1994. SCHINDLER’S LIST: IL VERO CAPOLAVORO DI SPIELBERG

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“Chiunque salva una vita salva il mondo intero

Se fino al 1994 Steven Spielberg era sempre stato considerato semplicemente un grande tecnico della spettacolarità del mezzo cinematografico più che un autore vero, fu proprio in quell’anno che  lo straordinario Schindler’s List gli permise di raggiungere la definitiva consacrazione tra il gotha dei cineasti, conquistando l’Oscar per il miglior film (Nel nome del padre di Jim Sheridan  e Lezioni di piano di Jane Campion, seppure fossero opere pregevoli, gli erano inferiori)e la miglior regia (persino Altman con il suo I protagonisti dovette cedere il passo). Ispirato al romanzo La lista di Schindler di Thomas Keneally, basato sulla vera storia di Oskar Schindler, l’uomo che durante la seconda guerra mondiale riuscì a salvare all’incirca 1200 ebrei dalla Shoah, assumendoli come impiegati della sua fabbrica di oggetti smaltati. Il cast è eccezionale: Liam Neeson incarna magistralmente le contraddizioni shakesperiane che affliggono il protagonista, un perfetto Ralph Fiennes nel ruolo del comandante nazista e un sorprendente Ben Kingsley, ingegnoso contabile ebreo. Spielberg per una volta si libera dal mero enterteinment dei blockbuster per dedicarsi a un capitolo fondamentale della storia dell’umanità: il risultato è  un film commovente, monumentale che unisce perfettamente l’impronta testimoniale alla narrazione drammatica (comunque meno hollywoodiana del solito). Oscar meritatissimi anche per la fotografia di Janusz Kaminski e le musiche del maestro John Williams (oltre che per il montaggio, sceneggiatura e scenografia. Indubbiamente il miglior film del regista americano.

CURIOSITA’: Caratteristica saliente del film è quello di esser stato girato interamente in bianco e nero, fatta eccezione per quattro scene: la prima è la scena iniziale, in cui si vedono due candele spegnersi. La seconda e la terza scena quando appare una bambina con un cappotto, solo quest’ultimo colorato di rosso, dapprima durante il rastrellamento del ghetto, poi durante la riesumazione delle vittime. Esiste infine tutta una sequenza nel finale del film, interamente a colori, quando, ai giorni nostri, vengono rispettosamente deposti i sassi sulla tomba del vero Oskar Schindler presso il cimitero di Gerusalemme.

Francesco Pierucci

1983. GANDHI: IL MAHATMA KINGSLEY DOMINA LA SCENA

Gandhi-poster

 

34º nella classifica dei migliori cento film britannici del XX secolo, Gandhi diretto e prodotto da Richard Attenborough fa parte della categoria di quei film storiografici che riuscirono a convincere l’Academy. Il film dominò agli Oscar del 1983, surclassando E.T.-l’extraterrestre di Steven Spielberg e soprattutto Il Verdetto di Sidney Lumet (che forse meritava qualcosa in più) e vincendo ben otto statuette (su undici nomination) tra cui miglior film, regia, attore protagonista (Ben Kingsley) , sceneggiatura (John Briley), fotografia, costumi, scenografie, montaggio.  L’opera analizza sapientemente tutti i momenti più rilevanti della vita del  Mahatma: dalla scuola a Londra, all’apprendistato in Sudafrica, dagli esordi dell’attività politica all’insegna della non violenza passando per il famigerato digiuno di protesta fino al tragico assassinio da parte di un bramino.  La produzione rimase sorpresa dall’enorme successo internazionale della pellicola poiché per la realizzazione, il film ebbe un budget di soli 22.000.000 di dollari. Nonostante la pesante eredità del contenuto biografico, Gandhi, pur non privo di difetti (qualche eccesso di leziosismi) riesce comunque a coinvolgere ed appassionare. Forse l’eccessiva lunghezza lo penalizza con il passare del tempo. L’interpretazione di Kingsley, inutile dirlo, è sorprendentemente realistica e intensa (anche grazie alla discreta somiglianza fisica). Una delle migliori biografie mai state realizzate.

 

 

CURIOSITA’: Per la sequenza dei funerali di Gandhi, che apre il film, furono dirette ben 350.000 comparse e attualmente è la scena con il maggior numero di persone mai eseguita nella storia del cinema. Questa scena è poi entrata nel Guinness dei Primati.

 

Francesco Pierucci