UN REGISTA, 3 FILM: MICHAEL MANN

Dopo mesi di benemerita inattività, ecco che i Disoccupati si rifanno vivi. Motivo? Non siamo più così disoccupati e quindi ce tocca lavorà!

Oggi torniamo a trattare una vecchia rubrica a cui sono particolarmente affezionato: Un regista, tre film e il regista in questione è uno dei più importanti degli ultimi 30 anni: Michael Mann.

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STRADE VIOLENTE

Avete presente Drive il film di Refn con Ryan Gosling? Ecco, deve il 99% della sua bellezza a questa pellicola del 1981 di Michael Mann. Uno dei film d’esordio più straordinari delle ultime decadi. Interamente girato di notte, Strade Violente è uno di quei film che ti rimangono dentro anche alla fine della proiezione. Il merito va gran parte all’interpretazione straordinaria di James Caan, ladro di gioielli e giustiziere catartico.

HEAT – LA SFIDA

Quando penso a Heat mi vengono in mente le divertenti discussioni con i miei amici anglofoni: ogni volta che nominavo questo film loro capivano It il pagliaccio perché noi italiani non pronunciamo mai l’acca aspirata ma sto divagando… La verità è che siamo davanti a uno degli heist movie più belli di tutti i  tempi e alla migliore performance di Pacino e De Niro (che avevano già recitato assieme ne Il padrino parte II senza però condividere la scena) . Richiamo palese a Tutte le ore feriscono…l’ultima uccide di Melville, Heat è una pellicola che ha influenzato tantissimi registi a venire (basti pensare alla scena iniziale de Il cavaliere Oscuro)

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COLLATERAL

Il mio film di Michael Mann preferito. Forse non il migliore ma, per una serie di motivi personali, sicuramente in cima alla mia classifica. Motivo? Più di uno: solita strepitosa regia notturna di Mann, sceneggiatura a prova di bomba di Stuart Bettie e interpretazioni sorprendenti dei due protagonisti (in particolare Cruise sicario brizzolato). Una Los Angeles abbandonata a se stessa che mette in luce l’indifferenza dell’essere umano verso i suoi simili. E tu spettatore resti fermo e non puoi fare a meno di lasciarti trasportare dalle immagini come un coyote che contempla la notte. 

 

Francesco Pierucci

FILM IN SALA – BLACK MASS

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Nell’immaginario collettivo i gangster movie vengono immancabilmente accostati a opere simboliche del genere: i film della trilogia de Il Padrino e i lavori di Martin Scorsese su tutti (in particolare quella mirabile opera d’arte che fu Quei bravi ragazzi, il cui mancato Oscar grida ancora vendetta). Il peso di tali mostri sacri viene probabilmente avvertito dal regista Scott Cooper che omaggia Scorsese in maniera quasi plateale: musica anni ’70, pestaggi sul retro dei locali, sparatorie da fuori il finestrino, sangue sui vetri delle auto e così via.

Rispetto ai lavori del regista italoamericano, la durata della pellicola in questione è minore, una pecca se si considera che alcuni eventi vengono riportati in maniera sbrigativa e soprattutto che viene tagliata la parte riguardante il personaggio di Catherine Creig (compagna storica di Bulger, che doveva essere interpretata da Sienna Miller) che ebbe un ruolo essenziale nella vita del gangster, soprattutto nella fase della latitanza.

Black Mass (il terzo lavoro da regista di Cooper) è stato presentato fuori concorso a Venezia 72, portandosi con sé tutte le evitabili diatribe da gossip sullo stato di forma dell’attore protagonista Johnny Depp. Evitabili perché già da una visione, anche superficiale, del trailer della pellicola, si comprende che tali repentine mutazioni fisiche siano dovute agli sforzi per rassomigliare al personaggio di James ‘Whitey’ Bulger.

Ed è attorno all’incredibile cavalcata (e rovina) di quest’ultimo, verso il controllo della città di Boston tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, che si sviluppa la storia,. Infatti James ‘Whitey’ Bulger alla fine degli anni Sessanta prese il comando dell’organizzazione criminale Winter Hill Gang, ai tempi “un pesce piccolo” (espressione più volte utilizzata nel corso del film) ma che poi, grazie alla sotterranea alleanza con la F.B.I. visto il comune obiettivo di debellare la mafia italiana, riuscì a guadagnarsi un ruolo dominante in tutta la capitale del Massachussets.

Il tema dell’alleanza tra potere criminale e polizia federale è la tela su cui vengono dipinti tutti gli eventi del film. Protagonisti di questo sodalizio sono lo stesso Bulger e John Connoly (Joel Edgerton), agente FBI disposto a tutto pur di guadagnare promozioni e influenza nella polizia americana. I due si conoscono sin da bambini e proprio questo trascorso comune fa sì che i due si fidino l’uno dell’altro dai tempi dei fasti, durati per anni, sino alla loro caduta. Interessante a riguardo può essere la riflessione su come l’alleanza con Bulger influenzi lo stile di vita di Connoly, soprattutto dal punto di vista dell’abbigliamento e del modo in cui cammina: una riuscita metafora che mette in luce come sia il criminale ad avere il coltello dalla parte del manico mentre il poliziotto, ritenendo erroneamente di avere la situazione sotto il proprio controllo e credendo sempre di rivoltare la situazione a suo vantaggio, in realtà è divenuto un criminale a tutti gli effetti.

Se quindi Johnny Depp é l’attore protagonista, una collocazione quasi simile è quella di Edgerton che è presente on screen per gran parte della pellicola. Ottima prova la sua, forse un trampolino di lancio definitivo per un attore che ormai ha superato i quarant’anni ma che finora aveva brillato solamente in Zero Dark Thrity e Warrior.

Ma il fiore all’occhiello del film, nel bene e nel male, è l’interpretazione di Johnny Depp, finalmente tornato a certi livelli dopo una decina d’anni di oscurità (in questa disastrosa parentesi salviamo ovviamente Sweeney Todd). Nel bene perché la sua prestazione è convincente per fascino e per intensità dei monologhi; nel male perché in certi tratti pare reciti da solo, anche perché coadiuvato dalle svariate inquadrature stampate sui suoi occhi di ghiaccio. In questo modo il personaggio pare, in alcune circostanze, eccessivamente enfatizzato. Cooper, sempre attento alla psicologia dei personaggi nei due precedenti lavori, questa volta invece focalizza l’attenzione in maniera troppo sfrenata sul personaggio di Jimmy.

Il resto del cast ruota intorno al noto attore non riuscendo mai a incidere veramente, bensì recitando in maniera a volte macchiettistica, non forgiando mai una vera chimica con il protagonista, fatta eccezione per Dakota Johnson (che interpreta la moglie di Bulger), che nonostante la sua fugace apparizione lascia una nitida impronta per tutta la pellicola.

Resta comunque un film che merita almeno una visione (soprattutto per chi non conosce la storia di Jimmy Bulger), reso interessante anche dalla regia gradevole, dalla realistica fotografia e dall’ottima colonna sonora. Ma difficilmente ne sentiremo parlare negli anni a venire.

Michael Cirigliano

TOP 5: I POLIZIOTTI CORROTTI DEL CINEMA AMERICANO

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TRAINING DAY

Alonzo Harris (Denzel Washingtown) supervisiona, nel suo giorno di addestramento, la recluta Hoyt (Ethan Hawke), incastrandolo ben presto in un piano riguardante un ingente traffico di droga. Spietato, sboccato, violento, senza scrupoli, il personaggio di Alonzo valse a Washingtown il premio Oscar come Miglior Attore Protagonista.

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THE DEPARTED

Colin Sullivan (Matt Damon), poliziotto corrotto al servizio di un boss di Boston, Frank Costello (Jack Nicholson), cerca dall’interno di scoprire chi è la talpa che la polizia ha infiltrato nella banda criminale del suo capo. L’odioso Matt Damon, schicciato da DiCaprio e gli altri attori, interpreta comunque un ruolo memorabile, la parte della sua carriera.

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IL PADRINO

Sterling Hayden impersona il corrotto sergente McCluskey, al servizio del malavitoso Sollozzo (Al Lettieri) nella guerra contro i Corleone. Famosa la scena del pugno in faccia (vero) a Michael (Al Pacino). La foto che ho scelto fa capire la sua fine. Beh, quando scappa scappa, le sue ultime parole riferendosi al bisogno impellente del figlio del padrino di andare in bagno (per prendere la pistola).

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IL CATTIVO TENENTE

Emblema del poliziotto corrotto. Un film potentissimo di Abel Ferrara interpretato magnificamente dal sempre convincente Harvey Keitel, qui più in forma che mai. Dedito alla droga, alla violenza, al furto, all’alcool, viene sconvolto dal perdono della suora stuprata.

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LEON

Stansfield è un corrotto poliziotto della DEA che, a New York, trucida la famiglia di uno spacciatore. Sopravvive solo la piccola Mathilda (Natalie Portman) che si rifugia dal dirimpettaio Leon (Jean Renò), killer di professione, che la addestra per vendicarsi. Ottimo Gary Oldman nella parte di questo “agente cattivo” che fiuta i crimini e i criminali. Film bellissimo.

Matteo Chessa

OSCAR 2015: BIRDMAN (O L’IMPREVEDIBILE VIRTU’ DELL’IGNORANZA)

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“Chi ha dato la green card a questo figlio di puttana?”. Con questa improbabile formula introduttiva Sean Penn ha svelato al mondo quello che in molti si aspettavano: al suo quinto film, il terzo in lingua inglese, Alejandro Gonzalez Iñárritu riesce a centrare l’en plein vincendo gli ambiti Oscar per il Miglior Film, per la Miglior Regia e per la Migliore Sceneggiatura Originale lasciando a bocca asciutta il povero Linklater, sbattutosi con Boyhood in una fatica lunga 11 anni.

In concorso alla 71esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Birdman è un film che Hollywood sentiva il bisogno di fare. Per due motivi. Negli ultimi anni sono stati tanti (forse troppi) i film sui supereroi. L’imbarazzo negli ambienti cinefili della Città degli Angeliper avere fatto tanti soldi in questo modo è tanto lampante quanto fastidioso. Ed è un po’ la stessa vergogna che Riggan Thomson (Michael Keaton) prova per la fama guadagnatosi con la figura del supereroe piumato Birdman, che tanto gli ha dato ma dal quale vuole disperatamente allontanarsi mettendo in scena a Broadway uno spettacolo teatrale tratto dall’opera “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver. Ma perché la scelta di rilanciarsi proprio con un’opera teatrale? Qui arriviamo al secondo motivo. Questo è un film che vuole, una volta per tutte, ammettere quel senso di inferiorità che da sempre è insito nel cinema nei confronti del teatro. Come dice Naomi Watts/Lesley: “Quando reciti a Broadway vuol dire che sei arrivato, come attore, sei un vero attore”.

Il protagonista è interpretato da Michael Keaton, un attore veramente in declino da anni (alla prima parte importante dai tempi dei due Batman di Tim Burton) e questo contribuisce a dare maggiore credibilità al personaggio di Thomson. La pellicola lo vede al centro di ognuna delle varie storie che si amalgamano alla perfezione. È un viaggio nella mente dell’attore, nelle sue paure, nei suoi deliri e nelle sue ossessioni. E la sceneggiatura co-scritta dallo stesso Iñárritu non perde l’occasione di giocare su questi vari piani tenendo in parallelo due sentieri narrativi, quello reale e quello immaginato da Thompson fino alla fusione finale.

La regia di Iñárritu è notevole soprattutto nel dare l’impressione che l’intero film sia stato girato in un unico piano sequenza. Il film dura 2 ore e sarebbe stato quasi impossibile riprenderlo tutto in un colpo solo: i piani sequenza sono quindi uniti e l’effetto finale è molto realistico, a tratti sbalorditivo. Gli attori hanno dovuto comunque fare i conti con scene che duravano più di 10 minuti e in alcune di esse la cinepresa passa da una stanza all’altra e dall’interno verso gli esterni. Iñárritu ha detto che con tale tecnica cinematografica ha voluto dare al pubblico l’impressione di una “realtà da cui non si può sfuggire, perché viviamo le nostre vite senza la possibilità di fare un montaggio”. Una scelta del genere non sarebbe stata plausibile senza la grande prova di un cast stellare. Non delude nessuno: da Edward Norton a Zack Galifianakis, passando per la sorprendente Emma Stone. Ma il rimpianto rimane per Michael Keaton, che a 63 anni ha dato vita all’interpretazione di gran lunga migliore della sua carriera e che avrebbe meritato l’Oscar per il Miglior Attore Protagonista. L’Academy gli ha preferito Eddie Redmayne, che a 33 anni chissà quante altre occasioni avrebbe avuto per vincerlo. Peccato per Mike che aveva il discorso già pronto.

Michael Cirigliano

OSCAR – I VESTITI PEGGIORI DEL RED CARPET

La notte degli Oscar è certo da considerarsi, dopo il Natale, l’evento più celebre del globo. Per una notte, il mondo punta tutta l’attenzione verso la vanitosa Hollywood e attende che siano proclamati quelli che certamente saranno i personaggi più gettonati dell’anno ma; MA, prima che la fatidica frase “…And the Winner is….” venga pronunciata e prima che i riflettori inizino a roteare in cielo  offuscando le discrete stelle del firmamento, noi concentreremo la nostra attenzione su quelle più mortali ed appariscenti di Hollywood.

Perché se c’è una categoria di persone che è certamente più brava, anche del più possessivo regista, a convincere una donna, soprattutto un’attrice, a farle fare quello che vuole come ad esempio conciarsi come una derelitta sentendosi per di più insensatamente bella, è quella degli stilisti.

In attesa dunque della sfilata “TAPPETO ROSSO” Primavera/Estate/Autunno/Inverno 2015 in programma al Kodak Theatre questa Domenica, faremo anche noi delle Nomination divise in categorie, sui peggiori abiti che hanno calcato il tappeto rosso dell’evento: un monito; perché gli orrori del passato non vengano mai più ripetuti.

VINCE, per la categoria “Mr DEEDS GOES TO TOWN” o “la CAMPAGNOLA”:  SALLY FIELD, nel 1980, sfoggiando l’abito assolutamente meno glamour, meno fantasioso e più provinciale che una vincitrice di Oscar come Miglior Attrice Protagonista abbia mai indossato. Con un abito così, agli Oscar, ci puoi arrivare solo con un PICK-UP, baby.

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VINCE, per la categoria “BABY BIRBA” o “QUESTO NON E’ UNO SMOKING PER GRANDI”: Pharell Williams nel 2014 con uno sbarazzino pantaloncino corto et scarpa da “investigatopo”.

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Vince, per la categoria “WEIRD SCIENCE”: MARION COTILLARD, nel 2009 con un abito di Dior che potremmo bonariamente definire in termini di Decostruttivismo. Beffata dall’Alta Moda Francese. Questo abito fintamente colto potremmo differenziarlo tra l’alluminio e l’ Euro-spazzatura.

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Vincono pari merito, per la categoria “COME TU MI VUOI” o “LA MODA PASSA , LO STILE QUI NON C’ERA”: GEENA DAVIS , nel 1992 e KIM BASINGER alla cerimonia del 1990. Nel 1950 non fono state premiate, nel ruolo di miglior attrice protagonista, due miti del calibro di Gloria Swanson (per “Sunset Boulevard”) e Bette Davis ( AllaboutEve), forse perché la scelta sarebbe stata imbarazzante. Quando l’abito è imbarazzante, che cada Sansone con tutti i Filistei.

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Vince, per la categoria “LA MORTE TI FA BELLA”:TILDA SWINTON, nel 2008, indossando un drammatico abito in velluto nero che forse avrebbe valorizzato Greta Garbo nel 1930 ma che in technicolor ha tutta un’altra resa. Bambini, state lontani dagli arcolai.

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Vince, per la categoria “CABARET” o “QUESTO ABITO E’ UNO SCHERZO”: WHOOPI GOLBERG, nel 1993. Si dice che far ridere sia ciò di più difficile, per un attore. MA con questo abito ci sarebbe riuscita anche Miranda Priestly.

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Vince, per la categoria “IL COMUNE SENSO DEL PUDORE” o “SULLA LUNA C’E’ FINITO IL TUO SENNO DENTRO AD UNA BOCCETTA”: CHER nel 1988.  Solo una donna coraggiosa come lei avrebbe potuto osare tanto senza dover poi andare da uno psicologo per essersi sentita violata nell’intimo dai flash.

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Vince, per la categoria “IL VIZIETTO” o “IL PRIDE E’ A GIUGNO”: FAITH HILL, nel 2002. Mmmmmmmm……no. Dopo l’avventura Repubblicana in “StepfordWives” è visibilmente impazzita.

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Vince, nella categoria “LUCI DELLA RIBALTA” o “CREDERSI CHAPLIN E’ SOLO IL PRIMO PASSO VERSO NAPOLEONE”: DIANE KEATON/ Charlot

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MA IN REPARTO ABBIAMO ANCHE:

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Al CAPONE ( Celine Dion)

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UN CIGNO(Bjork)

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 Mr. GOLDFINGER ( Lizzy Gardiner)

E come disse il Diavolo (Al Pacino) una volta…..:“ La Vanità, decisamente il mio peccato preferito”

Andrea Bardusco

AMERICAN SNIPER- L’AZZARDO RIUSCITO DI CLINT EASTWOOD

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Raccontare una storia vera è sempre un azzardo. Raccontare una storia vera che in pochi conoscono…anche. Se qualcuno volesse imparare a farlo, è invitato a guardare American Sniper, lungometraggio del Maestro Clint sulla storia vera di Chris Kyle, che tutti conoscono grazie a wikipedia una volta visto il film. Scherzi a parte. Personalmente la sua storia non la conoscevo per niente e di questo me ne dispiaccio. Ma ho voluto sapere di più prima di andare a vedere il film. Errore imperdonabile, ho pensato una volta sedutomi sulla poltrona del cinema vicino casa. A fine film, non ci ho neanche fatto caso. Clint Eastwood mette in campo la sua immensa maestria da regista, la sua conoscenza degli eventi bellici americani e la capacità di raccontarli come nessun altro. Flags of Our Fathers ne è una prova (senza contare Lettere da Iwo Jima).

Bradley Cooper è azzeccatissimo al ruolo, interpreta il personaggio nella sua mentalità e fragilità. Perché Kyle è uno di quelli che viene alimentato dalla paura  e dalla tensione. Riesce a sorprendere il suo linguaggio non verbale, la sua stazza fisica dà idea del personaggio. L’essere cecchino è un dono, ma anche una dannazione. La sua vita privata si intreccia inesorabilmente con quella professionale. Il suo senso patriottico è tensione più per chi ha paura di non vederlo rientrare a casa che per lo Stato. Sienna Miller, sua moglie Taya, è altrettanto brava. Ma Cooper fisicamente e professionalmente la sovrasta.

Interessante come, in questo caso, la denuncia alla guerra sia sottilissima e quasi inavvertibile. Viene resa nota solo quando Cooper dovrà fare i conti con la sua fragilità e con il tatuaggio della guerra che in cuore batte. Lo Stato non viene mai nominato. Nessuna carica politica ha a che fare con i combattenti in Iraq, nessun ordine risulta assurdo o controproducente. Forse perché è il principio in sé ad essere assurdo. Clint rischia anche su questo e da buon calcolatore sa che non fallirà nel suo intento. Kyle-Cooper è ipnotizzante, le persone che gli stanno attorno sembrano non esistere. Ha una moglie, due figli e tante persone che gli sono riconoscenti. Ma l’ex cowboy prende tutta la scena. D’altronde, un cecchino è tale solo se prende tutto il merito per sé.

Potrei dare una lista di 3-5 o 10 motivi per andare a vedere il film. Ma non sono un illustre come lo sono gli amici che qui vi scrivono più spesso di me. Uno perché non sono illustre, due perché non ne so di cinema quanto loro. Ma potrei dare un motivo valido per spingervi a pagare il biglietto. Anzi, due.

Uno. Il film è di Clint Eastwood.

Due. Anche se siete a conoscenza della storia e quindi della sua fine, vi sembrerà di vedere una trama sconosciuta, ma che non è minimamente diversa dall’originale.

Il vostro Billy

. Ps: il parlare in prima persona è amichevole e mai presuntuoso. Anche perché non posso competere, come detto…

Adios.

UN REGISTA TRE FILM: BRIAN DE PALMA

La fama che circonda alcune opere di Brian De Palma, regista americano in attività dagli anni 60, potrebbe rendere quasi banale la stesura di una classifica che annoveri i tre film migliori. Quasi tutti i più famosi appartengono al genere gangsterisco, da Scarface a Carlito’s way passando attraverso Gli Intoccabili, ma sarebbe ingiusto non riconoscere l’ottima capacità di De Palma di passare tra vari generi e controllarli tutti con maestria e sicurezza, mantenendo tra l’altro invariati i capisaldi della sua cinematografia: il tema del doppio, la scopofilia, la perdita di identità, l’insicurezza, l’omertà. Con i primi lavori comici, Greetings e Hi Mom! col giovane De Niro, e le pellicole hitchcockiane, quelle di (contro la) guerra, fino ai noir e i film in costume o addirittura la fantascienza,  De Palma può essere sicuramente annoverato tra i registi più prolifici della New Hollywood. Ecco tre pellicole scelte dal D.I, cercando di non essere banali.

LE DUE SORELLE

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Danielle Bréton, modella americana, passa la notte con un uomo che la mattina seguente viene massacrato a coltellate dalla sorella gemella. Aiutata dall’ex marito fa sparire il corpo, ma la giornalista Grace Collier vede tutto dalla finestra e cerca di dimostrare il tutto alla polizia. Thriller psicologico sulle orme di Hitchcock (La finestra sul cortile, Marnie, Psyco e Io ti salverò), presenta tutti i temi che seguiteranno nella sua carriera: il doppio, la visione voyeuristica, l’intro finta che esula dal genere trattato (qui un programma tv). Ottima prova attoriale della protagonista Margot Kidder nella parte delle due sorelle. Nonostante sia agli inizi della carriera De Palma regala qui la sua prima perla, una sequenza onirica terrificante, in b/n, in cui scopriamo la verità sulle due gemelle.

CARLITO’S WAY

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Il capolavoro di De Palma, punto più alto di una carriera con molti picchi (Scarface, Mission Impossible); tutto è però inferiore a Carlito’s Way, bellissimo gangster movie che narra le vicende di Carlito Brigante (un Al Pacino in grande spolvero), ex spacciatore portoricano uscito dal carcere dopo 5 anni con la voglia di restare pulito. Sfortuna vuole che il suo avvocato David Kleinfeld (Sean Penn) sia in debito con la mafia. Per un atto di riconoscenza lo aiuta, ma le cose prendono una brutta piega… Bellissima trama, bellissime recitazioni, una regia che non perde mai il controllo della situazione e un inseguimento finale in stazione da capogiro. Cosa volete di più?

REDACTED

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La trama è simile a quella di Vittime di guerra (alcuni uomini dell’esercito americano stuprano e uccidono una indigena); è diversa la guerra, lì Vietnam qui Iraq, e il modo di raccontare dato che in Redacted si utilizza il piglio documentaristico (nonostante tutto sia finzione). Il risultato è un atroce affresco della malvagità umana nascosta sotto abiti protettivi, una critica feroce all’operato statunitense sul fronte, dove più che protettori i soldati vestono i panni dei carnefici. Connotato da una forte intermedilità (riprese video amatoriali, estratti da YouTube e camere nascoste) che cerca di nascondere la mano del regista. Appartiene alla ristretta cerchia di film sulla guerra in Iraq, ed è sicuramente il più feroce nella sua critica (assieme a SOP di Errol Morris).

Matteo Chessa