TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI: VIOLENZA “USA” E GETTA

 

tre-manifesti-ebbing-missouri-recensione-mcdormand-conquista-venezia-74-recensione-v5-34857-1280x16Qualcuno ha scritto che Martin McDonagh gira delle black comedy con elementi di drama al loro interno. In Tre manifesti a Ebbing, Missouri questa differenza si fa estremamente labile. È la storia di una madre, Mildred Hayes, che cerca giustizia per la figlia uccisa, criticando l’operato delle forze dell’ordine attraverso una forma di comunicazione piuttosto vetusta ma che ben si confà alle lande del Midwest: la cartellonistica pubblicitaria.

Erede diretto dei fratelli Coen, McDonagh si conferma sceneggiatore virtuoso e coraggioso. Dopo la riflessione sulla coscienza di In Bruges e la meta-narrazione triviale di 7 Psicopatici, il nuovo lavoro del regista britannico si focalizza sulla violenza come unica forma di comunicazione possibile per un’America che da tempo ha perso se stessa. I personaggi di McDonagh sembrano rappresentazioni animalesche che vivono di istinti e non di ragione.

Non a caso Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film incentrato sul dubbio, o meglio, sulla sua assenza. Tutti i protagonisti sembrano sapere cosa fare (sbagliando) ma riescono a maturare solo quando l’incertezza e la riflessione si insinuano nelle loro menti annebbiate.

McDonagh è tanto virtuoso come sceneggiatore quanto morigerato come regista. Sin da subito abbandona qualsivoglia ambizioni barocche per mettere le sue abilità al servizio della storia. È una regia quasi invisibile la sua che lascia la sensazione di assistere a una vera e propria pièce teatrale. La camera a spalla ci racconta la fragilità degli ideali dei personaggi, i primi piani ci mostrano i segni di un passato amaro e ineluttabile. Il piano sequenza del passaggio dalla stazione di polizia all’ufficio pubblicitario è da spellarsi le mani.

La fotografia di Ben Davis (Doctor Strange, Avengers: Age Of Ultron) accompagna la storia e ne esalta i momenti più onirici come nella scena iniziale: tra la fitta nebbia del Missouri scorgiamo i tre cartelloni abbandonati all’incuria e all’indifferenza. Su uno di questi il viso logoro di una bambola che ci anticipa la tematica del film.  In generale, Davis sceglie una fotografia desaturata con l’obiettivo di rimarcare la solitudine e la melanconia degli abitanti di Ebbing. L’assenza di colori accesi però lascia spazio nei momenti più significativi della pellicola a neon rosso sangue che richiamano inevitabilmente la sete di violenza.

Osservando la straordinaria interpretazione tutta smorfie e silenzi di Frances McDormand non si può non pensare alla versione femminile di Clint Eastwood. La sua Mildred è una donna tanto forte all’esterno quanto fragile nel privato. È una madre il cui unico obiettivo nella vita è vendicare la figlia. Un involucro vuoto senz’anima che è disposto a tutto per perseguire il suo scopo. Anche ad affrontare lo sceriffo Willoughby interpretato dal carismatico Woody Harrelson. Schiacciato tra il cancro e le pressioni della signora Hayes, lo sceriffo è forse il personaggio chiave dell’intera narrazione. Attraverso le sue azioni, cambierà radicalmente il pensiero di Mildred e dell’agente Dixon, un Sam Rockwell mai così in palla dai tempi di Moon. La sensazione è che in lingua originale queste performance rendano ancora di più.

 

Francesco Pierucci

TOP 5 – LA FIGURA DI HITLER AL CINEMA

Se i film sullo sterminio nazista, sulla seconda guerra mondiale e sulle SS si sprecano e sono spesso premiati da critica e pubblico, non superano nemmeno la trentina le pellicole che mostrano la figura del Fuhrer Adolf Hitler, e ancora meno sono quelle che la trattano in prima persona. Tolte le fugaci apparizioni di pochi minuti (laddove non secondi) di Martin Wuttke in Bastardi senza gloria e Michael Sheard in Indiana Jones e l’ultima crociata o film tv britannici quali Il giovane Hitler con Robert Carlyle o Bunker con Antonhy Hopkins, sono pochi film che prendono in considerazione il più grande dittatore della storia dell’uomo (almeno secondo i libri di storia, qualcuno in America Latina potrebbe guardare gli Stati Uniti e chiedersi di che si lamentano). Ecco la top 5 dei film con Hitler secondo Il Disoccupato Illustre

5

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MAX
Gioiellino poco conosciuto, racconta del rapporto tra il giovane Hitler e Max Rothman (John Cusack), mercante d’arte che lo stimola a coltivare il suo talento nella pittura. Noah Taylor interpreta il Furher senza l’ansia di affrontare il suo periodo politico, ma è comunque abile nel farci scorgere il dittatore dietro la maschera del giovane artista.

4

LA CADUTA
Bruno Ganz ci porta dentro gli ultimi giorni di vita di Hitler con un’interpretazione nevrotica, depressa, tetra che spinge lo spettatore a parteggiare per lui. Candidato all’Oscar Miglior Film Straniero 2005 (che andò a Mare Dentro di Amenabar), deve molta della sua fama ad una scena in particolare, diventata base di video virali sul web. È caldamente consigliato recuperare l’intera pellicola. Unica pecca: un po’ troppi 150 minuti.

3

IL GRANDE DITTATORE
Primo film della storia del cinema ad affrontare, e mostrare, la figura di Hitler, quando ancora le atrocità nei campi di concentramento non erano notizia diffusa. Charlie Chaplin racconta di Charlotte, un barbiere ebreo che per una serie di eventi si ritrova, data la sua somiglianza con il dittatore tedesco, a parlare in pubblico rivolgendo un celeberrimo discorso all’umanità. Tra le tante scene famose la migliore è quella di Hitler che gioca col mappamondo gonfiabile, che scoppierà.

2

LUI È TORNATO
Cosa accadrebbe se Hitler tornasse in vita ai giorni nostri? Verrebbe riconosciuto? La gente lo seguirebbe? Abbiamo imparato dagli errori del passato o ricommetteremmo le stesse ingenuità?
Originale, ironico, a tratti più vicino a un mockumentary che a una commedia, ha il suo punto di forza nella splendida interpretazione di Oliver Masucci (acclamato da tutto il mondo per la serie tv Dark). Travolgente

1

VOGLIAMO VIVERE
Mai il termine capolavoro fu utilizzato con tanta cognizione di causa. La commedia satirica di Lubitsch tratta di una compagnia teatrale polacca che ferma una spai nazista a Varsavia. Uscito in concomitanza con Il grande dittatore ma accusato di leggerezza, gli è superiore in tutto. “Lubitsch è un principe” scriveva Truffaut; in questo film si capisce perché.

 

Matteo Chessa