UNIPOL BIOGRAFILM COLLECTION: UNA RASSEGNA DA NON PERDERE!

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Tra le rassegne interessanti dell’ultimo periodo ci teniamo a promuovere la Unipol Biografilm Collection, un’occasione unica per gli amanti del documentario e del buon cinema in generale. In ventitrè sale del circuito UCI Cinemas sparse per tutta Italia (Lombardia, Lazio, Emilia, Toscana, Liguria, Piemonte, Marche, Umbria e Triveneto) ogni martedì per nove settimane saranno visibili, grazie a I Wonder Pictures, i documentari più importanti (che nei nostri cinema trovano purtroppo sempre meno spazio) in lingua originale con i sottotitoli in italiano. La rassegna che durerà fino ad aprile è cominciata ieri con il botto: il film d’apertura infatti è stato il magnifico Sugar Man, non a caso premio Oscar 2013 per il Miglior Documentario. Imperdibili in futuro per i Disoccupati saranno sicuramente The Look of Silence di Joshua Oppenheimer (che forse ricorderete per The Act of Killing) e The Unknown Known del buon vecchio Errol Morris (presentato a Venezia lo scorso anno).

Insomma, se non andate al cinema vi meritate Checco Zalone!

Francesco Pierucci

04 DIETROSPETTIVE- VISITOR Q: IL RIAVVICINAMENTO FAMILIARE VISTO DA TAKASHI MIIKE

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La famiglia Yamazaki è completamente allo sbando: il padre Kiyoshi è un giornalista sprovveduto che ha un rapporto sessuale con la figlia Miki, prostituta; la madre Keiko vende il suo corpo per soldi che spende per l’eroina, unica via di fuga dal terrore per i continui pestaggi da parte del figlio minore Takuya, vittima di bullismo da parte dei compagni di scuola. L’andamento anormale viene scosso dall’arrivo di un visitatore innominato, che silenziosamente ristabilisce la situazione.

La vera genialità di questo film del 2001, molto diverso da quelli che hanno dato fama al regista giapponese Takashi Miike (The Call), non sta nel sintetizzare con la storia di una famiglia la situazione del Giappone del periodo, con vittime e carnefici che convivono assieme (nella stessa casa col rapporto madre-figlio, nello stesso corpo con la figura di Takuya) e giovani sempre più influenzati negativamente dalla vecchie generazioni;  non è da ricercare nemmeno nel bellissimo collage di immagini provenienti da media differenti (fotocamera della figlia, videocamera amatoriale del padre giornalista, immagini televisive del tg, riprese cinematografiche classiche) che fanno perdere la bussola allo spettatore che non sa più, col procedere della pellicola, se ci sia un regista dietro alle cose che vede oppure siano fatti reali ripresi (la fiction e il documentario collimano). Il vero colpo di genio di Miike sta nel prendere la classica storia di Mary Poppins, che commuove grandi e piccini, e rileggerla in chiave moderna, con violenze, incesti, stupri, necrofilia, droga. Tutto si riduce a questo: la storia di una famiglia in difficoltà che ha bisogno di un intervento esterno per rimettersi in carreggiata, un semplice dramma familiare a lieto fine.

Il "Visitatore", moderno Mary Poppins, si ripara dal latte

Il “Visitatore”, moderno Mary Poppins, si ripara dal latte

Cambia la filosofia di base dell’aiutante esterno: se per la dolce Mary, tutto magicabula e pillole che vanno giù, la chiave per il successo è l’olio di gomito e il sorriso, al Visitor Q basta strizzare fortemente l’ingente seno della signora Keiko, dal quale sgorgherà un fiume di latte (sarebbe contento il Jim Carrey di Io, me e Irene) per ripristinare il giusto equilibrio della famiglia, con la donna che riacquista il suo statuto di moglie e madre che gestisce la situazione (vedi scena finale); se la supertata interpretata da Julie Andrews usa il suo portentoso ombrello per volare, il visitatore di Miike lo utilizza per proteggersi dal latte di Keiko; o ancora se Mary sancisce il rapporto con il padrone di casa con una stretta di mano, ecco che il Visitor Q preferisce sbattere violentemente una pietra nella testa del distratto Kiyoshi (logicamente due volte). Il tutto non scema nell’umorismo grottesco e fine a se stesso, anzi il film regge fino all’ultimo senza annoiare o cadere nella violenza inutile (vero Kim Ki Duk?). Un bel film, per stomaci forti, da recuperare e vedere. Se non altro per sentire la frase migliore, di cui riporto una parafrasi: “Anche i corpi morti si bagnano. Ah no, è merda”.

Matteo Chessa

03-DIETROSPETTIVE: LE AVVENTURE DI HAJJI BABA, LA RIVINCITA DELLA RETE 4 POMERIDIANA

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Domenica pomeriggio. Le partite di Serie A sono appena finite, sei sazio di calcio e non hai voglia di sentire Beppe Dossena e Franco Lauro che ripetono le solite frasi sul fuorigioco inesistente e il rigore netto, prendi il telecomando e clicchi il tasto 4, guardi l’immancabile film delle 17. Se sei fortunato trovi il capolavoro difficilmente reperibile (una volta io ho visto Destino Cieco, stupenda pellicola di Kieslowski da cui hanno poi tratto/plagiato Sliding Doors), se sei superfortunato ti godi la commedia romantico-avventurosa americana degli anni 50 e passi un pomeriggio spensierato, tra risate e colpi di scena. A questo secondo filone appartiene Le avventure di Hajji Baba, film del 1954 di Don Weis che narra delle gesta eroiche del barbiere che dà il titolo alla pellicola (interpretato dal giovanissimo John Derek), che tra inside e pericoli conquista la bella principessa Fawzia (Elaine Stewart) e la salva dalle grinfie del malefico Nur-El-Din (Paul Picerni).

Appartenente alla categoria avventure nel deserto, è uno dei tanti film che prende spunto da Le Mille e una notte per trattare argomenti socio-culturali dell’America del periodo. Evidente è qui ad esempio il tema della rivincita dei ceti più bassi, con la nobiltà interiore che ha più valore di tutte le ricchezze della terra; Hajji con coraggio, spavalderia e forza riesce a fronteggiare e sconfiggere tutti i nemici che affronta non perché loro sono un manipolo di imbecilli patentati che, nonostante sappiano cavalcare e combattere meglio di lui (che, ricordiamolo, è un BARBIERE (!), nemmeno tanto bravo visto che sa fare solo i capelli a zero), si fanno fregare come dei polli dai suoi trucchetti elementari, ma perché la forza del suo animo puro gli conferisce la potenza necessaria per vincere tutte le sfide (indimenticabile il doppio salto mortale alla Yuri Chechi con cui scende da un cavallo in corsa e, facendo jumping su una durissima pietra del deserto, monta sul suo destriero).

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Le temibili armi di Hajji Baba

È forte inoltre la tematica, ancora sospesa nel ’54, dell’inferiorità del sesso femminile, qui invece dipinto come più combattivo e coraggioso di quello maschile; esempio ne sono le turcomanne, fortissimo esercito di donne del deserto, o la principessa Fawzia, capace con il suo carattere di fronteggiare Hajji. Le donne in questo film non sono inferiori, sono allo stesso livello dell’uomo, peccato che però poi il regista ci mostri un Hajji conquistatore capace di portarsi a letto (o tappeto nel caso della guerriera amazzone) tutte le femmine del film, trattandole come giocattoli da usare e poi buttare; o ancora rappresenti lo sdegno e l’orrore negli occhi delle persone alla scoperta che Fawzia, perfettamente travestita da uomo ed irriconoscibile (indossa un turbante che copre i capelli, un po’ come Clark Kent e gli occhiali), in realtà è una donna. Non le fa sembrare inferiori, nooooo…

In fin dei conti però  Le avventure di Hajji Baba è una storia d’amore che emoziona, diverte e tiene incollati alla poltrona, che propone scene incredibilmente geniali (una su tutte, i nemici rapati a zero, logicamente, e inviati all’antagonista come sfida) e una canzone che, mannaggia a lei, ti rimane in testa per tutta la durata del festival di Venezia. Ah già, dimenticavo, ecco perché rivincita di Rete 4, il film è stato inserito nella sezione Venezia Classici all’ultima Mostra del Cinema e ha fatto impazzire tutti i membri della giuria. Giustamente, aggiungo io.

 

Matteo Chessa

02-DIETROSPETTIVE:STAND BY ME,IL CAMMINO VERSO LA MORTE PER TROVARE LA VITA

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Una scena in particolare, verso la fine della pellicola, palesa perfettamente il senso di Stand By Me, film del 1986 diretto da Rob Reiner (Misery non deve morire) e tratto dal racconto di Stephen King The Body, contenuto nella raccolta Stagioni Diverse. Asso (un giovane e convincente Kiefer Sutherland), capo della banda dei Cobra, viene tenuto sotto tiro da Gordie (Wil Wheaton); i due si scambiano un’occhiata lunga e decisa finché il primo, spaventato, indietreggia e si allontana. La scena ha più risalto se paragonata a quella precedete in cui il giovane leader della banda, gareggiando contro uno dei suoi in auto, intraprende la stessa sfida di sguardi con un autista a cui sta andando sopra contromano e che farà uscire fuoristrada senza temere nemmeno per un momento la morte. Ma se qui Asso ci viene presentato come uno che non ha paura di morire, cosa vede negli occhi decisi di Gordie che lo fa scappare? Se non è la morte, cosa? Semplicemente la ritrovata voglia di vivere del ragazzo, la totale mancanza di paure dovuta ad una nuova speranza. Ed è di questo che in fin dei conti parla il film, di paure e problemi che sembrano insormontabili ma che vengono superati se affrontati in gruppo.

La trama è famosissima: quattro giovani amici, Gordie, Chris (River Phoenix), Vern (Jerry O’Connell) e Terry (Corey Feldman), intraprendono un viaggio di due giorni, seguendo le rotaie di una ferrovia, per vedere il cadavere di un ragazzo investito dal treno. Ognuno ha un peso che si porta dietro e lo fa soffrire: la morte dell’amatissimo fratello il primo, un furto scolastico il secondo, difficoltà di farsi accettare perché grasso e insicuro il terzo, un padre eroe di guerra rinchiuso in manicomio per molestie ai suoi danni il quarto. Man mano che avanzano verso la meta impareranno ad affrontare i propri fardelli e si prepareranno ad iniziare una nuova vita, magari non più assieme, ma legati per sempre dal ricordo del viaggio.

Acclamato da tutti come emblema dell’amicizia e della lealtà, affrontato dai critici come un film che parla di ricordi che, da dolorosi (la figura del fratello, il padre manesco, il furto), si purificano e fanno crescere, Stand By Me tratta in primis di un cammino verso la morte per ritrovare la vita, un viaggio omerico verso gli inferi delle paure che culmina con la vista del cadavere e la risalita verso la luce di una nuova vita. Tra giochi fanciulleschi, scherzi e screzi, pianti e risate, ognuno dei quattro amici cambia e si evolve. Recitato da attori non ancora conosciuti, lancia nel cinema il bravissimo River Phoenix, sicuramente una spanna sopra gli altri e troppo prematuramente scomparso (Leonardo Di Caprio ringrazia), ma dà volto anche ad altri interpreti che saranno poi protagonisti della Hollywood futura, dal già citato Sutherland a John Cusack, presente nei flash back nel ruolo del fratello morto di Gordie. Unico attore conosciuto è Richard Dreyfuss che interpreta quest’ultimo da grande.  Il titolo iniziale doveva essere uguale a quello del racconto di King ma venne cambiato per poter utilizzare come colonna sonora la canzone omonima di Ben E.King. La scena della corsa sul ponte è ormai entrata nella memoria comune. 

 

Matteo Chessa

01-DIETROSPETTIVE: IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE, OVVERO L’ARTE DELLO SCHIVARE I PROIETTILI COPRENDOSI IL VOLTO

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Nel capolavoro dei fratelli Wachowski Matrix, film del 1999, il protagonista Neo (Keanu Reeves), l’eletto e unica speranza di salvezza dell’umanità, impiega più di ¾ della pellicola per auto-convincersi della sua potenza e schivare i proiettili dei nemici. I suoi compagni di missione Morpheus e Trinity (gente che spacca i culi!), dopo allenamenti vari e programmi caricati nel cervello con una naturalezza disarmante, non sono in grado di farlo. Immagino non gli faccia piacere sapere che esiste un modo più semplice per riuscire nell’impresa; lo dimostra Paul Kersey, il freddo e manico (appellativo usato dal villain del quarto film che ho trovato molto calzante) architetto protagonista della serie di cinque film dedicati a Il Giustiziere della Notte. Infatti nonostante si sia trovato, nelle pellicole a lui dedicate, molte volte sotto il fuoco di un gran numero di nemici che con mitra, uzi, fucili, pistole di piccolo e grosso calibro, bazooka gli sparavano addosso, non ha mai riportato la minima ferita (tranne nel primo film che però è bello). Il modo di scamparla è sempre lo stesso: sguardo da mucca che guarda passare il treno, braccia che si alzano e incrociano coprendo il volto ma lasciando inesorabilmente scoperto il resto del corpo che diventa un bersaglio facile anche per un bambino cieco che si diverte con le fionde, corsa blanda e lenta verso una direzione, tuffo finale a corpo morto nel cemento ma atterraggio perfetto (roba che neanche Vanessa Ferrari!). Risultato: vita salva, nessuna ferita e adrenalina alle stelle (che puntualmente si tramuta in carica omicida). Se aggiungiamo che Paul Kersey è interpretato dal sessantenne Charles Bronson ( nel quinto episodio ha addirittura 74 anni) allora l’urlo al miracolo è doveroso.

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Bronson felice durante la festa dei suoi 18 anni.

Con la sua immensa velocità, degna dei migliori velocisti al mondo, la sua infallibile mira da cecchino nato (è un architetto e lo ha sempre fatto) Paul si diletta nell’uccidere i balordi che, puntualmente, fanno del male alla donna che ama. Tipico esempio di sequel realizzati per motivi economici, la saga del giustiziere della notte rovina tutto ciò che di bello e poetico vi è nel primo capitolo, la contrapposizione tra la giustizia ordinaria e quella privata, il vendicatore che si tramuta in vigilantes, la morte del prossimo che compensa il vuoto interiore. Tutto ciò viene banalizzato fino all’infinito con trame poco sviluppate, personaggi per niente approfonditi, scontri a fuoco degni di Primavera di granito. Resta l’ottima forma atletica di Charles Bronson, i suoi scatti felini, il suo sguardo da tigre e la super mossa con cui spaventa i nemici, le pallottole, la morte stessa. Vediamo se Bruce Willis, che dovrebbe interpretare l’architetto nel remake, saprà fare lo stesso.

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Sid, famoso centometrista e allenatore di Paul Kersey durante il liceo. 

Matteo Chessa

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SALUTI

Salve a tutti (cioè a me),

mi chiamo Francesco e sono uno studente di cinema (ahahah) nonché presente e futuro disoccupato (da qui il titolo del blog… “ILLUSTRE” invece è per il mio immenso ego). Ho deciso di aprire questo spazio perché quello di MSN era caduto in prescrizione ma soprattutto perché mi sento in dovere di condividere con voi (me) il più grande dono che l’uomo possa ricevere: UN PENE PIU’ LUNGO????  Macché! La CAPACITA’ DI SINTESI!!! Scriverò brevemente su un po’ di tutto ciò che non ha attinenza con la realtà, quindi cinema,  fumetti, serie TV, escludendo a priori le attività lavorative a meno che non si tratti di stage retribuiti (che in quel caso hanno molto poco a che fare con la realtà). Rifletterò con orgoglio e pregiudizio su ciò che più mi sconfinfera (che bel verbo armonioso… Succhia, correttore automatico di Word) dai manga ai comics, dal cinema mainstream a quello littlestream, passando per una qualsiasi stagione di Californication (tanto sono tutte uguali!). Detto questo mi dileguo e vi saluto con una promessa per i post a venire:

“Sarò brev…”

 

SALUTI