CANNES 2015: NON SOLO ITALIA… I GRANDI NOMI E I TITOLI PIU’ ATTESI

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Una kermesse a forti tinte italiane quella che si terrà a Cannes dal 13 Maggio 2015; è noto  a tutti infatti che ci saranno tre titoli nostrani in lizza per la Palma d’Oro, con addirittura Matteo Garrone e il suo Il racconto dei racconti dato da molti come possibile vincitore. Ma oltre al già citato Garrone, a Mia madre di Nanni Moretti e all’ultima fatica di Paolo Sorrentino Youth- La giovinezza, sono molti i film e i registi interessanti che si potranno vedere nella prossima croisette. Oltre ai cinque titoli francesi in lizza per la Palma d’oro, si annovera la presenza, nelle proiezioni speciali, del film d’esordio dietro la macchina da presa di Natalie Portman, A Tale od Love and Darkness, o il nuovo film di Todd Haynes, regista di Io non sono qui, in concorso come Gus Van Sant con The Sea of Tree e Denis Villeneuve atteso alla riconferma dopo Prisones con Sicario.  Ecco i titoli che il D.I aspetta con trepidazione.

IRRATIONAL MAN- WOODY ALLEN

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Allen conferma la nuova musa Emma Stone e lavora per la prima volta con Joaquin Phoenix. Il regista newyorkese è però già impegnato col prossimo film con Bruce Willis e Kirsten Steward.

LOUISIANA- ROBERTO MINERVINI

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Quarto film italiano a Cannes, questo fuori concorso. Se ne parla benissimo, per alcuni è addirittura la gemma italiana al festival. Minervini è una garanzia di ottimo cinema. Vedremo.

TAKLUYB- BRILLANTE MENDOZA

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Nel 2009 il filippino Mendoza trionfò alla croisette come Miglior regista per il duro e realistico Kinatay (Massacro). Attendiamo speranzosi il suo ultimo lavoro.

SHAN HE GU REN- JIA ZHANGKE

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Famoso per Still Life, con cui vinse il leone d’oro a Venezia, il cinese Zhangke, sperimentalista e abbonato ai drammoni, cerca la prima vittoria a Cannes con questo film in concorso.

CEMETERY OF SPLENDOUR- APICHATPONG WEERASETHAKUL

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Con lo stupendo Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti vinxe la Palma d’oro, meritatissima, nel 2010. Ogni volta che si guarda un suo film si ha la sensazione di esser davanti a un capolavoro. Partecipa alla categoria Un Certain Regard.

Matteo Chessa

TOP 5 – SCENE PIÙ TRISTI DELLA STORIA DEL CINEMA

Come avrete ben capito, a noi de IL Disoccupato Illustre piace fare classifiche. Quella che vi proponiamo oggi difficilmente metterà tutti d’accordo perché ha le sue fondamenta nelle emozioni, forse l’aspetto meno oggettivo della nostra vita. Ci siamo chiesti quale fosse la sequenza più strappalacrime, più malinconica di sempre. Si è parlato molto della scena finale de “Il Campione” del nostro Franco Zeffirelli (remake dell’omonima pellicola del 1931), che gli psicologi usano per far  strappare lacrime ai propri pazienti durante gli esperimenti. Uno studio dell’Università di Berkeley dichiarò la scena in cui John Voigt nel ruolo del pugile Billy piange con il figlio prima di morire, addirittura più triste di quella della morte della mamma di Bambi nel famoso classico Disney del 1942. Molte sono state le obiezioni da parte di pubblico e critica, che comunque accolse tiepidamente il lavoro di Zeffirelli ai tempi della sua uscita nel 1979.

Tra scene celeberrime quali la morte di Jack/Leonardo DiCaprio in Titanic e la sequenza finale de La Vita è bella, ecco le scene più deprimenti secondo la modesta opinione del DI.

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UP

 Siamo di fronte ad uno dei migliori lavori della Pixar, il primo ad ottenere la candidatura agli Oscar come Miglior Film nel 2010 (eguagliato da Toy Story 3 l’anno seguente). In queste classifiche si è usuale trovare la scena finale di un film, dove di solito vi è il culmine emotivo dello sviluppo narrativo. Non è questo il caso, perché nella pellicola in questione la sequenza strappalacrime la troviamo praticamente all’inizio. In due minuti viene compendiata la vita di un bambino e una bambina (Carl ed Ellie) che da giocare insieme finiscono per passare tutta la vita l’uno accanto all’altra. Dovranno avere a che fare coi problemi della realtà quotidiana come le bollette, il fatto che la coppia non possa avere figli,gli acciacchi dovuti dalla vecchiaia e per tutti questi motivi continuano a rimandare il viaggio in Sud America. Proprio quando Carl compra i biglietti per il Venezuela, sua moglie, ormai troppo anziana e malata, muore. La magia Disney la si nota anche in queste circostanze.

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ARMAGEDDON

 Film molto rinomato, forse più per la colonna sonora, l’indimenticabile Don’t Wanna Miss a Thing degli Aerosmith (per i quali non arrivò l’Oscar per la miglior canzone che andò a When You Believe, tratta da Il Principe d’Egitto)che per il valore del film, già allora snobbato dalla critica. Terzo film della carriera del regista più odiato di Hollywood, Michael Bay, la cui carriera non era ancora degenerata con i vari Transformers e Pain& Gain, giusto per citare due dei suoi film di basso livello ma campioni d’incassi. La scena finale del film è rimasta negli annali. Harry (Bruce Willis) prende il posto di A.J. (Ben Affleck) per fare esplodere manualmente la bomba. Prima di separarsi, Harry raccomanda A.J. di prendersi cura di sua figlia, sostenendo di averlo sempre considerato come un figlio e che sarà felice del loro matrimonio. Mentre l’equipaggio si prepara per il decollo, l’eroe dà l’ultimo e struggente saluto alla figlia.

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QUALCUNO VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO

 Qui siamo davanti ad un capolavoro indiscutibile della storia del cinema, una delle tre pellicole (insieme a Il silenzio degli innocenti e Accadde una notte) ad aver vinto i cinque Oscar principali (QUI la recensione del film).

Randle Patrick McMurphy (Jack Nicholson) è sotto osservazione in un ospedale psichiatrico e adotta subito un atteggiamento anticonformista verso le rigide regole che vigono nella struttura. Dopo un tentativo di fuga persosi in una festicciola di addio e dopo il suicidio di Billy, un altro internato, McMurphy tenta di strangolare la signora Ratched, la caporeparto. Da qui la commissione medica si convince del fatto che McMurphy è un malato pericoloso e che vada curato con la lobotomia. Ed arriviamo alla scena che ci interessa: quando viene riportato in reparto è praticamente inerme, il Grande Capo (un indiano di dimensioni enormi ricoverato nell’ospedale) quando lo vede in queste condizioni, lo uccide soffocandolo con un cuscino per non lasciarlo al suo destino. Anche McMurphy, l’unico che aveva portato un minimo di euforia all’interno della realtà inflessibile dell’ospedale psichiatrico e l’unico che aveva trovato il coraggio di denunciarne i metodi arretrati e disumani, è costretto a darsi per vinto.

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Das Leben der Anderen

LE VITE DEGLI ALTRI

Nella Berlino Est ancora sotto il controllo sovietico, dove ogni persona sospetta di essere pericolosa per il regime veniva sottoposta a spionaggio, la stessa sorte tocca allo scrittore Georg Dreyman. Viene considerato un autore in linea con il regime ma le autorità ritengono che si possa trovare qualcosa di compromettente sul suo conto. Ma Weisler, incaricato di ascoltare le conversazioni nella casa dello scrittore, ad un certo punto prova un certo attaccamento per Dreyman e smette di trovare materiale compromettente sul suo conto. La morte della compagnia di Dreyman e la scoperta del fatto che Weiser avesse scoperto lo scrittore, sono il momento più alto e toccante del film. Il lungometraggio di debutto di Florian Henckel von Donnersmarck con tanto di vittoria dell’Oscar per il miglior film straniero nel 2007: tutti i registi sognano un debutto così.

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IL MIGLIO VERDE

Negli anni in cui Tom Hanks spopolava sfornando un’interpretazione mozzafiato dopo l’altra, troviamo in cima a questa classifica la pellicola del 1999 diretta da Frank Darabont e tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King. John Coffey (Michael Clarke Duncan), condannato a morte per avere violentato e ucciso due gemelline, è un detenuto diverso dagli altri, fragile ma al contempo dotato di poteri soprannaturali. Dopo aver mostrato tutta la sua bontà d’animo e curato il tumore al cervello della moglie del capo del carcere, arriva il giorno dell’esecuzione. Paul (Hanks) dà a John Coffey la possibilità di scappare, ma il detenuto non accetta preferendo morire piuttosto che vivere in un mondo pieno di mali. Il buon uomo così muore, tra la commozione generale dei custodi, consapevoli dell’ingiustizia che si sta compiendo. Con questo momento strappalacrime si avvia alla conclusione un film già denso di emotività in ogni sua sequenza.

Michael Cirigliano

UN REGISTA TRE FILM – QUENTIN TARANTINO

Cosa??? Solo tre??? È praticamente impossibile scegliere tre film di Tarantino senza lasciarsi attanagliare da dubbi e, qualunque sia la scelta, senza scontentare i fan o gli appassionati. Regista eclettico, rivoluzionario, che trova non nel citazionismo ma nel mescolamento il suo punto di forza, Tarantino (la cui passione per la settima arte nasce da giovanissimo e cresce e viene affinata dal lavoro nell’ormai celeberrima videoteca Manhattan Beach Video Archives nell’area di Manhattan Beach) ha realizzato capolavori con un marchio inconfondibile che gioca sia con le unità aristoteliche, mescolando luogo tempo e azione, e rimanda a vecchi film (perlopiù sconosciuti) di cui estrapola una scena, una colonna sonora, anche solo un particolare della scenografia per utilizzarlo nei suoi lungometraggi caricandolo di nuovo senso. Dallo scoppiettante esordio con Le iene (saltando il primo lungo My Best Friend’s Birthday) all’ultima fatica Django Unchained, sono dieci i lavori del cinefilo di Knoxville. Ecco i miei tre preferiti.

 

PULP FICTION

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Stregato da questa pellicola Clint Eastwood, presidente di giuria a Cannes nel 1994, non poté non premiarla con la Palma d’oro nonostante Film Rosso di Kieslowski. Una rivoluzione già sperimentata con Le Iene (ma qui perfezionata) di racconto anti-cronologico, una storia di gangster, amori, vendette, guerra, cimeli di famiglia, pugilato, colazioni che nella sua ironia nera descrive l’abominio del male. Personaggi creati alla perfezione, tra cui spiccano il sicario Jules del magnifico Samuel L. Jackson e il preparato Mr.Wolf di Harvey Keitel. Tante piccole storie apparentemente sconnesse tra loro che trovano un filo logico e una cronologia solo nella seconda parte, in cui si ha l’effetto di una discesa. Per molti il film migliore del regista.

 

JACKIE BROWN

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Ci si attendeva un altro film alla Pulp Fiction ed ecco che Tarantino regala un’opera lineare, tradizionale, che segue una sua cronologia, seppure fedele agli altri aspetti del suo stile (sceneggiatura bruciante, ironia e umorismo nero, citazionismo smodato). A Los Angeles Ordell, mercante d’armi, cerca di ritirare una enorme somma di denaro dal Messico per poi ritirarsi dagli affari. Lo aiutano l’ex compagno di cella Louis Gara e l’ex socia Jackie Brown, hostess arrestata per colpa sua. La cosa più interessante sono i personaggi, delineati alla perfezione, che sono tutti sia angeli che diavoli allo stesso tempo (Ordell per ironia sembra il meno cattivo). De Niro fumatore stanco, Pam Grier hostess in forma, Robert Forster garante di cauzioni innamorato e Samuel L. Jackson che sembra essere nato per recitare le sceneggiature di Tarantino. Grande film.

 

KILL BILL

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A mio avviso il punto più alto raggiunto da Tarantino fino ad ora. Da considerare nel complesso, è un capolavoro che miscela al meglio innumerevoli generi differenti di cinema, dal gongfupian allo wuxiapian cinesi, dallo spaghetti western agli yakuza movie, dall’horror italiano firmato Fulci e Bava agli anime giapponesi, non dimenticando capolavori nipponici come Lady Snowblood o film sulla vendetta occidentali come La sposa in nero di Truffaut. Beatrix Kiddo (Uma Thurman), ex sicario della banda del killer Bill (David Carradine), viene quasi uccisa nel giorno delle sue nozze. Al suo risveglio, dopo anni, dal coma, cerca gli aggressori per fargliela pagare. Si ritorna alla anti- cronologia, ma quasi non si nota se non per alcuni escamotage del regista (il foglio con i nomi). Scene perfette, recitazioni da urlo e una semplicità di creare cinema disarmante. È bello dall’inizio alla fine (con la frase sulla leonessa e i titoli di coda capolavoro). L’opera magna di Tarantino, difficilmente superabile.

 

Matteo Chessa

01-DIETROSPETTIVE: IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE, OVVERO L’ARTE DELLO SCHIVARE I PROIETTILI COPRENDOSI IL VOLTO

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Nel capolavoro dei fratelli Wachowski Matrix, film del 1999, il protagonista Neo (Keanu Reeves), l’eletto e unica speranza di salvezza dell’umanità, impiega più di ¾ della pellicola per auto-convincersi della sua potenza e schivare i proiettili dei nemici. I suoi compagni di missione Morpheus e Trinity (gente che spacca i culi!), dopo allenamenti vari e programmi caricati nel cervello con una naturalezza disarmante, non sono in grado di farlo. Immagino non gli faccia piacere sapere che esiste un modo più semplice per riuscire nell’impresa; lo dimostra Paul Kersey, il freddo e manico (appellativo usato dal villain del quarto film che ho trovato molto calzante) architetto protagonista della serie di cinque film dedicati a Il Giustiziere della Notte. Infatti nonostante si sia trovato, nelle pellicole a lui dedicate, molte volte sotto il fuoco di un gran numero di nemici che con mitra, uzi, fucili, pistole di piccolo e grosso calibro, bazooka gli sparavano addosso, non ha mai riportato la minima ferita (tranne nel primo film che però è bello). Il modo di scamparla è sempre lo stesso: sguardo da mucca che guarda passare il treno, braccia che si alzano e incrociano coprendo il volto ma lasciando inesorabilmente scoperto il resto del corpo che diventa un bersaglio facile anche per un bambino cieco che si diverte con le fionde, corsa blanda e lenta verso una direzione, tuffo finale a corpo morto nel cemento ma atterraggio perfetto (roba che neanche Vanessa Ferrari!). Risultato: vita salva, nessuna ferita e adrenalina alle stelle (che puntualmente si tramuta in carica omicida). Se aggiungiamo che Paul Kersey è interpretato dal sessantenne Charles Bronson ( nel quinto episodio ha addirittura 74 anni) allora l’urlo al miracolo è doveroso.

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Bronson felice durante la festa dei suoi 18 anni.

Con la sua immensa velocità, degna dei migliori velocisti al mondo, la sua infallibile mira da cecchino nato (è un architetto e lo ha sempre fatto) Paul si diletta nell’uccidere i balordi che, puntualmente, fanno del male alla donna che ama. Tipico esempio di sequel realizzati per motivi economici, la saga del giustiziere della notte rovina tutto ciò che di bello e poetico vi è nel primo capitolo, la contrapposizione tra la giustizia ordinaria e quella privata, il vendicatore che si tramuta in vigilantes, la morte del prossimo che compensa il vuoto interiore. Tutto ciò viene banalizzato fino all’infinito con trame poco sviluppate, personaggi per niente approfonditi, scontri a fuoco degni di Primavera di granito. Resta l’ottima forma atletica di Charles Bronson, i suoi scatti felini, il suo sguardo da tigre e la super mossa con cui spaventa i nemici, le pallottole, la morte stessa. Vediamo se Bruce Willis, che dovrebbe interpretare l’architetto nel remake, saprà fare lo stesso.

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Sid, famoso centometrista e allenatore di Paul Kersey durante il liceo. 

Matteo Chessa