FILM IN SALA – LA LA LAND

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Basta poco per innamorarsi di La La Land, nuova fatica del regista di Whiplash Damien Chazelle plurinominata alla prossima serata degli Oscar (hanno tenuto fuori Silence di Scorsese quindi lasciano il tempo che trovano). Basta il lungo piano sequenza ballato iniziale (sei minuti, in realtà con tre stacchi abilmente montati), con i pendolari di Los Angeles che, imbottigliati nel traffico, cantano e danzano funambolicamente a ritmo di Another Day of Sun e ci danno il benvenuto nella città dei sogni. Alla fine dell’incipit rimani catturato ed estasiato, pronto a vedere un film divertente e, soprattutto, elegante.

La trama è semplice e già vista: aspirante attrice e pianista di jazz sognano di poter realizzare i rispettivi progetti; la prima di sfondare ad Hollywood, il secondo di aprire un locale Jazz in cui poter far rivivere un genere che sta lentamente morendo. Si conosceranno, si ameranno, si sproneranno e, per inseguire i sogni, si divideranno. Ma il loro amore resterà.

Canto d’amore al cinema diviso in quattro stagioni, gioia per gli occhi prima che per le orecchie, conferma lo straordinario momento dei film sulla musica, dopo il gioiellino Sing Street, Whiplash dello stesso regista e gli acclamati (e un po’ più anzianotti) Les Miserables, Mouline Rouge e Chicago. Ogni inquadratura è un omaggio all’arte, che sia essa musicale o cinematografica, dalle carrellate sui muri di Los Angeles che celebrano i divi (Chaplin, Keaton, Hepburn) ai feticci del cinema del passato (il balcone di Casablanca, l’osservatorio astronomico Griffith presente in Gioventù Bruciata), dallo sgabello su cui si è seduto Hoagy Carmichael alle fantastiche scene dei concerti jazz, degne dei film evento sui migliori gruppi musicali.

Tutto è intertestualità, nostalgia di un tempo cinematografico passato e da far rivivere; è presente il melò di Douglas Sirk, con una scena riproposta di Come le foglie al vento, i dialoghi serrati delle migliori screwball con i formidabili Ryan Gosling ed Emma Stone (amabilmente goffi nei balli) che si completano alla perfezione e che a tratti suggeriscono la stessa energia amorosa che legava Spencer Tracy e Katharine Hepburn. E poi c’è tanto, tanto musical, da Cantando sotto la pioggia, omaggiato in più salse fino al mitico lampione, a All that Jazz, da Un americano a Parigi (la camminata lungo Senna) a Cappello a cilindro fino ai balli corali di West Side Story con tanto di fuochi d’artificio finali.

Un sogno in immagini, una storia d’amore che vi farà ridere, ballare, pensare e commuovere, fino allo stupendo sguardo finale. E che lascia una domanda: sogni e ambizioni sono sinonimi? E può l’ambizione scavalcare il sogno?

Regia sicura, fotografia illuminata (nonostante il livello enorme di difficoltà di alcune scene), montaggio convincente. Ma sono le musiche e canzoni bellissime a convincere maggiormente.

Almeno tre scene da regalare agli annali della storia del cinema: scelgo il loro ballo tra le stelle. Magnifico.

 

Matteo Chessa

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