UN REGISTA, 3 FILM: MICHAEL MANN

Dopo mesi di benemerita inattività, ecco che i Disoccupati si rifanno vivi. Motivo? Non siamo più così disoccupati e quindi ce tocca lavorà!

Oggi torniamo a trattare una vecchia rubrica a cui sono particolarmente affezionato: Un regista, tre film e il regista in questione è uno dei più importanti degli ultimi 30 anni: Michael Mann.

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STRADE VIOLENTE

Avete presente Drive il film di Refn con Ryan Gosling? Ecco, deve il 99% della sua bellezza a questa pellicola del 1981 di Michael Mann. Uno dei film d’esordio più straordinari delle ultime decadi. Interamente girato di notte, Strade Violente è uno di quei film che ti rimangono dentro anche alla fine della proiezione. Il merito va gran parte all’interpretazione straordinaria di James Caan, ladro di gioielli e giustiziere catartico.

HEAT – LA SFIDA

Quando penso a Heat mi vengono in mente le divertenti discussioni con i miei amici anglofoni: ogni volta che nominavo questo film loro capivano It il pagliaccio perché noi italiani non pronunciamo mai l’acca aspirata ma sto divagando… La verità è che siamo davanti a uno degli heist movie più belli di tutti i  tempi e alla migliore performance di Pacino e De Niro (che avevano già recitato assieme ne Il padrino parte II senza però condividere la scena) . Richiamo palese a Tutte le ore feriscono…l’ultima uccide di Melville, Heat è una pellicola che ha influenzato tantissimi registi a venire (basti pensare alla scena iniziale de Il cavaliere Oscuro)

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COLLATERAL

Il mio film di Michael Mann preferito. Forse non il migliore ma, per una serie di motivi personali, sicuramente in cima alla mia classifica. Motivo? Più di uno: solita strepitosa regia notturna di Mann, sceneggiatura a prova di bomba di Stuart Bettie e interpretazioni sorprendenti dei due protagonisti (in particolare Cruise sicario brizzolato). Una Los Angeles abbandonata a se stessa che mette in luce l’indifferenza dell’essere umano verso i suoi simili. E tu spettatore resti fermo e non puoi fare a meno di lasciarti trasportare dalle immagini come un coyote che contempla la notte. 

 

Francesco Pierucci

UN REGISTA TRE FILM – FRANK CAPRA

Tirato in ballo in molti articoli degli ultimi giorni che ricordano la sua gaffe alla notte degli Oscar del 1934, quando, candidato per Signora per un giorno  , salì sul palco al posto del premiato Frank Lloyd (che si portò a casa molte statuette per il suo Cavalcata, QUI la nostra recensione), Frank Capra è sicuramente uno dei registi più importanti del cinema classico hollywoodiano, autore di molte pietre miliari della settima arte. Pioniere del genere screwball comedy che tanto bene fece al cinema di quegli anni e che gettò le basi per le commedie che seguirono, ha realizzato una quantità innumerevole di capolavori; di seguito i tre secondo noi più meritevoli

 

ACCADDE UNA  NOTTE

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Da molti considerato il primo film del genere screwball, è una commedia brillante, incalzante, romantica e commovente, con uno straordinario Clark Gable e una irresistibile Claudette Colbert. Vinse l’Oscar al miglior film. QUI la nostra recensione estesa.

 

ARSENICO E VECCHI MERLETTI

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Cary Grant scapolo d’oro neosposo, due vecchiette assassine, un fratello serial killer identico a Boris Karloff, un fratello tocco che si crede presidente Teddy Roosevelt. Con delle premesse così non si può non innamorarsi di questo film, sicuramente il più divertente della sterminata filmografia di Capra.

 

È ARRIVATA LA FELICITÀ

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Molti avrebbero scelto altri film (La vita è meravigliosa, La donna di platino, Arriva John Doe) ma io non posso fare a meno di inserire questa stupenda commedia che a tratti fa piangere e in molti altri fa sbellicar dalle risate. Gary Cooper al suo apice, regala uno sguardo (quando scopre la vera natura di Jean Artur) da far vedere a chi vuol dare un volto alla delusione.

 

Matteo Chessa

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UN REGISTA, TRE FILM: PAOLO SORRENTINO

Reduce dalla produzione della serie TV “The Young Pope” con Jude Law, Paolo Sorrentino, premio Oscar per La grande bellezza, è uno dei registi contemporanei più apprezzati sia in Italia che, soprattutto, all’estero. Amato o disprezzato, al regista napoletano non si può negare il merito di essere in parte riuscito a conciliare il cinema d’autore con i gusti del grande pubblico. Questi i tre film preferiti dal Disoccupato Illustre.

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UN REGISTA, TRE FILM: NANNI MORETTI

Dal folgorante esordio con Io sono un autarchico all’ultimo, straziante, autobiografico Mia Madre, in cui elabora il fresco lutto familiare di una figura sempre presente (direttamente come in Aprile) o indirettamente (Palombella Rossa, Caro Diario) nella sua filmografia, Nanni Moretti, più volente che nolente, ha portato una ventata di freschezza e ribellione a un cinema italiano in netta difficoltà nel sostituire i grandi autori dell’epoca passata (che continuano comunque a sfornare film di alto livello) e trovare nuovi modi di raccontare, filmare. Tra i più grandi registi attuali, adorato da Kieslowski che lo pretese nel suo Film Rosso (parte rifiutata per un presunto tumore, vedi Caro Diario), ha realizzato film indimenticabili e imprescindibili per chi pretende di poter parlare, anche con amici al bar, di cinema. Questi sono i tre preferiti dal Disoccupato Illustre.

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UN REGISTA TRE FILM – DAVID FINCHER

Se dovessimo valutare la grandezza di un regista dal valore della sua opera prima, questo articolo non avrebbe nemmeno ragione di esistere. Questo perché la pellicola di debutto alla regia di David Fincher (dopo una gavetta negli effetti speciali nella Industrial Light & Magic di George Lucas e un esordio dietro alla macchina da presa in spot e videoclip musicali) fu Alien³, seguito delle due famose pellicole Alien e Aliens – Conflitto Finale dirette rispettivamente da due guru della fantascienza quali Ridley Scott e James Cameron. Girare come primo lungometraggio il terzo capitolo di una saga tanto celebre fu un’arma a doppio taglio per l’allora nemmeno trentenne Fincher e, come c’era da aspettarsi, il lavoro non ebbe successo venendo poco apprezzato dai fan per i suoi toni eccessivamente cupi e una sceneggiatura oltremodo spuria, soprattutto a causa del taglio di oltre mezz’ora del film da parte dei produttori della pellicola.

Però Fincher non si diede per vinto e il successo non tardò ad arrivare: nel 1995 uscì Seven, che oltre ad avere un ottimo successo di critica e pubblico, divenne negli anni un vero e proprio cult degli anni Novanta. Lo stesso di può dire per l’opera più famosa di Fincher, Fight Club, che all’inizio non ebbe risultati soddisfacenti al botteghino e fu stroncato dalla critica in più occasioni ma fu risollevato ampiamente dalla successiva distribuzione per home video.  Collocato cronologicamente tra questi due colossi, una nota la merita The Game – Nessuna regola, uscito nel 1997 e, sebbene non riscosse lo stesso successo dei due film sopracitati, mise in mostra le ottime doti registiche di Fincher anche grazie all’ottimo cast nel quale svettavano Sean Penn e Michael Douglas.

Gli anni Duemila non iniziarono nel migliore dei modi per il regista di Denver: nel 2002 fu la volta di Panic Room, un thriller che ha nell’eccessiva frettolosità delle fasi di produzione e un calo nella seconda parte del film i suoi punti deboli. Le due pellicole successive furono Zodiac (2007, presentato a Cannes) e Il Curioso Caso di Benjamin Button (2008) che fece incetta di nomination agli Oscar (13, vincendone 3) e segnò la terza collaborazione del regista con Brad Pitt. Entrambi furono considerati ottimi film e permisero a Fincher di lanciarsi nell’opera che doveva consacrarlo definitivamente, The Social Network, uscito nel 2010. E così fu: il film ebbe un successo planetario e da più parti fu considerato il film dell’anno.

Arriviamo così agli ultimi due lavori di Fincher: Millennium-Uomini che odiano le donne, seconda trasposizione cinematografica del fortunato romanzo di Stieg Larsson e nel 2014 Gone Girl, uno splendido thriller hitchcockiano nettamente l’opera migliore di Fincher dopo i due cult Seven e Fight Club (ve ne abbiamo parlato qui).

Ecco dunque le tre scelte de IL Disoccupato Illustre, consci del fatto che le prime due sono meritatamente  scontate.

SEVEN

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Come sottolineavamo qualche settimana fa, Fincher è uno dei registi che maggiormente cura i titoli di testa (ne sono esempi, oltre a Seven, anche Zodiac o Millennium): sono sporchi e disturbanti, proprio come il criminale John Doe, antagonista del film, interpretato magnificamente da Kevin Spacey (negli anni in cui infilò quasi in sequenza I Soliti Sospetti, LA Confidential e American Beauty). Lo stesso attore ebbe la geniale idea di non volere il suo nome inserito nei titoli di testa per rendere alla perfezione l’effetto sorpresa causato dalla sua entrata in scena. Non ce ne vogliano i due attori protagonisti Brad Pitt e Morgan Freeman (comunque buone le loro interpretazioni) ma è lui la forza del film grazie alle sue frasi divenute leggendarie e al suo essere un villain atipico. Infatti John Doe colpisce le sue vittime secondo delle regole ben precise: sono tutti colpevoli di vizi capitali. E il disegno si rivela ancora più spiazzante quando scopriamo a chi si riferiscono i vizi dell’invidia e dell’ira…

Da segnalare l’ottimo doppiaggio in italiano di Francesco Pannofino per il personaggio di Doe oltre al sapiente montaggio di Richard Francis-Bruce, che portò a casa l’unica candidatura agli Oscar per la pellicola.

FIGHT CLUB

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Inserito in ogni possibile classifica dei migliori film di ogni tempo (gli utenti del sito imdb lo collocano addirittura al decimo posto) e citato a dismisura in film e canzoni degli ultimi quindici anni, Fight Club deve la sua immensa celebrità in larga misura alle varie frasi talmente entrate nell’immaginario collettivo da essere abusate, tra le più famose meritano di essere menzionate “le otto regole del Fight Club“: “Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club. Terza regola del Fight Club: se qualcuno grida “basta”, si accascia, è spompato, fine del combattimento. Quarta regola: si combatte solo due per volta. Quinta regola: un combattimento alla volta, ragazzi. Sesta regola: niente camicia, niente scarpe. Settima regola: i combattimenti durano per tutto il tempo necessario. Ottava ed ultima regola: se questa è la vostra prima sera al Fight Club… dovete combattere”. Chi le pronuncia? Tyler Durden, il miglior Brad Pitt che si sia mai visto al cinema. È un uomo eccentrico ma del personaggio vogliamo ricordare le critiche al consumismo e all’alienazione dell’uomo moderno, incredibilmente attuali ancora oggi. Ad affiancarlo il protagonista (il cui nome non viene mai pronunciato) interpretato da un Edward Norton a inizio carriera ma che poche altre volte sarà così convincente.

Ha insegnato qualcosa e forse è questo il fine ultimo della settima arte.

 THE SOCIAL NETWORK

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Fincher fu bravo a capire qual era il momento giusto per girare un film su Facebook: nel 2010 la moda era divampata una volta per tutte ma i social network non erano ancora al centro della vita delle persone come lo sono oggi. Il film, forse anche per questo motivo, non si rivelò banale. Al centro della storia vi è la genesi di Facebook e della causa milionaria tra il fondatore Mark Zuckenberg e i gemelli Cameron e Tyler Winklevoss che lo accusarono di avere rubato loro l’idea. Il cast è composto da attori giovani: i tre attori principali sono Jesse Eisenberg (Zuckenberg), Andrew Garfield (il co-fondatore Eduardo Severin) e Justin Timberlake (Sean Parker, boss di Napster che contribuì a dare a Facebook quella dimensione internazionale che ha oggi). Sul libro di Ben Mezrich Miliardari per caso – L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento si basa la sceneggiatura di Aaron Sorkin, come sempre notevole a creare dialoghi fulminanti e a creare personaggi “con la battuta pronta”, la stessa trovata che lo lanciò nell’olimpo degli sceneggiatori negli anni ’90 con la serie TV West Wing. Un difetto? Il personaggio di Zuckenberg, genio arrogante e tagliente nelle parole ma al contempo freddo e distaccato, al cinema sa di già visto (Good Will Hunting e A Beautiful Mind).

Candidato a otto Oscar nel 2011, ne vinse tre: miglior sceneggiatura non originale, miglior colonna sonora e miglior montaggio.

Michael Cirigliano

UN REGISTA TRE FILM – ROBERT ZEMECKIS

Appena scoccato il 2015, molti di noi si sono sentiti nel futuro, lì dove l’immaginazione di un grande regista contemporaneo aveva catapultato Marty McFly e Doc nella seconda parte de Ritorno al Futuro (ricordiamo che la loro macchina del tempo dovrebbe arrivare il 21 ottobre di questo anno). Ovunque si è scherzato sulle invenzioni previste in quel film e poi realmente realizzate (carburanti alternativi, le videoconferenze, ecc) e su altre non ancora giunte (scarpe che si allacciano da sole e la stessa macchina del tempo).

Quel grande regista contemporaneo è Robert Zemeckis che nel 1985 plasmò un film icona del cinema anni ’80 e della fantascienza in generale, Ritorno al futuro. Fu un successo internazionale talmente enorme che nel 2007 fu scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Ma la carriera del regista di Chicago non si fermò lì, anzi. Già nel 1988 rivoluzionò il mondo del cinema con Chi ha incastrato Roger Rabbit e negli anni ’90 girò uno dei più famosi capolavori della storia del cinema, Forrest Gump con protagonista Tom Hanks che collaborerà nuovamente con Zemeckis in Cast Away. Nonostante qualche clamoroso scivolone come La leggenda di Beowulf, bocciato quasi all’unanimità da pubblico e critica, la stella del celebre regista non si è eclissata fino all’ultima fatica Flight, che ha segnato il suo ritorno al live action dopo un assenza lunga 12 anni.

Ad ottobre è previsto il ritorno nelle sale di Zemeckis con The Walk che, con Joseph Gordon Lewitt protagonista, racconterà la storia di Philippe Petit, il funambolo francese che il 7 agosto 1974 compì la traversata delle Torri Gemelle del World Trade Center su un cavo d’acciaio senza alcuna protezione.

Ora, in questo nuovo appuntamento con la nostra vecchia rubrica “Un regista tre film”, analizzeremo tre tappe della carriera di Zemeckis, in ordine rigorosamente cronologico.

CHI HA INCASTRATO ROGER RABBIT?

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Mentre era ancora in corso la trilogia de Ritorno al Futuro, Zemeckis girò nel 1988 Chi ha incastrato Roger Rabbit. Prodotto da Steven Spielberg (che fu lo scopritore di Zemeckis), è uno dei lavori più innovativi del cinema moderno, capostipite di un vero e proprio filone di film a tecnica mista che unisce il live action all’animazione. Prima di questo film, gli esperimenti per combinare l’animazione con le riprese in live action non avevano mai convinto pienamente il pubblico, a causa dell’incapacità di amalgamare in maniera convincente i due elementi, oltre alla mancanza di reale partecipazione degli interpreti che non riuscivano a simulare l’interazione con elementi che durante le riprese non erano esistenti. Furono necessari tre anni di duro lavoro per portare a compimento questa pellicola: grazie a un lavoro di effetti speciali ottici, i disegni sono perfettamente integrati nelle scene e non sembravano solo delle figurine attaccate appositamente in una fase successiva alle riprese. La simulazione dell’interazione con gli ambienti e gli attori dà così la realistica impressione che i personaggi animati si trovino davvero lì. Decisive sono state le ottime interpretazioni del cast che vi ha partecipato (da Bob Hoskins a Christopher Lloyd) che è riuscito nell’intento di trasmettere la giusta dose di emotività e di mimica fisica. Candidato a 6 Oscar tecnici, ne vinse tre (Miglior Montaggio, Miglior montaggio sonoro, Migliori effetti speciali), oltre ad un Oscar speciale a Richard Williams per la creazione e la direzione delle animazioni.

 

FORREST GUMP

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Ci sono film che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia della settima arte e altri in grado di avere un impatto notevole nella cultura popolare. A vent’anni di distanza dall’uscita del capolavoro in questione, si può dire che Forrest Gump sia riuscito a centrare entrambi questi obiettivi. Tratto all’omonimo romanzo di Winston Groom del 1986, il film narra la vita di Forrest Gump, un ragazzo americano dotato di uno sviluppo cognitivo inferiore alla norma ma che fu diretto testimone (e spesse volte addirittura protagonista) di alcune tappe importanti della storia americana. Ad interpretare il protagonista fu scelto Tom Hanks, che quando iniziarono le riprese non aveva ancora vinto l’Oscar per Philadelphia ma che bissò il successo nel 1994 nei panni di Forrest, vincendo due Oscar di fila ed eguagliando il record (ancora imbattuto) di Spencer Tracy. Oltre a ciò, Hanks si portò anche a casa 8 milioni di dollari come compenso, una cifra da capogiro considerando l’epoca e il fatto che Hanks non fosse ancora una stella di primo ordine. Come abbiamo già sottolineato in altre occasioni, la forza di questa pellicola sta nel riuscire a rendere un personaggio di fantasia una figura importante in eventi cardine del Dopoguerra a stelle e strisce come la Guerra del Vietnam e lo scandalo di Watergate. Questo grazie alle tecniche CGI che permisero che il personaggio di Forrest incontrasse anche personaggi defunti come il presidente Kennedy e John Lennon, e perfino che stringesse loro la mano. L’effetto finale è un coinvolgimento dello spettatore, che è naturalmente indotto a pensare che Forrest Gump sia realmente esistito. Per questo innovativo uso degli effetti visivi, il film ha vinto il Premio Oscar nella categoria. Oltre ai due Oscar citati, il film ne portò a casa altri 4 (su 13 candidature), segnando la definitiva consacrazione di Zemeckis che vinse come Miglior Regista (l’unico in carriera), soffiando l’ambita statuetta nientemeno che a Quentin Tarantino, in lizza per Pulp Fiction.

 

 CAST AWAY

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Sei anni più tardi, il sodalizio tra il regista e Tom Hanks si rinnovò con Cast Away. Ne uscì un altro ottimo film che riuscì a rendere originale un tema risalente come quello dell’uomo unico naufrago su un’isola deserta. Il personaggio in questione è Chuck Noland, dirigente operativo della FedEx, nota azienda di spedizione merci in tutto il mondo, il cui aereo diretto in Thailandia, precipita in mare. Chuck si salva approdando su un’isola deserta dove impara a sopravvivere e rimane per quattro anni. Per non impazzire, diverrà amico di un pallone che chiamerà Wilson e che sarà fonte di ispirazione in varie opere successive. Tom Hanks regge la scena praticamente da solo per un’ora, senza annoiarci ma emozionandoci e strabiliandoci con la sua “amicizia” con il pallone Wilson. Un tale sforzo artistico e di genialità non fu però apprezzato a dovere dall’Academy, che preferì premiare un’altra performance storica (ma forse di minore fattura), come quella di Russell Crowe ne Il Gladiatore. Zemeckis non ottenne premi di primo piano ma ebbe il non indifferente merito di affiancare il suo film ad un colosso come il romanzo Robinson Crusoe di Daniel Defoe nell’immaginario collettivo. Senza dimenticare che aprì la strada a un caposaldo della serialità mondiale quale Lost, la cui idea venne al numero uno della ABC Lloyd Brown guardando proprio Cast Away.

Michael Cirigliano

UN REGISTA TRE FILM: MARCO BELLOCCHIO

La sua ultima fatica, Bella Addormentata,  ha incantato la mostra del cinema di Venezia nel 2012 iscrivendo definitivamente il suo nome nella lista dei migliori registi italiani della storia. Ma Marco Bellocchio è solo un regista; ama il cinema a 360 gradi, cura il festival del cinema di Bobbio (piccolo comune del piacentino a lui caro perché location del primo lungometraggio), produce opere di giovani registi innovativi e, dal 2014, è presidente della cineteca di Bologna. Dietro la macchina da presa ha regalato opere indimenticabili e ha collaborato con colleghi come Pasolini, Godard, Lizzani (per il film a episodi Discutiamo Discutiamo) e attori quali Volonté, Mastroianni, Mezzogiorno. Queste sono le mie tre preferite

I PUGNI IN TASCA

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Esordio col botto per Bellocchio, che sforna subito un capolavoro con questo claustrofobico dramma familiare. Indimenticabile Lou Castel nella parte dell’epilettico matricida Alessandro. Bellissima la scena finale con La Traviata in sottofondo.

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA

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Milano, anni 70. In un clima politico teso nella redazione del quotidiano di destra Il Giornale si cerca di utilizzare l’omicidio di una studentessa per incastrare un militante di sinistra. Tralasciando la veggenza della pellicola di Bellocchio (succeduto a Sergio Donati che doveva dirigere il film) che anticipa di due anni la fondazione del quotidiano di Indro Montanelli, è un saggio sull’informazione e sulla manipolazione culturale. Volonté sugli scudi.

VINCERE

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Storia vera di Ida Dasler, moglie di Mussolini e madre del primogenito Benito Albino prima riconosciuto poi dimenticato dal padre. È il più coraggioso, più anti-italiano, più storico e meno politico film di Bellocchio e vanta un duo attoriale in grande spolvero. Ottimo Filippo Timi nel doppio ruolo duce/Benito Albino ragazzo; Giovanna Mezzogiorno però è straordinaria. Almeno due le sequenze immortali: Ida che piange durante la visione de Il Monello di Chaplin e la stessa appesa alle grate del manicomio durante una nevicata.

Matteo Chessa

UN REGISTA TRE FILM: FRANCOIS TRUFFAUT

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Una delle menti più brillanti della storia del cinema, critico e appassionato della settima arte di cui ha una conoscenza spropositata (saprete tutto, oh voi cinefili incalliti, sul suo rapporto con Bazin e sui “giovani turchi” del Chariers du Cinema), si cimenta con la regia nel 1959 (prima alcuni corti) ed è subito capolavoro: I 400 colpi è un film imprescindibile per chi ha pretese di conoscere il cinema. Per molti però Francois Truffaut inizia e finisce con questo film; sono invece tanti (TUTTI) i titoli da recuperare del regista francese, dai quattro successivi lavori della saga di Antoin Doinel (il corto Antoin e Colette episodio del lungometraggio a più mani L’amore a vent’anni, Baci Rubati, Domicile Conjugal e L’amore fugge) al bellissimo La calda amante, da Adele H a, logicamente, Jules e Jim, il suo capolavoro. Impossibile scegliere i suoi tre migliori film, propongo i miei tre preferiti

LA SPOSA IN NERO

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Jeanne Moreau, già attrice di Jules e Jim, nelle vesti di una sposa vendicatrice decisa a uccidere i cinque responsabili della morte del neo-marito, freddato da un colpo di fucile fuori dalla chiesa. Esemplare opera sulla vendetta e sull’amore, ha tocchi di regia poetici.

IL RAGAZZO SELVAGGIO

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Victor , bambino cresciuto nella foresta in cattività, viene affidato al dottor Jean Itard che crede di poterlo educare nonostante l’età avanzata. Truffaut (qui anche attore) ha un rapporto stretto con i bambini, da Jean Pierre Laud ne I 400 colpi alle scolaresche di Gli anni in tasca; raggiunge il suo apice con l’emozionante Jeanne Pierre Cargol, di impressionante bravura. Aulica lezione di logopedia e educazione infantile.

EFFETTO NOTTE

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Un film sul cinema, un film per il cinema. Produzione e retroscena del lungometraggio Vi presento Pamela, mostra la vita di attori e staff quando sono impegnati nella realizzazione di un film. Premiato come Miglior Film straniero agli Oscar 1974, è il più grande film meta-cinematografico mai realizzato.

DA RECUPERARE ASSOLUTAMENTE (E NON ANCORA CITATI)

LA MIA DROGA SI CHIAMA JULIE

L’UOMO CHE AMAVA LE DONNE

LA CAMERA VERDE

L’ULTIMO METRO’

FINALMENTE DOMENICA

Matteo Chessa

UN REGISTA TRE FILM: BRIAN DE PALMA

La fama che circonda alcune opere di Brian De Palma, regista americano in attività dagli anni 60, potrebbe rendere quasi banale la stesura di una classifica che annoveri i tre film migliori. Quasi tutti i più famosi appartengono al genere gangsterisco, da Scarface a Carlito’s way passando attraverso Gli Intoccabili, ma sarebbe ingiusto non riconoscere l’ottima capacità di De Palma di passare tra vari generi e controllarli tutti con maestria e sicurezza, mantenendo tra l’altro invariati i capisaldi della sua cinematografia: il tema del doppio, la scopofilia, la perdita di identità, l’insicurezza, l’omertà. Con i primi lavori comici, Greetings e Hi Mom! col giovane De Niro, e le pellicole hitchcockiane, quelle di (contro la) guerra, fino ai noir e i film in costume o addirittura la fantascienza,  De Palma può essere sicuramente annoverato tra i registi più prolifici della New Hollywood. Ecco tre pellicole scelte dal D.I, cercando di non essere banali.

LE DUE SORELLE

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Danielle Bréton, modella americana, passa la notte con un uomo che la mattina seguente viene massacrato a coltellate dalla sorella gemella. Aiutata dall’ex marito fa sparire il corpo, ma la giornalista Grace Collier vede tutto dalla finestra e cerca di dimostrare il tutto alla polizia. Thriller psicologico sulle orme di Hitchcock (La finestra sul cortile, Marnie, Psyco e Io ti salverò), presenta tutti i temi che seguiteranno nella sua carriera: il doppio, la visione voyeuristica, l’intro finta che esula dal genere trattato (qui un programma tv). Ottima prova attoriale della protagonista Margot Kidder nella parte delle due sorelle. Nonostante sia agli inizi della carriera De Palma regala qui la sua prima perla, una sequenza onirica terrificante, in b/n, in cui scopriamo la verità sulle due gemelle.

CARLITO’S WAY

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Il capolavoro di De Palma, punto più alto di una carriera con molti picchi (Scarface, Mission Impossible); tutto è però inferiore a Carlito’s Way, bellissimo gangster movie che narra le vicende di Carlito Brigante (un Al Pacino in grande spolvero), ex spacciatore portoricano uscito dal carcere dopo 5 anni con la voglia di restare pulito. Sfortuna vuole che il suo avvocato David Kleinfeld (Sean Penn) sia in debito con la mafia. Per un atto di riconoscenza lo aiuta, ma le cose prendono una brutta piega… Bellissima trama, bellissime recitazioni, una regia che non perde mai il controllo della situazione e un inseguimento finale in stazione da capogiro. Cosa volete di più?

REDACTED

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La trama è simile a quella di Vittime di guerra (alcuni uomini dell’esercito americano stuprano e uccidono una indigena); è diversa la guerra, lì Vietnam qui Iraq, e il modo di raccontare dato che in Redacted si utilizza il piglio documentaristico (nonostante tutto sia finzione). Il risultato è un atroce affresco della malvagità umana nascosta sotto abiti protettivi, una critica feroce all’operato statunitense sul fronte, dove più che protettori i soldati vestono i panni dei carnefici. Connotato da una forte intermedilità (riprese video amatoriali, estratti da YouTube e camere nascoste) che cerca di nascondere la mano del regista. Appartiene alla ristretta cerchia di film sulla guerra in Iraq, ed è sicuramente il più feroce nella sua critica (assieme a SOP di Errol Morris).

Matteo Chessa

UN REGISTA, TRE FILM: HOWARD HAWKS

Nuovo appuntamento, nuovo regista: questa volta ho voglia di analizzare uno di quei grandi registi come Wylder o Preminger in grado di spaziare sapientemente tra i generi cinematografici più disparati. Hawks è stato acclamato per magnifici noir (Il grande sonno, Acque del sud), western (Un dollaro d’onore, Rio Lobo) e commedie musicali (Gli uomini preferiscono le bionde). E proprio delle commedie, in particolare di quelle associabili al sottogenere screwball, che tratterà questa (altrimenti impossibile) Top 3.

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ERO UNO SPOSO DI GUERRA

Premetto dicendo che per me Cary Grant è la screwball comedy. E’ questa splendida commedia può spiegarne certamente il motivo: è impossibile non ridere osservando le movenze del divo di Hollywood vestito in modo imbarazzante da donna. Ero uno sposo di guerra va amato innanzitutto per questo ma anche secondo me per la sua trama geniale: per seguire la moglie tenente in guerra, un capitano dell’esercito francese cerca di partire con lei chiedendo l’applicazione della legge a favore delle spose di guerra. Un film intelligente e divertente che parte come la solita “guerra dei sessi” per poi spostarsi su di una tematica più sociale della “lotta alla burocrazia”.

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SUSANNA!

Altro film, altra pietra miliare della storia del cinema. Un occhialuto Cary Grant sopra le righe, perfettamente affiancato da una sbadata Katharine Hepburn. Trionfano qui più che le battute scombussolate e taglienti, le gag fisiche come quella della cena oppure legate agli animali (come nell’altrettanto valido Il magnifico scherzo, sempre di Hawks). A onor di cronaca, è il primo film nel quale la parola gay viene pronunciata in riferimento all’omosessualità.

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LA SIGNORA DEL VENERDI’

E’ senza dubbio questa la mia screwball preferita di sempre. Perché? Interpretazioni magistrali della coppia Grant-Russell, situazioni paradossali, battute a raffica e ritmo incalzante: non a caso il film detiene il record per il dialogo più lungo e veloce della storia del cinema. La modernità della pellicola poi è fuori dal comune: Hildy Johnson, donna degli anni ’40, è in realtà una giornalista spietata e soprattutto rispettata dagli uomini dell’epoca. Un personaggio indimenticabile, insomma. Così come questo film. Vedetelo e non ve ne pentirete.

Francesco Pierucci