BOJACK HORSEMAN: UN PENSIERO SULLA QUARTA STAGIONE

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Questa qui sopra è un’immagine che difficilmente riuscirò a togliermi dalla testa nei prossimi mesi.

Perché?

Perché quello che vedete è un sorriso malinconico che racconta molto di più dell’ennesimo monologo da egocentrico sullo star system di Hollywoo (la D è muta, cit.) , di un qualsiasi discorso nichilista che abbatterebbe anche il più spregiudicato tra gli ottimisti o di una sbronza esistenziale per dimenticare il profondo senso di colpa che ti perseguita incessantemente anche nel sonno.

E’ un sorriso che rappresenta perfettamente l’evoluzione di uno dei personaggi più iconici dell’ultimo decennio, un cavallo antropomorfo.  E che non avrebbe avuto alcun valore reale se prima di quel momento non ci fossero state tre stagioni a testimoniare una transizione dolorosamente affascinante come quella che ha investito la star di Secretariat.

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Perché, guai a dimenticarlo, Bojack Horseman è una serie rivoluzionaria che prima di tutto costruisce destrutturando (lo spogliarsi di ogni aspirazione velleitaria di felicità da parte del protagonista) e che in un secondo momento destruttura costruendo (la conseguente flebile speranza che brilla negli occhi di Bojack).

Puntata dopo puntata, Bojack diventa sempre di più un amico, un confidente e contemporaneamente un esempio da evitare, una persona per cui provare pietà e commiserazione. Ho sempre pensato che l’unico modo che avesse per riuscire a scappare da quel vortice di autodistruzione nel quale era caduto fosse spostare il peso ingente del suo infinito egocentrismo su un’altra entità, per permettergli di capire che il senso della sua vita fosse aiutare gli altri, vista l’incapacità sintomatica nell’aiutare se stesso.

E se l’insuccesso dei brevi flirt era ampiamente preventivabile, il fallimento con Diane mi ha sorpreso non poco. La moglie di Mr. Peanutbutter è forse la donna che, assieme a Princess Carolyn, più si avvicina a cogliere e comprendere la profondità d’animo della star di Horsin’ Around.  Ma Bojack forse sa che l’amore è il sentimento più egoista che esiste e se ne allontana volontariamente.

E proprio quando la redenzione sembrava un miraggio, con l’arrivo di Hollyhock in un attimo tutto cambia. Perché? Perché proprio come Bojack, Hollyhock è bipolare. Se infatti Bojack vive continuamente “a cavallo” (pardon) tra star system e depressione. tra amicizia e solitudine, anche Hollyhock assurge a un doppio ruolo apparente (SPOILER: di figlia e sorella), la cui ambiguità (figlia adottiva di otto padri e di madre ignota) s’interseca perfettamente con le esigenze di Mr. Horseman. E gli permette di provare un amore completamente diverso e diversamente completo, sigillato da quel sorriso che chiude questa magnifica quarta stagione.

E ora non vedo l’ora che arrivi la quinta!

Back in the 90’s I was in a very famous TV shooooow

Francesco Pierucci

SERIE TV – BOJACK HORSEMAN, UNO DEI PIÙ INTELLIGENTI PRODOTTI PER LA TV

Due settimane fa è stata rilasciata la terza stagione di una delle più interessanti serie originali di Netflix, Bojack Horseman che si è confermata un successo di critica e pubblico.

Per chi non segue o conosce l’opera in parola (creata da Raphael Bob-Waksberg, un comico, attore, scrittore e produttore di 31 anni), si tratta di una serie tv animata con protagonista un cavallo antropomorfo, Bojack Horseman appunto, un cavallo di mezza età che parla e vive come un essere umano e che negli anni Novanta era stato il famoso protagonista della sitcom Horsin’ Around. Dopo il termine di quest’ultima, Horseman ha provato a rilanciarsi come attore con esiti spesso poco fortunati.

Anche altri personaggi della serie sono animali antropomorfi come Mr. Peanubutter, un simpatico labrador che era il protagonista della serie gemella di Horsin’ Around, ovvero La Casa di Mr. Peanubutter; oppure Princess Carolyn, un gatto rosa agente ed ex fidanzata di Bojack. Ma vari sono anche i personaggi con fattezze umane (tra i personaggi principali, Todd e Diane).

Il merito dello show, per niente banale, è quello di andare a scandagliare tra i meandri della depressione che può colpire anche le star del cinema. Come può una moviestar a cui non mancano fama, denaro ed affetto della gente sentirsi inadeguata e incapace di far stare bene le persone a lei vicine (tra tutti il coinquilino Todd o le due figure femminili più importanti, Diane e Princess Carolyn)? È questo il dramma di Bojack che finisce per precipitare spesso e volentieri nei tunnel delle più svariate dipendenze.

Questo è il motivo principale della serie, un prodotto che è riduttivo etichettare come una comedy series nonostante la grande quantità di risate regalate soprattutto da Bojack ma anche dagli altri personaggi e dalle star reali che hanno camei più o meno importanti (Beyoncé, Naomi Watts, J.D. Salinger, ecc). Tra i doppiatori della serie (in lingua originale) non mancano attori affermati come Will Arnett e Aaron Paul (che doppiano Bojack e Todd) ma anche J.K. Simmons e Stanley Tucci che doppiano personaggi minori, seppur ricorrenti.

Siamo davanti ad un’altra ottima produzione originale Netflix che, dopo avere debuttato con ottimi prodotti come House of Cards o Orange Is The New Black ed essersi affermata con serie di successo come Narcos e la recentissima Stranger Things, riesce a migliorare notevolmente, stagione dopo stagione, anche serie su cui inizialmente aveva puntato meno e che per il genere di appartenenza (cartoni per adulti) possono vantare un bacino di pubblico meno vasto. È questo il caso del sorprendente Bojack Horseman.

Michael Cirigliano