TOP 5 SCRUBS EMOTIONAL MOMENTS

Settembre è per IL Disoccupato Illustre il mese dei ricordi commoventi: l’anno scorso fu la volta di una TOP 10 dello stesso genere per l’allora appena terminata How I Met Your Mother, quest’anno è il turno di una famosissima serie che l’ha preceduta, Scrubs.

Questa serie (andata in onda dal 2001 al 2010), seppure sia universalmente considerata una delle migliori comedy di sempre, ha inaspettatamente trovato finora poco spazio nel nostro blog. Ma una menzione particolare l’aveva comunque ricevuta in occasione dell’articolo-sfogo che dava spazio a tutta la nostra delusione susseguente all’inaspettato finale dell’appena citata HIMYM. Veniva preso in considerazione il fatto di come il finale di Scrubs (così come quello di Breaking Bad) fosse un punto di riferimento tra le serie televisive di ogni tempo. E di certo non siamo gli unici a pensarla così. L’episodio 8×18-19 (il vero finale della serie, la nona stagione non merita di essere considerata) infatti vanta sul sito principe per i prodotti televisivi TV.com la più alta valutazione per un finale di serie mai registrata sul sito. In più, nello stesso sito i due episodi che hanno in assoluto la valutazione più alta (9.8/10) appartengono proprio alla serie creata da Bill Lawrence: stiamo parlando de Il mio disastro (3×14) e Il mio pranzo (5×20). Effettivamente si tratta di due punti altissimi della serie, forse i vertici massimi in termini di emotività. Ma di episodi strappalacrime ce ne sono tanti.

Questa classifica vi aiuterà perciò a farvi tornare alla mente tutti quei brividi (e per qualcuno magari anche lacrime) che J.D., Elliot, Turk, Carla, Cox, Kelso e il sempre presente Inserviente (oltre a tutta ad una serie di indispensabili personaggi secondari) vi hanno fatto provare.

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La mia vecchia signora

Quando pensi che Scrubs sia una serie comedy come se ne sono viste (e se ne vedranno) a migliaia e che si contraddistingue solamente per la sua particolare ironia, tempo quattro episodi e arriva il primo, ben assestato, pugno allo stomaco. Si riflette su un aspetto con cui tutti noi dobbiamo inevitabilmente avere a che fare: la morte. In un ospedale come il Sacro Cuore con la morte bisogna farci i conti giorno dopo giorno. E in questo caso tocca agli allora debuttanti J.D., Turk ed Elliot. I tre hanno in cura tre diversi pazienti con i quali finiscono per legarsi ma che si spengono per le loro rispettive patologie e complicazioni. Tutti e tre ritengono di avere sbagliato qualcosa ma il monumentale dottor Cox li rassicura così: “Come medico devi accettare il fatto che quello che facciamo qui ha un solo scopo: guadagnare tempo. Cerchiamo di prolungare la partita, nient’altro. Ma poi finisce sempre allo stesso modo”.

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Le mie ultime parole

Anni dopo J.D. e Turk si preparano alla loro “Notte bistecca” in cui mangiano bistecche fino a stare male, quando, prima di rincasare, incontrano un malato in fase terminale: il signor George.

L’uomo chiede loro un’ultima birra e viene subito accontentato. L’uomo, dopo essersi gustato la birra, lascia andare i due dicendo che i suoi parenti stanno arrivando. Purtroppo si scopre immediatamente che George ha detto il falso, così i due giovani medici tornano sui loro passi e, rinunciando alla loro “Notte Bistecca”, passano la serata con George per tenergli compagnia.

J.D. vorrebbe che l’ultimo ultimo pensiero di George fosse sereno. In effetti così succede: George prima di addormentarsi per l’ultima volta, si accorge che la birra che ha appena bevuto era veramente buona. E muore con il sorriso.

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Il mio pranzo / Il crollo del mio idolo

Sono due episodi, strettamente legati, che raccontano la prima e unica volta in tutta la serie in cui l’orgoglioso e sicuro dottor Cox si sente in colpa per un errore di valutazione commesso nel corso della sua professione.

Cox dà il consenso per effettuare un trapianto di organi su tre pazienti ricoverati, tra i quali vi è un suo amico, Dave. Gli organi provengono da Jill, una ragazza già precedentemente ricoverata al Sacro Cuore per un tentativo di suicidio a causa della depressione. Si scopre però poi che la ragazza non si è suicidata, ma è morta di rabbia. Parte così una corsa contro il tempo per salvare tutti i pazienti trapiantati che sono stati infettati. Nonostante gli sforzi, muoiono tutti e tre, compreso Dave, che avrebbe anche potuto attendere il trapianto per un altro mese. Proprio Cox, che aveva aiutato J.D. a non caricarsi sulle sue spalle la responsabilità della morte di Jill, si sente responsabile per la morte dei pazienti e si dispera. Allora J.D. parla così al suo mentore: “Ricordi quello che mi hai detto. Se inizi a sentirti in colpa per a morte delle persone non torni più indietro”. Il dottor Cox gli dà ragione, è caduto nello “sbaglio” che lui consiglia sempre di non fare. Nell’episodio successivo il dottor Cox è ancora molto stravolto e cade in depressione finendo per abusare di alcolici. Ciò lo porterà ad isolarsi da tutti e ad assentarsi addirittura dall’ospedale. J.D. e gli altri trovano allora il modo di stargli vicino, andando a turno a trovarlo a casa sua per fargli compagnia. Tutti rispettano il proprio impegno, tranne J.D. Ad un certo punto anche J.D. si decide però ad andare dal dottor Cox per convincerlo. “Credo di essere venuto qui per dirti quanto sono orgoglioso di te. Non perché hai fatto del tuo meglio coi tuoi pazienti, ma perché dopo 20 anni che fai il medico, quando le cose vanno storte, per te è ancora un duro colpo. E devo dirtelo amico, insomma, sei il dottore che vorrei essere io”.

Tutto torna così alla normalità ma per una volta l’indomabile dottor Cox ha mostrato le sue debolezze. E in questa occasione tocca al suo allievo (mai dichiaratamente) prediletto riportarlo sulla retta via.

 

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Il mio lungo addio

Proprio il giorno in cui Laverne, una delle infermiere del Sacro Cuore, si stava confrontando con Cox sul ruolo del destino sostenendo c’è sempre un motivo per ogni cosa che accade, va incontro ad un grave incidente entrando così in coma.

Dopo l’entrata in coma di Laverne, quasi tutti vanno a salutarla pensando che non abbia più speranze tranne Carla che continua ad immaginare Laverne che la segue e le dà i suoi soliti  consigli. Nel frattempo, Jordan partorisce e si aspetta la visita dei suoi amici, ma il dottor Cox non vuole far sapere in giro la notizia per evitare che la nascita di sua figlia venga sempre collegata con la morte di Laverne.

Alla fine Carla capisce che deve salutare la sua amica prima che sia troppo tardi e, dopo averla salutata, Laverne passa a miglior vita.

“A volte sembra che i pazienti resistano fino al momento in cui tutti hanno avuto la possibilità di dir loro addio”. (J.D.)

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Il mio disastro

Jack, il figlio di Cox, sta per compiere un anno e, per celebrare il suo primo compleanno, la sua ex moglie Jordan invita tutta la sua famiglia, compreso Ben, suo fratello malato di leucemia e migliore amico di Cox. I due infatti stanno tutto il giorno a parlare. Arrivati al pomeriggio, sembra che Cox stia andando al compleanno del figlio, quando J.D. lo fa riflettere (con una frase che è un colpo al cuore: “Dove crede che siamo?”) e questi capisce di non essere al compleanno ma al funerale di Ben. La leucemia l’ha portato via.

Il punto più alto della serie in termini di emotività, una costruzione perfetta che fa credere allo spettatore di essere davanti ad un episodio spensierato. Poi basta una frase e tutto cambia.

Signore e signori, questo è Scrubs.

Michael Cirigliano

SERIE TV – UN PRIMO SGUARDO A BETTER CALL SAUL

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Dopo il successo planetario e i record infranti da Breaking Bad, si aspettava con grande fermento il debutto della nuova creatura di Vince Gilligan Better Call Saul incentrata sul personaggio dell’avvocato Saul Goodman che mille volte ha tirato fuori dai guai Walter White e Jesse Pinkman. Ecco dunque le prime impressioni de IL Disoccupato Illustre.

Better Call Saul è ambientata nel 2002, quindi circa 7 anni prima della comparsa del personaggio di Saul Goodman nel mondo di Breaking Bad. Il filone narrativo principale riguarda la scalata al successo nel mondo forense di Saul, qui chiamato James McGill, che inizialmente guadagna una miseria come avvocato d’ufficio e il suo studio è una stanza rimediata sul retro di un negozio di manicure. I suoi problemi non finiscono qui: ha un fratello, Chuck, anch’egli avvocato, ma con un disturbo molto particolare che lo costringe a stare chiuso in casa…

Saul non è l’unica vecchia conoscenza di Breaking Bad. Sin dal primo episodio scopriamo che l’avvocato conosce, anche se superficialmente, Mike Ehrmantraut (Jonathan Banks), con cui ha a che fare saltuariamente per i bollini del parcheggio. Il passato di Mike è un oggetto misteriosamente attraente, ancor più di quello di Saul: la complessità di Mike è stata per tutta la durata diBreaking Bad qualcosa di indecifrabile e proprio perchè non eravamo a conoscenza del suo passato la sua enigmaticità non era stata ancora delineata come si deve. Per quanto riguarda eventuali parti o camei degli altri personaggi principali di Breaking Bad tutto tace anche se Dean Norris (che interpretava Hank Schrader) ha lasciato aperto uno spiraglio dicendo di essere in contatto con Gilligan.

Ed è lo stesso Gilligan a curare la regia del primo episodio con uno stile che richiama apertamente quello della serie “principale”: ritornano le ampie inquadrature nel deserto accompagnate però in questo caso da stacchi concentrati sugli oggetti che gli attori usano in scena. Il montaggio ricorda spesso quello di BreakingBad: per esempio nel secondo episodio vediamo un insieme di scene in cui Saul ce la mette tutta per occuparsi di un gran numero di casi in tribunale e ci tornano in mente le scene in cui White e Pinkman preparano la metanfetamina. Il tutto ha come sfondo ancora una volta la città di Albuquerque che contribuisce ulteriormente a far respirare allo spettatore la stessa aria della serie precedente.

Ma dunque è davvero uno spin-off o si può considerare una serie a sé stante? Come detto, i richiami a BreakingBad sono davvero tanti a partire dai personaggi per arrivare fino all’ambientazione, passando per le scelte registiche. Tuttavia la trama è (per ora) indipendente da quanto già visto in BB con il passato di Saul che non ha alcun legame con la sua storia del futuro. In più, se si considera che da sempre gli spin-off da sempre sono di qualità inferiore rispetto alla serie da cui derivano, in questo caso abbiamo un’eccezione alla regola: la qualità di Breaking Bad non è andata scemando. Addirittura alcuni critici americani hanno sentenziato una superiorità di BCS per quanto riguarda i primi episodi ma pare un giudizio quantomeno affrettato. Breaking Bad è un colosso quasi inarrivabile e superarlo sarà un’impresa titanica, anche per il suo stesso creatore.

Michael Cirigliano

ALMOST HUMAN – UNA SERIE CHE MERITAVA DI PIU’

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In un periodo estremamente florido per le Serie Tv d’Oltreoceano segnato dal successo sfavillante di prodotti dal valore indiscutibile quali Game of Thrones e Breaking Bad e dalle diatribe sul controverso finale di How I Met Your Mother, riteniamo necessario spezzare una lancia in favore di una serie che è stata sicuramente meno fortunata delle sopracitate ma non per questo non meritevole di una visione da parte degli appassionati del genere. Si tratta di Almost Human, un prodotto, andato in onda tra il 2013 e il 2014, che riesce a mescolare bene elementi polizieschi e fantascientifici, senza sottovalutare una determinante componente psicologica interna alla vicenda e ai personaggi principali.

Ambientata nel 2048, in un’epoca in cui la tecnologia criminale ha fatto progressi tali da costringere le forze di polizia ad affiancare ad ogni poliziotto umano un androide, il protagonista della vicenda è il detective John Kennex, che dopo essersi risvegliato dal coma in cui si era ritrovato dopo essere rimasto tra le vittime di un’imboscata (organizzata anche dalla sua ex fidanzata), ritorna in servizio. Vista il suo pessimo rapporto con i normali androidi, gli viene assegnato il sintetico Dorian, caratterizzato da inaspettate e a volte stravaganti reazioni emotive. Dorian infatti appartiene alla serie abbandonata di androidi DRN, ovvero androidi in grado di provare emozioni a differenza degli androidi ora in circolazione, gli MX, vuoti e spenti.

Ciò che sorprende in generale è il bagaglio di esperienze che caratterizza ogni personaggio: i tormenti psicologici successivi all’incidente di Kennex, gli inspiegabili ricordi di infanzia di Dorian (inspiegabili perché essendo un androide non dovrebbe mai essere stato un bambino), la quasi assenza di vita personale per il capitano Maldonado, capo di Kennex. E oltre a questi spunti sul passato dei personaggi, merita attenzione anche la tensione sentimentale tra Kennex e la Stahl.

Purtroppo però non riusciamo a vedere il completo sviluppo di queste e altre interessanti problematiche proprio perché la serie è stata sospesa dopo la prima stagione a causa dei bassi ascolti. La fruttuosa collaborazione tra J.H. Wyman e il celebre J.J. Abrams (creatore di Lost ma anche scrittore del prossimo capitolo di Star Wars) che aveva dato vita già all’ottimo Fringe, questa volta si ripete ma solo a metà a causa delle alte aspettative (forse troppo alte) della Fox. Gli sviluppi narrativi potevano essere molti ma vengono lasciati in sospeso proprio perché ovviamente non tutti analizzabili in un’unica stagione. Il finale di stagione sereno e tenero, privo di cliffhanger sembra dimostrare però il fatto che gli autori già prevedevano il rischio di un non rinnovo da parte dell’emittente televisiva. Io personalmente tifavo per una seconda possibilità per Almost Human, viste le ottime premesse e il sorriso che mi lasciava al termine di ogni episodio, ma purtroppo finirà nel dimenticatoio come molte altre serie tv fantascientifiche chiuse prima del tempo.

 

Michael Cirigliano

HIMYM: PUO’ UN FINALE ROVINARE UNA SERIE?

 

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Quando ho finito di vedere l’ultima puntata di How I Met Your Mother mi si è spezzato il cuore per due ordini di motivi: da una parte infatti aveva fatto breccia nel mio cervello la triste consapevolezza che una delle serie più divertenti ed emozionanti degli ultimi anni era oramai giunta alla sua conclusione, dall’altra invece ero stato pervaso da una miriade di sentimenti estremamente intensi e contrastanti, dovuti essenzialmente all’inaspettato season finale. Per quanti giri di parole inutili si possano provare a fare, è evidente che gli ultimi quaranta minuti di HIMYM hanno cambiato, nel bene o nel male, l’intera ricezione della serie da parte degli spettatori appassionati. La reazione più diffusa tra i milioni di fans, e a mio modo di vedere non poteva essere altrimenti, è stata una tremenda delusione così accentuata che non si vedeva dai tempi di Lost. Le stravaganti avventure di Ted, Robin, Lily e Marshall, che hanno accompagnato il pubblico empatizzante per ben nove stagioni, vengono spazzate via in un attimo da scelte autoriali che, a seconda dei punti di vista, possono essere definite scriteriate o coraggiose. La prima di una lunga lista di domande che mi hanno tormentato la mente, non appena sullo schermo sono apparsi i titoli di coda è stata: perché gli autori hanno fatto ciò? Seguita da: perché Robin e Barney non potevano rimanere assieme? Perché l’istrionico Stinson deve avere una bambina con una sconosciuta? Nessuna risposta valida. Ho pensato allora che la rinuncia a un happy ending in una serie comedy rappresentava probabilmente un vero e proprio suicidio da sceneggiatore.

how-i-met-your-mother-series-finale-old-tedLa mia faccia alla fine della puntata…

Ma poi ho riflettuto a lungo, cercando di adottare uno sguardo Altro rispetto al mio: e se gli autori non avessero rinunciato affatto all’happy ending? Così tutto mi è apparso chiaro come la luce del sole. Tutte quelle odiose scene da“ritorno di fiamma” tra Ted e Robin che, al momento della visione, mi erano parse forzate e incoerenti, avevano in realtà una logica criticabile ma ben precisa. L’unico happy ending possibile era proprio questo. Se si analizza il finale da questo punto di vista è evidente che soltanto la cecità, dettata probabilmente dalla simpatia verso la coppia Stinson-Scherbatsky, non ha permesso a chi guarda di anticipare la conclusione più scontata (e al contempo sorprendente) che ci poteva essere. Non a caso l’ultima sequenza circolare richiama ineluttabilmente la prima puntata della stagione che termina un po’ in sordina con l'(in)volontaria profezia di Mosby: “e questa è la storia di come ho conosciuto vostra zia Robin”. Più semplice di così! Ma allora perchè continua a permanere in noi quell’alone di delusione che non si riesce a scrollare via di dosso? Fondamentalmente perchè ci sentiamo presi in giro! È infatti incoerente e frustrante che la Madre tanto agognata e disperatamente ricercata nel corso degli anni in realtà venga accantonata in poche puntate come se fosse un personaggio secondario qualsiasi e non il motore che traina la storia per tutto quel tempo. A che pro allora gli indizi sparsi e vanificati lungo tutta la serie? (e qui si ritorna manco a farla apposta a Lost…). Forse la mia ragazza ha ragione, forse gli ideatori erano partiti dall’idea che la Madre dovesse essere proprio Robin e poi si sono lasciati prendere dal gioco del mistero. Non riesco a trovare un’altra spiegazione più logica. In ogni caso HIMYM resta e resterà una delle serie televisive più affascinanti di sempre ma ciò che la distacca da capolavori inarrivabili come Scrubs o Breaking Bad risiede proprio nella validità del finale. La ferita è ancora aperta.

Francesco Pierucci