JACKIE – L’ELABORAZIONE DEL LUTTO COME MISSIONE POLITICA

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Al terzo lavoro nel giro di due anni, il regista cileno Pablo Larraìn firma la sua prima pellicola hollywoodiana eleggendo come protagonista una delle figure femminili più celebri e influenti del secolo scorso, Jacqueline Kennedy (interpretata dal Premio Oscar per Il cigno nero, Natalie Portman), moglie del 35° Presidente degli USA, John Fitzgerald Kennedy (che appare di rado nel film, interpretato da un incredibilmente somigliante Caspar Phillipson). Tra i molti spunti che una figura del genere avrebbe potuto offrire, anche successive alla morte di JFK, come il chiacchierato matrimonio con l’armatore greco Aristotele Onassis, Larraìn sceglie i giorni immediatamente successivi al tragico assassinio del Presidente, avvenuto a Dallas il 22 novembre 1963.

All’indomani della morte del marito, Jackie rilascia un’intervista per raccontare il presidente e per consolidarne il mito. L’intervista è l’occasione per esplorare, attraverso il sapiente uso di flashback, sia l’esposizione mediatica della First Lady sia gli strazianti istanti precedenti, concomitanti e successivi alla morte di JFK, aspetti che finiscono per intrecciarsi. È quindi l’occasione per ripercorrere la celebre visita guidata alla Casa Bianca organizzata da Jacqueline e trasmessa in TV, che fu l’occasione per avvicinare gli Americani alla residenza presidenziale e per mostrare come la First Lady avesse curato personalmente la ristrutturazione degli interni. Nel film tale evento mediatico non viene trasposto riciclando i filmati televisivi dell’epoca ma mostrando con nuove immagini in bianco e nero la stessa Natalie Portman alle prese con il tour della Casa Bianca. Queste sequenze riescono nell’intento di illustrare come la moglie di Kennedy fu un personaggio postmoderno, uno dei primi artefici di quella commistione tra spettacolo e politica che oggi raggiunge livelli considerevoli.

Queste immagini si alternano, grazie all’espediente narrativo dell’intervista, ai momenti del lutto con scene iconiche quale quella in cui Jackie/Portman, che tenne addosso per tutto il viaggio di ritorno a Washington il suo tailleur sporco di sangue (“devono vedere che cosa hanno fatto”), pulisce il volto in lacrime dagli schizzi di sangue davanti allo specchio. I due filoni si intrecciano quando è il momento di organizzare la processione funebre: l’ormai ex First Lady vorrebbe un evento in grande stile con i due figli al suo fianco a piedi fino al Campidoglio in barba alle esigenze di sicurezza: il suo fine è creare una nuova regalità proseguendo così quell’opera di mitizzazione della figura del defunto marito che Jackie sente come una propria missione politica (“sto solo facendo il mio lavoro”). Il fratello di JFK, Bob Kennedy (anche lui morirà assassinato, nel 1968), invece si interroga sull’incompiutezza della parabola kennediana e sul fatto che saranno altri (a partire dal nuovo Presidente Lyndon Johnson) a prendersi il merito dei risultati della politica del Presidente appena deceduto.

Elegante nella regia, nella fotografia e soprattutto nei costumi (questi ultimi candidati agli Oscar, insieme alla Portman e alla colonna sonora) e sorprendente per la bravura degli interpreti, tra tutti un’eccelsa Natalie Portman, il film pare solo apparentemente il più lontano dai tracciati larrainiani. In realtà prosegue il discorso del regista cileno sul potere, la verità e i media iniziato con NO e maturato con Neruda. È interessante in questo senso l’accostamento tra la narrazione dell’epopea di JFK e il musical Camelot.

Presentato in concorso alla 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, veniva descritto fino a qualche mese fa come uno dei grandi favoriti alla cerimonia degli Oscar tenutasi la scorsa domenica ma alla fine ha visto scemare le proprie chances di vittoria una volta presentati gli altri film protagonisti della stagione.

Michael Cirigliano

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