TOP 5 – LE CATTIVE DEL CINEMA

 

La presente classifica è puramente personale; si prega il lettore di proporre le sue scelte nei commenti all’articolo.

 PHYLLIS DIETRICHSON – LA FIAMMA DEL PECCATO

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Leggendaria Barbara Stanwyck nel capolavoro noir di Billy Wilder, nel quale interpreta l’infermiera moglie in seconde nozze di un imprenditore che, aiutata da un assicuratore, lo ammazza per accaparrarsi la somma dell’assicurazione sulla vita. Spietata fino alla redenzione finale, irresistibile. Un capolavoro di film.

MILDRED RATCHED – QUALCUNO VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO

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C’è modo e modo di fare il proprio mestiere. E sinceramente non credo che trattare i pazienti di un ospedale psichiatrico (tra l’altro alcuni volontari) come carcerati rientri nelle regole del Manuale della buona infermiera. Sguardo glaciale, personalità forte e tanta severità che cozza con la vitalità e libertà di Randal (Jack Nicholson). Due scene: quando non fa vedere la partita alla tv nonostante la votazione e quando a causa sua il povero Billy si taglia la gola. Oscar alla migliore attrice meritatissimo per Louise Flatcher, nella parte della vita.

EMMA SMALL – JOHNNY GUITAR

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A mio modesto parere la più perfida della storia del cinema, cattiva e frustrata dall’inizio alla fine contro Vienna (Joan Crawford). Non tanto cattiva per le motivazioni (vuol difendere il territorio dalla costruzione di una linea ferroviaria e si scaglia contro Vienna che è aperta al progresso) quanto per la risata diabolica post incendio del locale di Vienna. L’attrice è Mercedes McCambridge ed è CATTIVISSIMA

GRIMILDE – BIANCANEVE E I SETTE NANI

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Una che chiede a un cacciatore di assassinare la figliastra e di avere come prova del fatto il cuore su un piatto d’argento non è propriamente una brava donna. Non paga, decide di farsi giustizia da sola avvelenandola con una mela. Perfida lei, o cieco o stupido lo specchio, servo delle sue brame. Grimilde è decisamente più bella di Biancaneve; ma di tanto eh.

 AMY ELLIOTT DUNNE – GONE GIRL

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Magistrale Rosamund Pike, già alle prese con un ruolo da antagonista (poco convincente) nel suo esordio cinematografico 007 – La Morte può attendere, qui a livelli più che altissimi. Amy, moglie scomparsa e probabilmente assassinata del docente di giornalismo Nick (Ben Affleck), accusato di uxoricidio, ha in realtà inscenato la sua presunta morte per incastrare il marito, che la tradisce con una ragazza più giovane. Diabolica, spietata, doppiogiochista, violenta. Almeno una scena ne descrive la cattiveria: l’assassinio brutale dell’amico di sempre Desi.

 

Matteo Chessa

GONE GIRL – IL RITORNO IN GRANDE STILE DI DAVID FINCHER

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Ci sono registi che, spinti dalla blasonata filmografia che si portano dietro, sono in grado di attirare grande attenzione ogni volta che è imminente l’uscita di un loro nuovo lavoro. David Fincher, senza alcun dubbio, fa parte di questo gruppo di cineasti, dati i suoi trascorsi dietro alla macchina da presa con pellicole cult quali Seven e Fight Club, considerati universalmente i suoi lavori migliori, e altri ottimi prodotti come The Game, Zodiac, Il Curioso Caso di Benjamin Button e l’ultimo The Social Network, controversa opera sulla genesi di Facebook.

Anche questa volta l’attesa era tanta; il periodo natalizio, come sempre, è denso di nuove uscite, e molte avranno da dire la loro agli Oscar. E proprio  in quella sede siamo sicuri che avrà un ruolo da protagonista anche il nuovo film del regista di Denver.

Protagonisti della pellicola sono Ben Affleck (Nick) e Rosamund Pike (Amy), che interpretano una coppia in crisi e vicina al divorzio (in contrasto con l’inizio scoppiettante della loro relazione). Una mattina tornando a casa, Nick non trova più la moglie, chiama la polizia, che, nel corso del suo giro di osservazione della casa, troverà tracce di sangue nella cucina. Da lì a poco l’uomo verrà indicato da tutti come l’assassino della consorte. Unico supporto è la gemella Margot, ben interpretata da Carrie Coon. Il rapporto tra fratello e sorella è forte, profondo, basato sulla fiducia e spesso rischia di essere travisato dalla stampa scandalistica che inizierà a parlare incessantemente della scomparsa di Amy.

Così come aveva fatto in The Social Network, Fincher torna a ragionare abilmente sui mezzi di comunicazione contemporanei e sulla loro incredibile capacità di diffondere sospetti e odio. I media possono organizzare, ribaltare, e dirigere la situazione sia per voglia di autorità, sia per simpatia verso l’uno o l’altro personaggio coinvolti nel caso in questione. Un discorso che poi si estende alla routine quotidiana della degenerata macchina mediatica: un giorno viene sbattuto il mostro presunto omicida in prima pagina, quello dopo si fa finta di nulla e lo si rende virtuoso ed eroico. E infatti, così come era accaduto nel romanzo omonimo di Gillian Flynn (che cura anche la sceneggiatura) da cui è tratto, è marcato il contrasto tra l’essere e il ruolo che si ha nel teatro della vita e spesse volte questo secondo aspetto è talmente preponderante da far dubitare dell’esistenza dell’essere, che rimane solo nell’intimo senza che abbia possibilità di uscire.

Bravo Ben Affleck che, anche se come al solito se ne accorgeranno in pochi, non demerita affatto a fianco di Rosamund Pike che comunque spicca sopra tutti, anche aiutata dalla trama incentrata su di lei che rende Amy il personaggio il più interessante. Convincente la parte di Neil Patrick Harris anche se dopo averlo ammirato in How I Met Your Mother c’era da aspettarsi qualcosa di più, ma siamo comunque di fronte ad una miniera da cui attingere in futuro.

Gone Girl è un thriller teso (ma anche la parola “thriller“è da prendere con le pinze visto che il genere è quasi inclassificabile viste le varie contaminazioni) dove la verità è un’oscillazione tra opposti, all’insegna dello strapotere del dubbio, lo stesso dubbio che il regista fa di tutto per insinuare nello spettatore. E non manca nemmeno qualche, azzeccata, sfumatura pulp, soprattutto nelle scene più crude.

Complimenti a Fincher, che non delude le attese e continua a non sbagliare un colpo.

Michael Cirigliano

2013. ARGO: LA RIVINCITA DI BEN

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Era il lontano 1998 quando Will Hunting- Genio Ribelle di Gus Van Sant vinse l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Scritta  a quattro mani da Matt Damon e Ben Affleck, l’opera venne attribuita soprattutto al talento del primo mentre per Ben, a causa di una filmografia che presenta titoli veramente imbarazzanti, solo scherno e derisione da parte della critica. L’uscita di Gone Baby Gone segna un primo punto importante a favore dell’ex marito di Jennifer Lopez, The Town (sebbene privo della canzone di Eminem tanto pubblicizzata nel trailer!) ne conferma la predisposizione alla regia. Argo ne segna la definitiva consacrazione.  La pellicola, tratta dall’omonimo libro di Tony Mendez e Matt Baglio, narra fatti realmente accaduti a Teheran dopo la rivoluzione iraniana del 1979. Il film si focalizza infatti sul cosiddetto Canadian Caper, ossia l’operazione segreta orchestrata da Stati Uniti e Canada, organizzata dallo stesso Mendez, per liberare, nell’ambito della crisi degli ostaggi, sei cittadini americani rifugiatisi nell’ambasciata canadese della capitale iraniana. Nonostante diversi titoli gli siano artisticamente superiori (Django Unchained, Vita di Pi e Re delle terra selvaggia), Argo porta comunque a casa tre statuette (oltre al miglior film, sceneggiatura non originale e montaggio). Affleck, dopo le due buone prove precedenti, decide di osare di più con una tematica scottante e riesce ad amalgamare armonicamente il lato comedy al thriller e al dramma sociale. Ottime tutte le interpretazioni, coadiuvate da una sceneggiatura frizzante e intelligente, in particolar modo quelle dei due fenomeni John Goodman e Alan Arkin. Non un capolavoro ma comunque una grande soddisfazione per il ragazzino di Berkeley.

Francesco Pierucci