RISCOPRIAMOLI CON (L’AMICHETTA DE) ZULU – COLPO SECCO

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Chiudete gli occhi e pensate a una partita di hockey: qual è il primo rumore che vi viene in mente? Il fruscio dei pattini, il picchiare delle mazze o il cozzare delle armature? Se l’ultimo di questi allora Colpo secco è il film che fa per voi.

Lungometraggio del 1977 con protagonista Paul Newman, ci accompagna in un viaggio nelle serie minori dell’American Hockey League di quegli anni, dove l’uso della violenza sul ghiaccio era praticamente all’ordine del giorno e (abusato) espediente per caricare il tifo delle folle.

È l’avventura dei Chiefs di Charlestown, squadra che, navigando in cattive acque, approfitta dell’arrivo nel gruppo di tre giovani quanto intemperanti gemelli per catalizzare l’attenzione sul team; artefice di questa scelta è l’allenatore-giocatore Rennie Dunlop.

Il nuovo gioco aggressivo e violento della squadra infiamma gli animi dei tifosi, che prima seguivano le gesta dei loro giocatori con poco entusiasmo, e crea attenzione e affluenza alle partite. Contraltare di questa sorta di farsa è il capitano della squadra Ned Braden: ragazzo di buona famiglia, sostenitore del gioco pulito e corretto appreso nei campus universitari anche a costo di una vittoria – se questa viene conquistata con una scazzottata. Se in Dunlop ad affiorare è il suo lato oscuro con la sua irascibilità, il tormento privato di Ned sono i crescenti problemi di alcolismo della moglie.

Colpo Secco non è il classico film sportivo, dove il protagonista è un eroe – spesso incompreso – che lotta per emergere e veder riconosciuto il proprio talento. Non è neanche un film sui più noti e condivisi valori dello sport: spirito di squadra, impegno, coraggio. Ma è la fotografia di un tipo di gioco, probabilmente ormai superato, che ha caratterizzato il mondo dell’hockey per lungo tempo. Ed è anche una piccola denuncia della spettacolarizzazione di questo modo malato di vedere lo sport: la televisione che descrive e spesso fa da sottofondo agli scontri sul campo, i commentatori che addirittura intervistano i giocatori chiedendo loro quali siano i colpi migliori da assestare agli avversari. In tutto questo le due figure principali, Dunlop e Braden, non ne escono cresciute o migliori: il primo resta un guascone con la faccia d’angelo e il secondo porta in campo il tanto vituperato entertainment del gioco per cercare di salvare il proprio matrimonio.

Perché allora guardare questo film? In primis per le caratterizzazioni dei personaggi. Non solo Dunlop/Newman ma anche i tre squinternati fratelli Hanson o il bravo ragazzo Braden (che ha la faccia pulita di Michael Ontkean). Caratteri diversi ma tratteggiati con cura, tanto da essere assimilati dagli attori: lo stesso Newman, solitamente educato e di temperamento mite, riconobbe di aver assimilato il linguaggio scurrile di Dunlop anche nella vita privata.

Il secondo pregio è, come detto in precedenza, di fotografare una realtà sportiva e sociale (la crisi economica che attraversa Charleston e quella interiore dei tormentati protagonisti) che non c’è più ma che è esistita, caratterizzando profondamente il mondo delle tifoserie degli anni passati, con un racconto non pesante o eccessivamente documentaristico, ma cercando di mantenere una leggerezza di toni.

Una leggerezza di toni che non verrà dimenticata dal mondo del cinema: a questo primo “colpo secco” (titolo italiano di Slap Shot) seguiranno infatti Slap Shot 2 e Slap Shot 3, ma senza la freschezza del lungometraggio del 1977. Dopotutto, dietro la macchina da presa del primo troviamo un certo George Roy Hill, a cui dobbiamo un film come La Stangata. Come dire, la classe non è acqua, anche quando si parla di cattivi ragazzi.

L’amichetta de Zulu

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