ONLY LOVERS LEFT ALIVE: JARMUSH E IL DECLINO DELL’UMANITA’

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La straordinaria vertiginosa sequenza iniziale di Only Lovers Left Alive è una vera e propria dichiarazione d’intenti: la musica, espressa simbolicamente dal 45 giri in dissolvenza incrociata, è forse la vera protagonista del film e l’ipnotica traiettoria circolare della telecamera sottende la lenta ciclicità esistenziale dei due vampiri (Tilda Swinton e Tom Hiddleston) che sono costretti loro malgrado ad abitare in un mondo dove gli uomini, che nel film vengono chiamati “zombie”, non sono utili neanche come nutrimento, essendo portatori di sangue oramai pericolosamente infetto. Jarmush ancora una volta prende a cuore un genere estremamente usurato (in questo caso il cult del vampirismo) e lo destruttura completamente, donandogli nuova linfa vitale: isolati nelle loro certezze ultrasecolari, i due protagonisti, più che un paletto conficcato nel cuore,sembrano temere inconsciamente la più totale apatia.

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Tilda, un vampiro perfetto…

Tra l’America e il Marocco, tra musiche funebri e capolavori della letteratura, ci si lascia sedurre volentieri da quel gioco prettamente intellettuale che con spiritosi riferimenti che spaziano da Byron a Mary Shelley oscura un’ulteriore forma di circolarità, quella della trama. Nella visione pessimistica di Jarmush la Motor City Detroit, metropoli obbligata a dichiarare bancarotta e forse per questo perfetta dimora per il vampiro Adam assetato di passato glorioso (il tentato suicidio testimonia un presente per lui invivibile), rappresenta il simbolo ultimo del fallimento dell’uomo, destinato a vagare senza meta per anonime strade deserte nel cuore della notte e costretto a  lasciarsi stancamente spezzare dalla crudeltà della vita come una pregiata Gibson d’inizio ‘900.

Il passato è ormai un ricordo, il presente una lotta per la sopravvivenza, il futuro un buco nero. Cosa resta allora ai due immortali? Solo l’amore salvifico che ha il suono profondo di un gong e le irradianti fattezze di un diamante incastonato in una stella.

 

Francesco Pierucci

VENERE IN PELLICCIA: QUANDO IL LIMITE ESALTA LA FORMA

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Se ultimamente il teatro sta vivendo un periodo di gradevole connubio con il cinema, lo si deve fondamentalmente a un signore di nome Polanski Roman. Dopo il frizzante Carnage girato totalmente all’interno di un’abitazione, il regista francese decide di autolimitarsi ancora di più, sfruttando un semplice palcoscenico e due attori straordinari.

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Il cinema si teatralizza…

L’opera del titolo, riadattata dall’autore, è di una modernità destabilizzante che sprizza attraverso le delicate battute di Severin von Kusiemski/ Mathieu Amalric contrapposte alle ruvide risposte di Wanda von Dunayev/Emmanuelle Seigner. Il sadomasochismo, tema dominante della pièce, viene utilizzato come punto di partenza per analizzare gli istinti primordiali e ancestrali dell’uomo e della donna. L’inconscio represso, insolitamente oscuro come l’ angolo della ribalta, trova più volte la sua ragion d’essere prima come nuovo abito da indossare, poi come nuova parte da recitare e infine come tragedia greca da commemorare.

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Il teatro è il cinema

Dopo pochi minuti dall’inizio, realtà e finzione si sovrappongono e finiscono inesorabilmente col confondersi. Niente è come appare: la recita naturale e le pause ritmicamente orchestrate mettono in luce un erotismo iconico, una sorta di sessualità asessuata che attrae e respinge contemporaneamente. Venere in Pelliccia è per questo un film splendido che intrattiene, diverte, affascina, scuote e lacerando la mente dello spettatore come l’ira di una Baccante dimostra di essere un film ancora più complesso di quello che sembra.

 

Francesco Pierucci