sviluppo stereotipato della storia d’amore, alcuni dialoghi claudicanti e determinate azioni delle protagoniste (ad esempio quando Yorkie cerca Kelly nel locale della “perdizione sadomaso”) mi sono sembrati eccessivamente fittizi proprio come l’universo in cui vivono.

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Ma allora cos’è che mi spinge a pensare continuamente a questa puntata?

La SCELTA. O meglio cosa c’è dietro questa scelta.

E sì, perché il nocciolo di tutta la questione è proprio questo.

Se foste nella stessa situazione di Kelly cosa scegliereste?

Il ricordo dei propri cari o un amore appena sbocciato? 

L’amarezza del passato o la morbidezza del futuro?

Il Nulla o un’illusione perpetua?

E forse è proprio questa sorta di metafora tra due visioni contrastanti (credenti e atei) che mi affascina sin da bambino.

Non so cosa avrei scelto al posto di Kelly.

So solo che chi pensa al finale di San Junipero come un dolce happy ending forse non ha riflettuto abbastanza…

 

Francesco Pierucci