INSIDE OUT – QUANDO L’ASPETTATIVA SCALFISCE IL VALORE DEL FILM

fullwidth.59cefd6d

Quasi tre mesi dopo l’uscita nelle sale americane, il 16 settembre è arrivato nei cinema italiani Inside Out, quindicesimo lungometraggio della Pixar, esattamente 20 anni dopo lo stupefacente Toy Story che ha cambiato per sempre il modo di fare cinema d’animazione divenendo il primo film realizzato in computer grafica 3D. Da allora la Pixar ha sfornato vari grandi film che hanno emozionato negli anni grandi e bambini: dai due seguiti dello stesso Toy Story ad Up, passando per Ratatouille, Alla ricerca di Nemo, Gli Incredibili. Dopo lo straordinario Toy Story 3 del 2010, parte della critica ha cominciato a lamentare per la prima volta un certa flessione nella qualità dei lavori della fino ad allora impeccabile casa di produzione appartenente alla Walt Disney, in occasione soprattutto del sequel di Cars (già il primo film non aveva entusiasmato particolarmente) e di Ribelle – The Brave.

Inside Out doveva avere il ruolo di stroncare sul nascere questa recente tendenza e possiamo dire che almeno questa impresa è andata a buon fine. Il problema però è un altro. Il film è arrivato in Italia già forte delle opinioni degli addetti ai lavori d’Oltreoceano, contribuendo a creare un’aspettativa colossale: è stato dipinto come un imperdibile capolavoro, o addirittura come il migliore lavoro della Pixar.

Non fraintendeteci: Inside Out è un ottimo film ma, come ricordava su queste pagine Matteo Chessa quasi un anno fa (in merito ad Interstellar), non bisogna fare confusione sul termine “capolavoro”. L’idea di portare sullo schermo le emozioni che popolano la mente della protagonista Riley e le modalità in cui tali emozioni si rapportano tra loro è innegabilmente originale e lo stesso di può dire per la genialità di certi passaggi della pellicola (il personaggio di Tristezza, la funzione fondamentale dei Ricordi base e potremmo continuare). Oltre a ciò, bisogna sottolineare che tutta l’opera è frutto di un’idea originale del regista Pete Docter, già al timone di Up e Monsters & co. nel 2010.

Ma l’originalità finisce qui perché in alcuni frangenti si ha la sensazione di guardare qualcosa che sa di già visto. Esempio eclatante in merito è il personaggio di Bing Bong (l’amico immaginario di Riley): come non ricordare il famosissimo Woody di Toy Story, anche lui alle prese con la triste realtà per cui realizza di non poter fare più parte della vita del suo proprietario Andy (qui abbiamo Riley) che, cresciuto, deve avere a che fare col mondo reale.

Lo stesso si può dire per la morale, che è la stessa di Up, peccato che Up sia venuto prima: un distacco nella vita può rivelarsi doloroso causando inevitabilmente solitudine e tristezza. Quando la tristezza lascia posto alla rabbia si diventa negativi. Bisogna perciò lasciarsi andare alla tristezza abbandonando il passato per spalancare la porta a nuove emozioni (tant’è che nel finale Gioia lascia finalmente il controllo delle emozioni a Tristezza, dopo averla osteggiata per tutto il film).

E poi c’è il finale, più telefonato che mai: alzi la mano chi non si aspettava un finale del genere ma in questo caso vi è l’attenuante per cui il vero colpo finale verrà lasciato ad un eventuale (certo, secondo il sottoscritto, visti anche gli incassi al botteghino) seguito.

Rimane comunque un buonissimo film, coraggioso perché ambientato totalmente nella testa della protagonista senza risultare noioso, esteticamente favoloso ed emotivamente non indifferente.

Ma da qui, a definirlo “capolavoro” c’è evidentemente una sostanziale differenza.

Michael Cirigliano

OUTCAST, IL REIETTO – ALTRO OSCAR PER KIRKMAN?

Immagine

Arriva in questi giorni in edicola un nuovo mensile a fumetti, che ho letto per voi su una panchina della stazione di Milano.

Dunque, Outcas è la recente fatica di Robert Kirkman aiutato ora da Paul Azaceta, disegnatore dal tratto molto deciso e semplice, che non carica le vignette di troppi dettagli e che ben sa organizzare dentro la pagina la strabordante immaginazione del nostro Robert.

Venendo un po’ alla trama e all’ambientazione, siamo nel genere horror e in particolare quel filone di demoni, bambini pallidi e possessioni di sorta; il protagonista è Kyle, e ha a che fare con queste cose da tutta una vita; grazie a sporadici flashback e frasi dei personaggi si compone un puzzle di dolore e sofferenza che lo perseguita dal infanzia.

I protagonisti secondari sono molto stereotipati, come nel più classico dei film terrore: c’è il prete, la sorella e il cognato poliziotto che è anche uno stronzo; Poi ci sono le famiglie e gli abitanti di questa piccola cittadina della Virginia, che temo faranno una brutta fine man mano che la storia andrà avanti. I dialoghi sono molto concitati e semplici, Kirkman li usa per far progredire la trama e la comprensione del lettore su quanto sta leggendo, la caratterizzazione dei personaggi è invece affidata alle esperienze di ciascuno, di cui scopriamo i dettagli pagina dopo pagina.
Parlare di capolavoro è ancora prematuro.

Le potenzialità ci sono tutte, Rob non ha mai scritto nulla di brutto, la storia fino ad un certo livello è appetibile dalla maggior parte del pubblico e il protagonista mi ha già conquistato… siamo ancora al primo numero però ci vorrà ancora qualche mese per comprendere a pieno i piani di Kirkman per la serie.

Che Outcast dovesse arrivare in Italia era certo, ma non si sapeva ne quando, ne in che modo.

Un volumetto dedicato per le edicole non era scontato, si era pensato ai libri da fumetteria e persino a inserire la serie anche fisicamente nel già famoso universo di Robert K., ovvero in appendice al vendutissimo “The Walking Dead bonelliano”, ma in fans degli zombie si sono opposti.

Pietro Micheli

FILM DA RISCOPRIRE – QUANDO VOLANO LE CICOGNE (1957)

images

Due giovani innamorati saltellano felici in una Mosca deserta; hanno fatto le ore piccole e stanno tornando a casa passando per la Piazza Rossa; la ragazza guarda il cielo, nota le gru che volano, portando la primavera (le cicogne che titolano l’opera sono un incredibile errore di traduzione italiano, camuffato anche in fase di doppiaggio), e distratta si lascia bagnare dal camion della pulizia strade; lui amorevolmente le tira su i capelli, poi si dirigono verso casa saltellando su un piede giocosamente; titolo dell’opera con sullo sfondo il campanile di Ivan il terribile. L’incipit di Quando volano le cicogne del georgiano Mikhail Kalatozishvili (conosciuto col nome russo Michail Kalatozov) si allontana vertiginosamente dai prodotti propagandistici del cinema sovietico del periodo mirati alla costruzione dell’immagine internazionale dell’URSS, anticipando di un anno quelli che poi saranno i canoni della Nouvelle Vague francese (camere a spalla che seguono le corse dei protagonisti, riferimenti letterari, nel particolare alle Tre sorelle di Cechov) e enfatizzando la cosiddetta “politica del disgelo” portata dal neoeletto Kruscev (da quattro anni al potere), che mirava a destalinizzare l’immagine sovietica, toccando anche il campo della settima arte. È un film d’amore, di guerra, di solitudine, di costanti attese mancate e speranze tradite; Vera (una straordinaria Tatyana Samojlova) e Boris (Aleksey Batalov) sono innamorati e vogliono sposarsi; la seconda guerra mondiale e la partenza da volontario del giovane cambiano le cose. Lei, che intanto perde i genitori e viene costretta con la forza a sposarsi col cugino di Boris Mark (Aleksandr Shvorin), lo aspetta inutilmente per anni, sempre in bilico tra il rimanere ancorata alle speranze e il gettarsi tra le onde di un destino che, semplicemente, non si dirige verso i suoi sogni. Palma d’oro al festival di Cannes del 1958 (ebbe la meglio su titoli e nomi altisonanti come Alle soglie della vita dello svedese Bergman, preferito da una giuria presieduta dallo scrittore francese Marcel Achard e composta tra gli altri, da Zavattini, Ledislao Vajda e il sovietico Jutkevic), trova nell’estetica più che nelle tematiche il suo carattere rivoluzionario: inquadrature vicine ai personaggi, riprese che irrompono come mai prima nelle vite personali dei protagonisti e ce ne mostra sofferenze, paure e speranze. Attraverso piani sequenza e carrellate magistrali (si pensi a quella, bellissima, in cui una spaesata Vera corre verso il treno con chiaro intento suicida) o movimenti circolari della cinepresa (ripresi anche dall’andamento della storia), Kalatozov e il direttore della fotografia Sergej Urusevskij entrano nella storia del cinema con uno stile poi perfezionato da molti cineasti futuri (Scorsese da poco ne ha sottolineato l’importanza). In questo turbine di immagini danza il personaggio di Vera, diverso dalle altre eroine di un normale film di guerra, non ferma e decisa ma attanagliata da dubbi e paure, sottolineate perfettamente dagli occhi penetranti della Samojlova. Una storia d’amore che sfiora il melodramma ma non cade nel suo romanticismo, un film sulla guerra in cui le battaglie non vengono mai mostrate e la violenza è solo psicologica. E un finale commovente, legato strettamente all’incipit nonostante sia il suo naturale contrario (la piazza Rossa stracolma di gente, la ragazza sola che cerca l’amato tra la calca e quello sguardo alle gru con un significato differente). Un pezzo di storia del cinema da consegnare al grande pubblico per far capire cosa è realmente l’amore. Capolavoro.

 

31101_FRA

Matteo Chessa