TOP 5: L’AMORE OMOSESSUALE AL CINEMA

Fin dalle sue origini il cinema racconta, in modi diversi e tra molti ostacoli, l’amore omosessuale. Dalla danza tra due maschi in Dickson Experimental Sound Film, un prodotto sperimentale della Edison Studios datato 1895 al bacio tra Marlene Dietrich, travestita da uomo, e una donna in Marocco (1930), da Charlie Chaplin che bacia una donna mascherata da uomo in Charlot macchinista c(1916) ai tormenti della MacLaine, innamorata di Audrey Hepburn in Quelle due (1962). Nonostante le censure che ne hanno brutalmente dimezzato (se non di più) i titoli, principalmente il codice Hays a Hollywood durante il periodo classico che elimina i riferimenti omosessuali presenti nei libri da cui sono stati tratti capolavori come Giorni Perduti di Billy Wilder o Rebecca la prima moglie di Hitchcock, sono tanti i film che trattano questa tematica. Gli ultimi Pride, The Imitation Game o La vita di Adele, che hanno avuto molto successo di critica e pubblico, non fanno altro che confermare e rilanciare una tematica che in passato ha regalato molti capolavori. Ecco qui i nostri cinque preferiti.

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I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN

Ang Lee, 2000. Due cowboy che lavorano occasionalmente assieme per la stagione estiva nella località di Brokeback Mountain, hanno un’attrazione reciproca che sfocia in un rapporto sessuale. La vita li porta in direzioni differenti, ma il cuore resta sulle montagne. Un film sensibilissimo, emozionante, ben girato. La tematica è prima gettata come un macigno sulla trama poi trattata con leggerezza disarmante. “Heath Ledger sembra Marlon Brando”, disse Ang Lee. Come dargli torto.

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GIOVENTU’ BRUCIATA

I protagonisti del film sono altri, ma il personaggio di Sal Mineo è indimenticabile.

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QUALCOSA E’ CAMBIATO

Una sceneggiatura tra le migliori degli ultimi anni; il film ha negli scambi di battute tra il perfido disturbato Melvin e il sensibile omosessuale Simon i suoi momenti più alti. In questo film c’è la dichiarazione d’amore più bella della storia del cinema. Nicholson e Hunt ebbero meritatamente l’Oscar nell’anno di Titanic; lo meritava anche Greg Kinnear come Non Protagonista. Peccato.

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MILK

Non devo certo parlarne io; il film ha avuto un successo tale da esser conosciuto e osannato da tutti. Sean Penn, attore protagonista, ebbe l’Oscar come Miglior Attore.

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IL VIZIETTO

La vita di Renato e Albin, coppia omosessuale che da anni gestisce un locale a Saint Tropez, viene sconvolta dalla comparsa del figlio del primo, frutto di un’unica, randagia esperienza etero. Film cult di Eduard Molinaro, con Tognazzi e Serrault in forma smagliante. Commedia deliziosa.

Matteo Chessa

UN REGISTA TRE FILM: BILLY WILDER

Austriaco ebreo trasferitosi a Berlino per fare il giornalista, fuggito un attimo prima dell’ondata nazista (col suo occhio lucido e attento aveva capito tutto in anticipo) a Parigi dove ha diretto il suo primo film (Amore che redime) e poi in America, sceneggiatore dei migliori film di Lubitsch, da cui ha imparato che dalla semplicità nascono le storie più belle. Poi la regia, l’esplorazione e la consacrazione di vari generi, l’approdo alla commedia. Tanti film indimenticabili portano la firma di Billy Wilder, da Giorni Perduti (QUI la recensione del capolavoro sull’alcolismo) a Irma la dolce, da L’appartamento (QUI la recensione del premio Oscar 1961) ad A qualcuno piace caldo. Eccovi i tre scelti dal Disoccupato Illustre

LA FIAMMA DEL PECCATO

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Noir del 1944, sfrutta la mania del flashback lanciata tre anni prima da Quarto Potere e racconta una storia d’assassinio raccontata in prima persona dall’omicida. Dei tre personaggi principali, Walter Neif/ Fred MacMurray, Phyllis Dietrichson/ Barbara Stanwyck e Barton Keyes/ Edward G. Robinson, il più riuscito quest’ultimo, calco fedele del regista, maniaco e perfezionista. Film che ha folgorato e iniziato al cinema tantissimi registi del futuro, da Woody Allen a Scorsese.

VIALE  DEL TRAMONTO

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Flashback raccontato dal cadavere galleggiante dello sceneggiatore Joe Gills, del suo rapporto con Norma Desmond, cinquantenne ex diva del cinema muto, e del suo tentativo di fuga per tornare alla vita reale. Preziosa analisi sul divismo, sull’avvento del sonoro al cinema con conseguente accantonamento degli attori passati. Erich von Stroheim indimenticabile maggiordomo innamorato, Gloria Swanson perfetta per la parte che rimanda alla sua vera esperienza. Uno dei punti massimi del cinema mondiale.

ARIANNA

Audrey Hepburn as Ariane in Love in the afternoon (1957) starring Gary Cooper and Maurice Chevalier

Forse la miglior commedia di Wilder, di gran lunga superiore all’ancora acerbo Sabrina. Arianna, figlia di un detective privato parigino, salva la vita e si innamora del dongiovanni americano Frank Flannagan. Per farlo ingelosire e innamorare, si finge una rubacuori alla sua altezza. Il punto di forza dei questa commedia romantica è la differenza d’età tra la ragazzina Audrey Hepburn e l’adulto Gary Cooper, irresistibili come coppia, divertentissimi negli scambi di battute. Trovate da grande cinema (la bevuta con gli zigani), una colonna sonora indimenticabile (Fascino), attori straordinari tra cui va ricordato Maurice Chevalier nella parte del padre. Splendido.

Matteo Chessa

1965. MY FAIR LADY: QUANDO L’ACADEMY SI DIMENTICO’ DI KUBRICK

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Uno degli errori più macroscopici dell’Academy, una svista clamorosa che ancora oggi non trova scuse, l’Oscar al Miglior film del 1965 va alla commedia romantico-musicale di George Cukor My Fair Lady in luogo del capolavoro del grottesco Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick (ma anche Zorba il greco di Cacoyannis meritava di più). Di per sé la pellicola non è certamente da evitare; tratta da un musical di Alan Jay Lerner (a sua volta tratto dall’opera Pigmalione di G.B Shaw) racconta della scommessa che il professor Higgins (Rex Harrison) fa con il suo amico Pickering (Wilfrid Hyede-White), convinto di poter trasformare la povera fioraia Eliza (Audrey Hepburn) in una dama d’alta classe entro sei mesi. Il tutto sfocia nell’immancabile amore. Continuamente sospeso tra realtà e sogno, con la scenografia spesso stilizzata se non finta, e uno sfondo palesemente irreale (il cielo è bianco, quasi teatrale), il film analizza il tema dell’annientamento della personalità travestita da educazione, il tentativo di plasmare l’essere umano a propria immagine. Ottima prova attoriale sia di Rex Harrison (premiato) nei panni del dominatore Higgins sia della dolce Hepburn, che vide sfumare l’Oscar che andò a July Andrews; Cukor vinse per la miglior Regia senza meritarlo. Troppo lungo per non annoiare, offre comunque musiche e balletti di alta qualità. In un altro anno avrebbe meritato di più, ma non quell’anno.

 

Matteo Chessa