VITTIMA DEGLI EVENTI: QUANDO IL CROWDFUNDING ESALTA IL TALENTO

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Bisogna ammetterlo: hanno avuto un discreto coraggio. Trasferire Dylan Dog a Roma è un po’ come fare una serie su Gotham senza Batman: fortunatamente i risultati sembrano decisamente migliori. A Claudio Di Biagio e Luca Vecchi va dato sicuramente il merito di aver ricreato un discreto hype attorno alla figura audiovisiva dell’Indagatore dell’Incubo e in particolar modo di non averlo disatteso. L’idea, se il progetto dovesse funzionare, è di rendere Vittima degli eventi un pilot di un’ipotetica serie che, se ben strutturata, potrebbe far dimenticare ai fan l’orribile lungometraggio americano. I punti forti? La scenografia e la fotografia. La prima curata da Michele Modafferi ricrea alla perfezione il mood del fumetto e si esalta nella cura del dettaglio e nella ricerca del particolare (perfetta la casa di Dylan), la seconda sporca, fredda, regina di ombre e dubbi è splendidamente realizzata da Matteo Bruno. Ovviamente Vittima degli eventi non è un prodotto perfetto: ha sicuramente una serie di difetti e ingenuità giustificate dalla tenera età degli artisti che si sono messi in gioco e soprattutto dalla natura del loro lavoro (ricordo che siamo di fronte a un’opera di fan fiction se per caso non fosse chiaro!). Se Vecchi è a suo agio nel ruolo di Groucho, Di Benedetto soffre forse un po’ troppo della sua eccessiva “romanità” e dello sguardo da bello e dannato alla Scamarcio (la serialità in questo caso potrebbe aiutarlo a migliorare la sua interpretazione). In ogni caso le perplessità lasciano spazio a un bel sorriso quando ci si trova di fronte alla scena finale che gli appassionati apprezzeranno e non poco. Dopo la visione però, una riflessione è d’obbligo: è mai possibile che artisti giovani e di talento debbano ricorrere al crowdfunding per poter dimostrare il loro valore quando in Italia insistiamo più per inerzia che per volontà con il produrre continuamente film nati vecchi e banali fino al midollo? Di Biagio, Vecchi e tutto il cast hanno già vinto!

Francesco Pierucci

MAI PIÙ, ISPETTORE BLOCH: LA TRAIETTORIA DI UNA PIETRA PESANTE

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Conviene iniziare dalla virgola che separa il titolo, cesura fondamentale per trasformare un senso di minaccia (la scomparsa definitiva di uno dei personaggi principali del fumetto) in una notizia (il raggiungimento della tanta agognata pensione) e in metafora di soglia tra vecchie abitudini (mai più casi, anti- emetici, ramanzine del superiore, stupidate di Jenkins) e nuove possibilità di passare il tempo. All’ispettore Bloch viene data la notizia inattesa ma sperata del raggiungimento della pensione. Intanto Dylan Dog deve indagare sull’ondata di non- morti (a differenza degli zombi questi non sono trapassati e ritornati, non sono proprio mai andati via) di Londra, in particolar modo della bella Nora (chiaramente ispirata a Evan Rachel Wood), uccisa in camera sua ma, nonostante uno squarcio alla gola, ancora viva e vegeta. Le due vicende sono strettamente connesse. La virgola acquista un nuovo significato: rimprovero, per alcune scelte fatte dall’ispettore nel passato.

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Come può un numero attesissimo, che ha tutti i presupposti del caso per eccellere, essere una delusione? Quali sono gli errori? In primis l’idea e ideazione del papà di Dylan Dog Tiziano Sclavi (sempre sia lodato) che tarpa le ali alla sceneggiatrice Paola Barbato con una storia che sfrutta il pensionamento atteso per mettere al centro della storia il personaggio di Morte e la sua assenza, evitando banalizzazioni sul tema già trattato in molte opere (fumettistiche, letterarie e cinematografiche) ma perdendo tutta la poesia che è capace di creare la sceneggiatrice de Il numero 200 (ad oggi, personalmente, il punto più alto della serie, QUI gli albi migliori per Il Disoccupato Illustre). Si trattano altre tematiche, dal suicidio al business della morte alla depressione, ma non basta. Cosi come non è sufficiente il personaggio irresistibile del Dylan pasticcione, fastidioso nella sua purezza morale, poco farfallone, né i disegni di Bruno Brindisi (con la strepitosa sequenza dell’infarto di Jenkins su tutte) o la copertina di Angelo Stano che rimanda a Amazing Spiderman 50 e a Peter Parker che lasciava temporaneamente i panni dell’uomo-ragno. Questo albo di Dylan Dog, pubblicizzato come opera di una nuova nascita dell’indagatore dell’incubo, che strizza l’occhio ad altre storie della serie come Tre per zero (altri livelli) segue la stessa traiettoria di una pietra scagliata in modo fiacco: parte bene ma cade presto rovinosamente a causa della sua pesantezza e della poca forza del lanciatore. L’orrido finale con cliffangher ne è una ottima sintesi. Unico sospiro di sollievo: la liberazione del personaggio di Bloch da quelle catene a cui era costretto da tempo; ora, con la pensione, è una mina vagante, e forse ne vedremo delle belle. Come scrive Recchioni in quarta pagina, bisogna correre dei rischi per rendere il fumetto vivo e vitale. Solo i prossimi numeri ci diranno se questi saranno ricompensati, a volte bastano le virgole per rovinare tutto.

Matteo Chessa