FUMETTI VERTICALI: IL TRAILER

Ciao ragazzi,

oggi vi scrivo un articolo per un progetto a cui partecipo e tengo moltissimo.

Si tratta di un documentario sul mondo del fumetto che coinvolge oltre 40 intervistati tra fumettisti, giornalisti ed editori in un’indagine per capire com’è cambiato il panorama dei comics in Italia dopo internet e social network.

Vi lascio sotto il primo trailer, fateci sapere cosa ne pensate!

Qui trovate la pagina Facebook: https://www.facebook.com/FumettiVerticali/

Un saluto

IL “TRAUMA DRAGON BALL” O DI COME I SUOI TITOLI SPOILEROSI MI HANNO ROVINATO LA VITA

“What’s my destiny, Dragon Ball? Io so che tu lo sai”

Così cantava il profetico Giorgio Vanni mentre aspettavo con ansia la nuova puntata del mio cartone preferito.

Cosa succederà oggi? Ce la faranno Goku e compagnia a sconfiggere i nemici? Mille domande e una corsa a perdifiato dalla scuola per non mancare l’appuntamento con il destino (che sennò beccavo gli spoiler dai compagni infami e venivo ostracizzato a vita). Ma poi, all’improvviso, appare una scritta e il mondo mi crolla addosso…

Eppure le parole del buon Giorgio erano premonitrici ma io ero troppo piccolo per capirlo.

Così come ero troppo piccolo per notare che alla fine della sigla, Goku ci spoilerava ogni santo giorno la sua straordinaria trasformazione in Super Sayan!

1b2d4d9a8115685e340b61e5c0b807570eaded26_hqLa mia vita è una menzogna e anche la vostra!!!

Ma anche un bambino piccolo a volte capisce che non c’è niente da fantasticare quando si ritrova davanti ai titoli degli episodi di Dragon Ball Z.

La fine di ogni fantasia, la morte di ogni speranza. Ma anche un’innovazione senza precedenti.

Eh sì, perché la caratteristica principale dell’anime di Dragon Ball è stato il totale annullamento del cliffhanger  che di lì a un decennio dopo sarebbe invece diventato il punto di forza di tutte le più grandi serie televisive.

I titoli di Dragon Ball hanno rovesciato la fruizione puntando l’attenzione dello spettatore non più sulla sorpresa quanto sulla forma, non tanto sul cosa ma sul come.

O perlomeno questa è la spiegazione semiotica che mi sono dato per giustificare questo virus di follia narrativa che ha infettato l’opera di Toriyama sensei.

Ma facciamo qualche esempio:

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LA SCOMPARSA DI GOKU

Episodio 5. Dragon Ball Z è appena iniziato e una nuova minaccia raggiunge la Terra: Radish, il fratello di Goku. Lo scontro tra due diventa subito un handicap match con il team up tra il protagonista e il namecciano più amato della galassia. Mai e poi mai uno spettatore potrebbe aspettarsi la morte del protagonista dopo 5 miseri episodi e invece grazie al titolo, addio effetto sorpresa!

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LA FINE DI VEGETA

Episodio 86. La saga di Namecc è ricca di questi spoileroni ma mi soffermo solo su questo episodio. Sapevamo che probabilmente il Principe dei Sayan non avrebbe retto contro Freezer, sapevamo anche che Goku di lì a poco sarebbe arrivato a ribaltare la situazione. Il titolo non lascia dubbi al povero spettatore che inizia a prefigurare la morte del povero Vegeta.

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IL RITORNO DI FREEZER

Episodio 118 (il numero che avrei chiamato per far portare via il titolista!).Questo è forse quello che mi ha fatto più incazzare perché di certo non mi aspettavo un ritorno (il primo dei tanti ritorni di Freezer) immediato del cattivo per eccellenza subito dopo la sua sconfitta su Namecc. L’effetto sorpresa per fortuna è tenuto in vita dalla comparsa di un nuovo personaggio: Trunks.

 

Altri titoli esemplificativi: Addio Yamcha, La scomparsa di Junior e del Supremo, Goku si trasforma, Ginew diventa un ranocchio, Il super sayan di terzo livello e così via.

Francesco Pierucci

BOJACK HORSEMAN: UN PENSIERO SULLA QUARTA STAGIONE

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Questa qui sopra è un’immagine che difficilmente riuscirò a togliermi dalla testa nei prossimi mesi.

Perché?

Perché quello che vedete è un sorriso malinconico che racconta molto di più dell’ennesimo monologo da egocentrico sullo star system di Hollywoo (la D è muta, cit.) , di un qualsiasi discorso nichilista che abbatterebbe anche il più spregiudicato tra gli ottimisti o di una sbronza esistenziale per dimenticare il profondo senso di colpa che ti perseguita incessantemente anche nel sonno.

E’ un sorriso che rappresenta perfettamente l’evoluzione di uno dei personaggi più iconici dell’ultimo decennio, un cavallo antropomorfo.  E che non avrebbe avuto alcun valore reale se prima di quel momento non ci fossero state tre stagioni a testimoniare una transizione dolorosamente affascinante come quella che ha investito la star di Secretariat.

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Perché, guai a dimenticarlo, Bojack Horseman è una serie rivoluzionaria che prima di tutto costruisce destrutturando (lo spogliarsi di ogni aspirazione velleitaria di felicità da parte del protagonista) e che in un secondo momento destruttura costruendo (la conseguente flebile speranza che brilla negli occhi di Bojack).

Puntata dopo puntata, Bojack diventa sempre di più un amico, un confidente e contemporaneamente un esempio da evitare, una persona per cui provare pietà e commiserazione. Ho sempre pensato che l’unico modo che avesse per riuscire a scappare da quel vortice di autodistruzione nel quale era caduto fosse spostare il peso ingente del suo infinito egocentrismo su un’altra entità, per permettergli di capire che il senso della sua vita fosse aiutare gli altri, vista l’incapacità sintomatica nell’aiutare se stesso.

E se l’insuccesso dei brevi flirt era ampiamente preventivabile, il fallimento con Diane mi ha sorpreso non poco. La moglie di Mr. Peanutbutter è forse la donna che, assieme a Princess Carolyn, più si avvicina a cogliere e comprendere la profondità d’animo della star di Horsin’ Around.  Ma Bojack forse sa che l’amore è il sentimento più egoista che esiste e se ne allontana volontariamente.

E proprio quando la redenzione sembrava un miraggio, con l’arrivo di Hollyhock in un attimo tutto cambia. Perché? Perché proprio come Bojack, Hollyhock è bipolare. Se infatti Bojack vive continuamente “a cavallo” (pardon) tra star system e depressione. tra amicizia e solitudine, anche Hollyhock assurge a un doppio ruolo apparente (SPOILER: di figlia e sorella), la cui ambiguità (figlia adottiva di otto padri e di madre ignota) s’interseca perfettamente con le esigenze di Mr. Horseman. E gli permette di provare un amore completamente diverso e diversamente completo, sigillato da quel sorriso che chiude questa magnifica quarta stagione.

E ora non vedo l’ora che arrivi la quinta!

Back in the 90’s I was in a very famous TV shooooow

Francesco Pierucci

TOP 5: I MIGLIORI SPOT GIRATI DAI REGISTI

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NEIL BLOMKAMP – CITROEN

Chi si ricorda questa piccola perla di Blomkamp? Il regista sudafricano già sfoggiava una certa bravura negli animare i robottoni.

4

MICHAEL GONDRY – SMIRNOFF

Spot decisamente all’avanguardia per l’anno 1996. Il regista non poteva che essere quel pazzoide di Gondry.

3

SPIKE JONZE – GAP

Pubblicità esilarante made by Spike Jonze. Umorismo e follia non mancano neanche in questo commercial.

2

DAVID LYNCH – PS2

Idea meravigliosa di Lynch che mi ha lasciato di stucco la prima volta che l’ho visto. Se non avessi avuto una PS2 ne avrei comprate sette!

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WES ANDERSON – PRADA

Più che uno spot. un vero e proprio corto del cromatico Wes Anderson che coinvolge i soliti attori a lui cari per realizzare uno short film davvero piacevole e divertente. Punto in più perché ambientato in Italia!+

Francesco Pierucci

GENERAZIONE NOSTALGIA: ANALISI SEMISERIA SULLA MORTE DELL’ORIGINALITA’

Apro Facebook, scrollo la home e nel giro di due minuti m’imbatto prima nel trailer della seconda stagione di Stranger Things e poi in quello di Ready Player One, il “nuovo” film di Spielberg. Nel giro di pochi frames vengo tramortito da un ciclone di riferimenti:  Ghostbusters, Akira, Il gigante di ferro, Thriller e molti altri.

E Dragon’s Lair non ce lo metti?

Penso: cos’hanno in comune questi due prodotti?

Mi rispondo: entrambi non hanno alcun valore sensibile se privati dell’immaginario anni ’80 al quale si aggrappano disperatamente.

Qualcuno dirà che non è vero, che sono prodotti validi anche senza il contesto nel quale sono inseriti. Si può essere d’accordo o meno ma non è questo il punto: il nodo cruciale è che i concept di questi prodotti nascono esclusivamente dall’idea di approfondire un certo immaginario storico e sociale.

Caso Stranger Things: l’idea creativa non è il “Faccio una serie tv su un gruppo di ragazzini degli anni ’80” quanto piuttosto “Faccio una serie tv sugli anni ’80 con un gruppo di ragazzini”.

E’ un problema? Non lo so. Sicuramente è qualcosa su cui riflettere.

In generale, se dovessi scegliere una parola chiave per descrivere l’ultimo decennio sarebbe NOSTALGIA.

Pensate al cinema: stiamo attraversando forse il momento peggiore della storia del mezzo dal 1895, siamo nell’epoca dei remake, sequel, prequel, reboot e quando il film non è legato a queste logiche di mercato quasi sicuramente è tratto da un libro di successo.

Pensate alla televisione: mai come ora stiamo rivivendo programmi in auge diversi anni fa (Sarabanda, Furore, Camera Cafè) che ovviamente invecchiano male.

Pensate ai social: alle pagine da milioni di fan che vivono di ricordi come Machenesannoi2000 o le varie Operazioni Nostalgia.

Pensate al fumetto: qual è attualmente l’autore di maggior successo in Italia? Zerocalcare. E su cosa si basa il suo immaginario artistico?

Indovinate un po’…

Ma quando nasce la passione per la nostalgia?

Qualcuno potrebbe dire con l’avvento di Max Pezzali (uno che era già nostalgico all’epoca degli 883 e che sulla nostalgia della vita di provincia ha scritto le più belle canzoni degli anni ’90).

Francesco Bertolotti in arte… Cisco

Io invece credo che  per noi Millennials sia stato decisivo il doppio colpo inferto dall’arrivo dei social e dalla crisi economica.

Parliamoci chiaro: i social network, oltre a permetterci di trovare un cugino di secondo grado in Mozambico, non hanno fatto che acuire la nostra paura del futuro spingendoci a condividerla con chi simpatizza (cum patior: “soffrire insieme”)  con noi. Abbiamo esorcizzato tale paura rifugiandoci quotidianamente nell’idea nostalgica del “ciò che è vecchio è bello” e ci siamo rafforzati con like e commenti positivi.

L’industria dell’intrattenimento ovviamente non è rimasta a guardare  e ci ha confezionato (e continua a farlo) prodotti che rispondevano alle nostre esigenze di conforto.

Scapperemo mai da questa trappola? Non lo so.

So solo che ora il futuro è oramai un lontano ricordo.

Francesco Pierucci

TOP 5: I MIGLIORI FILM DI STEVE BUSCEMI

Se c’è un attore che ritengo sottovalutato quello è Steve Buscemi.

Relegato a ruolo di perenne comprimario a causa della sua fisionomia da caratterista, l’attore americano ha dimostrato di poter essere un protagonista fantastico (basti pensare alla recente serie tv Boardwalk Empire). Oggi vorrei ripercorrere con voi le sue cinque migliori interpretazioni:

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FUGA DA LOS ANGELES

Nel fortunato sequel di 1997: Fuga da New York, Steve Buscemi interpreta Eddie “Mappa delle stelle”, un imbroglione che vende tour interattivi di L.A. e che aiuterà Jena Plisken nella sua missione impossibile.

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GHOST WORLD

Forse il film in cui ho provato più pena per Buscemi. Tratto dalla bellissima graphic novel di Daniel Clowes, Ghost World ci presenta Seymour, il classico sfigato (appassionato di blues) che viene in un primo momento raggirato e deriso dalla giovane Enid. Un animo malinconico e sofferente che non riesco a dimenticare.

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IL GRANDE LEBOWSKI

Se Il grande Lebowski è entrato di diritto nell’immaginario collettivo degli spettatori, il merito è anche del Donny di Buscemi. Schiacciato da due personalità ingombranti quali Drugo e Walter, Donny passa sempre in secondo piano anche quando perisce per mano dei tremendi nichilisti. Poveretto.

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FARGO

Altro film dei Coen, altra interpretazione memorabile. Questa volta il Nostro interpreta Carl Showalter, uno dei sicari incaricati di rapire la moglie del protagonista. Buscemi forma una coppia irresistibilmente agli antipodi con Peter Stormare e il suo silenzioso Gaear.

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LE IENE

Non riesco a immaginare il film di Tarantino senza il mitico Mr. Pink. Oltre a rivestire un ruolo centrale nella trama, il personaggio di Buscemi recita le battute più belle dell’intera pellicola ( “Non do mance”, “Il violino più piccolo del mondo”, “Perché devo essere io Mr. Pink?” e tante altre).

Francesco Pierucci

UN REGISTA, 3 FILM: MICHAEL MANN

Dopo mesi di benemerita inattività, ecco che i Disoccupati si rifanno vivi. Motivo? Non siamo più così disoccupati e quindi ce tocca lavorà!

Oggi torniamo a trattare una vecchia rubrica a cui sono particolarmente affezionato: Un regista, tre film e il regista in questione è uno dei più importanti degli ultimi 30 anni: Michael Mann.

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STRADE VIOLENTE

Avete presente Drive il film di Refn con Ryan Gosling? Ecco, deve il 99% della sua bellezza a questa pellicola del 1981 di Michael Mann. Uno dei film d’esordio più straordinari delle ultime decadi. Interamente girato di notte, Strade Violente è uno di quei film che ti rimangono dentro anche alla fine della proiezione. Il merito va gran parte all’interpretazione straordinaria di James Caan, ladro di gioielli e giustiziere catartico.

HEAT – LA SFIDA

Quando penso a Heat mi vengono in mente le divertenti discussioni con i miei amici anglofoni: ogni volta che nominavo questo film loro capivano It il pagliaccio perché noi italiani non pronunciamo mai l’acca aspirata ma sto divagando… La verità è che siamo davanti a uno degli heist movie più belli di tutti i  tempi e alla migliore performance di Pacino e De Niro (che avevano già recitato assieme ne Il padrino parte II senza però condividere la scena) . Richiamo palese a Tutte le ore feriscono…l’ultima uccide di Melville, Heat è una pellicola che ha influenzato tantissimi registi a venire (basti pensare alla scena iniziale de Il cavaliere Oscuro)

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COLLATERAL

Il mio film di Michael Mann preferito. Forse non il migliore ma, per una serie di motivi personali, sicuramente in cima alla mia classifica. Motivo? Più di uno: solita strepitosa regia notturna di Mann, sceneggiatura a prova di bomba di Stuart Bettie e interpretazioni sorprendenti dei due protagonisti (in particolare Cruise sicario brizzolato). Una Los Angeles abbandonata a se stessa che mette in luce l’indifferenza dell’essere umano verso i suoi simili. E tu spettatore resti fermo e non puoi fare a meno di lasciarti trasportare dalle immagini come un coyote che contempla la notte. 

 

Francesco Pierucci