DOWNSIZING: L’UNICO RIDIMENSIONAMENTO È QUELLO DI PAYNE

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(Questa scena non è presente nel film, bugiardi!)

Parliamoci chiaro: Alexander Payne è (era?) uno dei registi più interessanti del panorama autoriale americano. Downsizing, ad oggi il suo film più costoso, è anche il suo più grande flop sia per incassi che per critiche ricevute e questo è un dato oggettivo. Soggettivamente invece è dolorosamente affascinante come un film che parli del ridimensionamento dell’essere umano per salvaguardare il pianeta non rappresenti altro che il ridimensionamento di un autore che ho amato molto.

Downsizing è l’esempio perfetto di una sceneggiatura che parte da uno spunto promettente senza svilupparlo minimamente. Volendo utilizzare la suddivisione aristotelica dei tre atti appare piuttosto evidente come lo script sia spaccato perfettamente a metà: la prima parte ci introduce nell’incredibile mondo di Leisureland, la seconda cambia inspiegabilmente registro virando su una improbabile missione umanitaria. Il risultato è un gran polverone d’intenti che risulta eccessivamente stucchevole e didascalico.

Inoltre gli elementi principali della poetica di Payne, la cattiveria e la mediocrità dell’essere umano, sono affrontati superficialmente e non con la solita raffinatezza di scrittura che contraddistingueva le opere del regista di Nebraska. La collaborazione con Jim Taylor (La storia di Ruth, donna americana, Election) questa volta non ha portato i suoi frutti.

I film di Payne sono sempre stati caratterizzati da piccole storie raccontate in piccole comunità. Concettualmente Downsizing sembra non fare differenza, anche se qui il regista americano ha l’arduo compito di gestire visual effects di personaggi rimpiccioliti e inserirli all’interno di contesti naturali. Quello che però manca nella regia di Downsizing è la solita particolare attenzione ai personaggi, alla loro intimità e ai loro desideri irrealizzabili. Traspare invece un trattamento visivo a tratti “vintage” (come nella scena del party) che stona nel racconto distopico ed è presente anche nella pasta della fotografia del buon Papamichael.

Diciamocelo, Matt Damon non è mai stato un attore straordinario. Monocorde e mono-espressivo, nel ruolo del tipico americano medio payniano, insignificante e desolante,  poteva anche avere il suo perché. Niente di più sbagliato. Basta paragonarlo al Nicholson di A proposito di Schmidt, al Giamatti di Sideways – In viaggio con Jack o anche al Clooney di Paradiso Amaro. Tre esempi di interpretazioni del middle man completamente differenti ma decisamente valide. La performance di Damon invece non fa altro che appesantire il ritmo già non esaltante della pellicola. Colpa che, a onor del vero, nasce in primis dai problemi di scrittura dei personaggi e in seconda battuta dal doppiaggio italiano.

Il doppiaggio di Downsizing, senza troppi giri di parole, è l’enorme problema del film.  Non sono un integralista dei film in lingua originale ma esempi del genere mi spingono a riflettere su quale sia la miglior fruizione possibile delle pellicole. Ora, capisco l’esigenza di dover adattare il parlato di personaggi di differenti etnie. Capisco anche la scelta dettata dal genere di calcare le tipologie di linguaggio ma il risultato di Downsizing è veramente troppo cheap. Durante la visione ero sbalordito e inorridito. Ogni volta che i personaggi di Gong Jiang (dissidente vietnamita) o di Christoph Waltz (un trafficante serbo che parla francese?!?) cercavano di parlare non potevo fare a meno di domandarmi se nella versione originale le voci fossero così fastidiose.

La risposta è no.

 

Francesco Pierucci

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