L’AMORE SPEZZATO: I VEDOVI NELLA STORIA DEL CINEMA

La classifica che sto per proporvi è unica nel suo genere, dato che nessuno si è mai interessato all’argomento che la caratterizza (fate un giro sul web se non ci credete). Eppure di vedovi nel mondo del cinema ce ne sono tanti: il solitario Mastroianni che desira rivedere i suoi figli, cresciuti e indipendenti,  in Stanno tutti bene di Tornatore (da pochi anni rifatto in salsa USA con Robert DeNiro); il burbero Carl, indimenticabile personaggio di UP (che tuttavia non comparirà nella classifica perché più volte trattato nel blog, ad esempio QUI); molti dei protagonisti della filmografia di Christopher Nolan che sembra non poter fare a meno di un vedovo per creare una trama (Memento, Inception, Interstellar, ma in un certo senso anche Al Pacino in Insomnia resta vedovo del collega); lo scontroso Walt interpretato da Clint Eastwood in Gran Torino, che troverà poi conforto nell’amicizia col vicino di casa Thao, ma anche Stallone nell’ultimo Rocky, Nicolas Cage in tantissimi film e altri ancora. Vi propongo qui quelle che per me sono le più belle figure di vedovi della storia del cinema; aspetto le vostre scelte.

LA CAMERA VERDE

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Francois Truffaut, 1978. Julien Davenne (interpretato dal regista) ha perso la moglie da 11 anni, e a lei ha riservato una camera in cui commemorarla. Durante un temporale scoppia un incendio e Julien riesce a salvare le foto dell’amata defunta; capisce che una stanza sola non basta e decide di adibire una cappella abbandonata al culto delle persone care, sperando così di superare il trauma. Tratto da due racconti di Henry James, affronta il solipsismo distruttivo attraverso una storia di morte e amore.

A PROPOSITO DI SCHMIDT

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Prova attoriale maiuscola di Jack Nicholson che sfiora il suo quarto Oscar (sarebbe stato meritatissimo ma gli venne soffiato dallo strepitoso Adrien Brody de Il Pianista). Warren Schmidt ha appena perso la moglie ed è un uomo distrutto; quando scopre che lei aveva una relazione extra-coniugale con un loro amico comune, parte con il camper per l’America, con l’obiettivo di convincere la figlia, che sta per sposarsi, a ripensarci. Commovente la scena finale in cui un uomo solo e apparentemente inutile si scopre indispensabile per il bambino che ha adottato a distanza, leggendo la sua lettera.

ULTIMO TANGO A PARIGI

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La trama la conoscerete tutti, il film anche. Non occorre che vi dica io chi sia Marlon Brando né tantomeno le controversie sul set con Maria Schneider, trattata violentemente dall’attore e Bertolucci. La bellezza della sporca figura del vedovo Paul risiede tutta nella indimenticabile scena del duro discorso alla moglie, morta e completamente ricoperta di fiori. Una lezione di regia, una prova attoriale pazzesca. Sicuramente la scena migliore del film.

A SINGLE MAN

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George, elegante professore omosessuale, non supera la morte del compagno di una vita. Tentato dal suicidio, attira a sé le attenzioni di un alunno, che gli dona una visione più rosea del futuro. Finale amaro.

Ottimo Colin Firth alla prima esperienza da regista di Tom Ford, stilista di lusso. Tanti stereotipi sull’omosessualità, tanti begli abiti e musiche colte. Ma cosa resta? Gli occhi gonfi dal pianto per un amore infranto.

I RACCONTI DELLA LUNA PALLIDA D’AGOSTO


Film tra i più belli della storia del cinema, diretto dal maestro nipponico Kenji Mizoguchi, narra le vicende di due fratelli che, per inseguire i loro sogni materiali, dimenticano di coltivare quelli già realizzati, le due mogli. Uno la recupererà; l’altro la perderà in guerra, uccisa da un soldato mentre lui, lontano, amava un’altra donna. Straziante pianto finale sulla tomba dell’amata e commovente frase finale della defunta “Ora che ho il marito che sognavo non posso viverlo”. Recuperatelo.

Matteo Chessa

ANCHE I GRANDI DEL CINEMA SBAGLIANO

Eh sì, sbagliano anche i grandi registi. Si contano sulle dita di una mano i registi che non abbiano alle spalle almeno un flop, un prodotto sotto le attese o comunque non in linea con il livello elevato del resto della loro filmografia.

Come avrete capito, noi de Il Disoccupato Illustre siamo persone perfide e così ce la spassiamo scavando nelle debolezze altrui. Perciò siamo andati a indagare nei meandri di filmografie apparentemente prive di lacune o mostruosità e abbiamo trovato clamorosi flop diretti anche da registi con nomi altisonanti.

5

ASSASSINIO SULL’EIGER (CLINT EASTWOOD)

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Il regista californiano, che poi sarà capace di dirigere pezzi da novanta come Gli Spietati, Million Dollar Baby e Mystic River, al suo quarto lungometraggio dietro alla macchina da presa sfornò nel 1974 The Eiger Sanction. Stranamente ne uscì una pellicola con una storia quasi inverosimile colma di incongruenze ed assurdità, unite alla poca credibilità del protagonista Jonathan Hemlock. Un autorità della critica cinematografica italiana quale Morandini lo etichettò come uno “sgangherato thriller spionistico”, un genere che forse non rientra nelle corde del grande Clint.

Nota di demerito anche per lavori recenti come Hereafter e J. Edgar.

4

GRINDHOUSE – A PROVA DI MORTE (QUENTIN TARANTINO)

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Tarantino non sbaglia mai, si diceva. Ma nel 2007 il regista di Pulp Fiction e Kill Bill diresse la prima parte della pellicola horror/splatter Grindhouse (il secondo episodio, Planet Terror, è diretto da Robert Rodriguez). Il risultato fu un flop al botteghino: a fronte di una spesa di 53 milioni di dollari, nel weekend di apertura ne guadagnò la miseria di 11,5. Questa la sentenza di Dennis Schwartz di Ozus’ World Movie Reviews: «Tanto divertente quanto fare un incidente con un’auto» e aggiunse che le due pellicole non son altro che «film fantastici da ragazzini senza una trama solida ed articolata». Eppure Tarantino disse: «I’m proud of my flop» (“sono orgoglioso del mio fallimento”). Certo, come Inzaghi è orgoglioso della stagione del Milan appena passata.

3

SETTEMBRE (WOODY ALLEN)

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Una volta un saggio disse: Allen drammatico o serio è una palla assurda. L’affermazione non è condivisibile per capolavori come Interiors, Stardust Memories, Alice o lo spezzone di Melinda e Melinda, ma calza a pennello per Settembre, secondo film girato dal regista newyorkese nel 1987 (assieme a Radio Days); frettoloso, ripetitivo e anche un tantino banale, Allen si impaluda nelle sue idiosincrasie trascinando dentro l’intero cast. Si salva come sempre la fantastica Dianne Wiest, che tanto deve a Woody Allen ma che tanto gli ha dato.

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COTTON CLUB (FRANCIS FORD COPPOLA)

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Dopo la tragedia di Un sogno lungo un giorno, famoso per aver fatto fallire la sua casa cinematografica Zoetrope, il regista della trilogia de Il Padrino e Apocalypse Now ritornò ad avere confidenza con il fallimento con The Cotton Club nel 1984. Nonostante la sceneggiatura di Mario Puzo e i costumi della nostra Milena Canonero (4 premi oscar, ne aveva già vinti due ai tempi), si verificò un altro tracollo al botteghino. Costò 58 milioni di dollari, ne guadagnò in totale meno di 30. Nonostante tutto, si portò a casa due nomination agli Oscar (montaggio e scenografia).

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LA GUERRA DEI MONDI (STEVEN SPIELBERG)

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Lasciando da parte tutte le castronerie che Spielberg ha portato nelle sale nelle vesti di produttore, anche da regista è stato autore di qualche film non proprio riuscito. Al vertice di questa classifica troviamo infatti il suo War of the Worlds, che, bisogna dirlo, andò bene al botteghino (anzi fu uno dei film più visti del 2005). Ma un’interpretazione non proprio all’altezza di Tom Cruise e la sceneggiatura confusionaria di David Koepp condannano la pellicola ad essere una delle peggiori di Spielberg.

Nota di demerito anche per The Lost World: Jurassic Park e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo.

Michael Cirigliano

MAD MAX: FURY ROAD E IL POLVERONE SULLA CRITICA CINEMATOGRAFICA

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È successo tutto molto (forse troppo) velocemente: il nuovo film di George Miller Mad Max: Fury Road , proiettato a Cannes e accolto con applausi da tanti giornalisti presenti, viene etichettato come “videogioco che finisce per annoiare” dall’illustre critico cinematografico italiano Paolo Mereghetti, che lo bolla come ripetitivo e senza trama, andando contro la maggior parte del pubblico (che lo ha adorato anche in siti di cinema come IMDb in cui il titolo vanta un improbabile 8,8/10 che nei primi giorni di proiezione aveva addirittura sfiorato i 9,7/10) e vari blogger armati di tastiera e pronti ad attaccare l’ideatore del dizionario di cinema più importante del Bel Paese e, più in generale, una critica definita vecchia e bollita perché “qualunquista e sempre pronta alla recensione facile, capace di definire Stephen Hawking quello di Big Bang Theory o eccessivamente intellettualista dato che il film preso in esame non viene valutato per quello che è, ma per quello che – e le parti coinvolte, come il regista o gli attori, non vengono ascoltate – dovrebbe o potrebbe essere.” (ogni riferimento alla recensione, bellissima, di Giona A. Nazzaro su Il Manifesto del film di Clint Eastwood American Sniper è puramente casuale). Citando Truffaut sostengono che il critico non è un mestiere e che ognuno fa due lavori, il suo e quello del critico; si dimenticano quello che il buon Francois aggiunge subito dopo (molto probabilmente non lo sanno), che molti si vantano di poter parlare di cinema e non hanno mai visto un film di Murnau.

Ora, sicuramente Paolo Mereghetti i film di Murnau, di Fritz Lang (tedesco e americano), di Robert Bresson e Jean Renoir, di Ozu, Mizoguchi e Kurosawa, di Fellini, Rossellini, Antonioni, Visconti, De Sica, ma anche i primi tre originalissimi Mad Max di George Miller li ha visti; lo stesso non si può dire di molti pseudocritici che spuntano adesso come i funghi aiutati dalle nuove tecnologie e ipotizzano classifiche cinematografiche che trasudano una vastissima ignoranza sulla materia; graduatorie  sui film con la trame più incomprensibili che citano Memento, altre sui migliori film della storia in cui svetta sorridente il faccione del Joker di Heath Ledger in Il Cavaliere Oscuro o, se siamo fortunati, tanti film di Kubrick (belli ma per tutti). Non mi è mai capitato di leggere nelle prime posizioni Au Hasard Balthazar, Il diario di un curato di campagna o Un condannato a morte è fuggito di Bresson; non ho mai sentito parlare, nei dibattiti sul cinema nei social in cui tutti si credono cinefili ma in realtà sono (e nemmeno se ne accorgono) teletilisti (se non nel metodo fruitivo sicuramente nei gusti), dei film di Dreyer (forse una volta ho letto di Vampyr per essere onesto) o dei lavori di Godard, né ho mai letto recensioni su Truffaut che si spingano oltre I 400 Colpi. Per la nuova critica il massimo è Il Padrino (bellissimo), visto come un punto di arrivo, una vetta e non come la base su cui costruire la conoscenza di un mondo che è molto vasto. Mereghetti e altri critici questa conoscenza ce l’hanno, sanno che guardando La Migliore Offerta di Tornatore il pensiero DEVE andare immediatamente a Sogno di prigioniero di Henry Hathaway con Gary Cooper e Ann Harding (e questo blog, mi vanto, il film lo conosce e lo ha recensito); sono consci dell’importanza di Lubitsch per Billy Wilder e di quest’ultimo per molti registi di adesso. La differenza tra loro e noi (ho 25 anni, ho visto tantissimi film e letto tanti libri del settore, in più ho una laurea sul cinema ma non mi sogno minimamente di  paragonarmi a Canova, Farinotti, Ghezzi,  Giusti o Caprara) è questa. Perciò quando un’autorità come Mereghetti si pronuncia così su Mad Max: Fury Road sai che un fondo di verità c’è, non lo attacchi a prescindere e soprattutto non ti sogni di scavalcarlo; perché poi la visione del film conferma tutto quello che lui ha detto e scritto. E a te non resta che inchinarti e pensare  quale film di Murnau guardare per primo.

Matteo Chessa

CINQUE GRANDI FILM SULL’ALCOLISMO

“ Il mio fisico non lo tollera, l’alcol. Veramente! Ho bevuto due Martini, la vigilia dell’ultimo dell’anno, e ho tentato di dirottare un ascensore su Cuba!”

Questo fulminante aforisma di Woody Allen suggerisce una riflessione: il regista newyorkese, che nella sua lunga carriera ha affrontato diverse tematiche scomode e forti (sesso, Dio, esistenza dopo la morte, senso della vita, nulla assoluto) mai si è cimentato con l’alcolismo, rifiutato non solo dal suo fisico ma dal suo intero cinema. Non che nei suoi film non si beva mai, anzi, ma la patologia in sé, i suoi sintomi, le conseguenze e le possibili cure sono totalmente assenti. Se Allen evita l’argomento non mancano comunque esempi nella storia del cinema che lo trattano; da La gatta sul tetto che scotta di Richard Brooks a Sotto il vulcano di John Huston, da Barfly (o il più recente Mosche da bar di Steve Buscemi) o Factotum rispettivamente sceneggiato da e tratto da un romanzo di Bukowski al drammatico Amarsi di Luis Mandoki. Tantissimi sono i titoli e i registi che esaminano l’argomento; ecco i cinque migliori per Il Disoccupato Illustre.

VIA DA LAS VEGAS

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Tratto dall’ominimo romanzo di John O’Brien, diretto da Mike Figgis e magnificamente interpretato da Nicolas Cage nella parte della sua vita, quella che zittisce i detrattori. Ben, alcolizzato e solo, si reca a Las Vegas per bere fino alla morte. Conosce una prostituta, Sara, e nasce l’amore. Ma nonostante ciò non cambia il suo piano. Elisabeth Shue ottima spalla. Finale commovente.

I GIORNI DEL VINO E DELLE ROSE

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Joe e Kirsten, sposati, sono accaniti bevitori. Dopo la nascita della loro prima figlia decidono di smettere. Joe ci riesce grazie agli Alcolisti Anonimi, la moglie no. Lui decide di starle vicino. Primo film che Jack Lemmon gira con Blake Edwards, è forse il migliore del regista, sicuramente il più personale. Lieto fine evitato. Titolo tratto da una poesia di Ernest Dowson.

L’ANGELO UBRIACO

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Giovane mafioso di un quartiere dei bassifondi di Tokio malato di tbc si affida, dopo vari litigi, ad un dottore alcolizzato ma di buon cuore che cerca di salvargli la vita. Primo film di Toshiro Mifune, è uno dei grandi capolavori di Kurosawa con un Takashi Shimura in grande spolvero. Clint Eastwood e Gran Torino gli devono molto.

GIORNI PERDUTI

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Il film più famoso sull’argomento, premiato con l’Oscar al Miglior Film. Già tratto nel blog (QUI la recensione). Un capolavoro di Billy Wilder da vedere assolutamente.

FUOCO FATUO

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1963, Louis Malle. Tratto dall’omonimo romanzo di Pierre Drieu La Rochelle, racconta le ultime 36 ore di Alain, una vita distrutta dall’alcol e dai troppi momenti mancati. Decide di suicidarsi, non prima di un ultimo incontro con amici ed ex amanti parigine. Considerato da molti il miglior film del regista, è commovente perché “patetico a ripetizione” (Truffaut). Splendido bianco e nero di Cloquet.

Matteo Chessa

RIMPIANTI DA OSCAR – MYSTIC RIVER, LA FORZA DEL PASSATO SECONDO CLINT EASTWOOD

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Mentre in Italia Simona Ventura da lì a qualche giorno avrebbe condotto il peggior Festival di Sanremo della storia della più grande kermesse italiana, a Los Angeles il 29 febbraio 2004 fu il giorno dell’apoteosi de Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re di Peter Jackson che si aggiudicò 11 statuette (su 11 candidature) eguagliando il record di Titanic e Ben Hur.

Non stiamo parlando del capitolo migliore della saga (tant’è che l’Oscar è da ritenere un riconoscimento all’intera trilogia) e nemmeno del migliore tra i candidati di quell’anno visto che il 2004 segnò anche il ritorno ad altissimi livelli di Clint Eastwood con uno dei suoi lavori migliori in assoluto, Mystic River.

Le vicende iniziano nel 1975: un bambino viene prelevato da un uomo portato via con un’auto. Verrà violentato e poi riuscirà a fuggire. Due suoi compagni scampano alla stessa sorte. 25 anni dopo, l’uomo, Dave (interpretato da Tim Robbins) ha una moglie (Celeste, Marcia Gay Harden) e un figlio. I suoi due amici sono divenuti uno un poliziotto (Sean, Kevin Bacon) e l’altro un commerciante (Jimmy, Sean Penn). Un giorno la figlia diciannovenne di quest’ultimo viene trovata massacrata e i sospetti ricadono proprio su Dave. Questo è solo l’inizio di un thriller atipico che non si risparmia colpi di scena (come lo stesso finale che lascia letteralmente senza fiato) ma che fa dell’esplorazione degli stati d’animo e delle esistenze dei personaggi il suo punto di forza.

Clint girò la pellicola in soli 39 giorni (si superò l’anno seguente girando Million Dollar Baby in 37 giorni) portando sullo schermo il romanzo La morte non dimentica di Dennis Lehane (che interpreta un cameo, appare su una decappottabile durante la parata finale). Il risultato è un film doloroso e carico di riflessioni profonde e angoscianti che ritrae abilmente le diverse modalità di interpretazione delle vicende esistenziali a partire dalle differenti reazioni al lutto e al dolore che divergono a seconda delle esperienze vissute in passato. È un film che guarda indietro, con flashback e analogie, attraverso un viaggio interiore che i tre protagonisti si trovano a dover affrontare. E per un’opera del genere, il regista californiano trova in Sean Penn e Tim Robbins due interpreti ideali (premiati entrambi con l’Oscar). Il primo, uno dei migliori attori degli ultimi anni, domina la scena riuscendo a conferire al personaggio del padre dilaniato dal lutto una profondità e una complessità indescrivibili. Robbins interpreta magistralmente la parte dell’adulto problematico in lotta con i fantasmi del suo tragico passato di vittima e continuando a essere vittima, ma del suo destino. Bene anche Kevin Bacon, bravissimo nel far nascondere i problemi del suo Sean al mondo e soprattuto a se stesso.

Peccato per Clint Eastwood che non si portò a casa nemmeno la Miglior Regia (vinse Peter Jackson) ma si sarebbe riscattato l’anno dopo stregandoci ancora una volta e per l’ennesima volta, con Million Dollar Baby.

Michael Cirigliano

AMERICAN SNIPER- L’AZZARDO RIUSCITO DI CLINT EASTWOOD

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Raccontare una storia vera è sempre un azzardo. Raccontare una storia vera che in pochi conoscono…anche. Se qualcuno volesse imparare a farlo, è invitato a guardare American Sniper, lungometraggio del Maestro Clint sulla storia vera di Chris Kyle, che tutti conoscono grazie a wikipedia una volta visto il film. Scherzi a parte. Personalmente la sua storia non la conoscevo per niente e di questo me ne dispiaccio. Ma ho voluto sapere di più prima di andare a vedere il film. Errore imperdonabile, ho pensato una volta sedutomi sulla poltrona del cinema vicino casa. A fine film, non ci ho neanche fatto caso. Clint Eastwood mette in campo la sua immensa maestria da regista, la sua conoscenza degli eventi bellici americani e la capacità di raccontarli come nessun altro. Flags of Our Fathers ne è una prova (senza contare Lettere da Iwo Jima).

Bradley Cooper è azzeccatissimo al ruolo, interpreta il personaggio nella sua mentalità e fragilità. Perché Kyle è uno di quelli che viene alimentato dalla paura  e dalla tensione. Riesce a sorprendere il suo linguaggio non verbale, la sua stazza fisica dà idea del personaggio. L’essere cecchino è un dono, ma anche una dannazione. La sua vita privata si intreccia inesorabilmente con quella professionale. Il suo senso patriottico è tensione più per chi ha paura di non vederlo rientrare a casa che per lo Stato. Sienna Miller, sua moglie Taya, è altrettanto brava. Ma Cooper fisicamente e professionalmente la sovrasta.

Interessante come, in questo caso, la denuncia alla guerra sia sottilissima e quasi inavvertibile. Viene resa nota solo quando Cooper dovrà fare i conti con la sua fragilità e con il tatuaggio della guerra che in cuore batte. Lo Stato non viene mai nominato. Nessuna carica politica ha a che fare con i combattenti in Iraq, nessun ordine risulta assurdo o controproducente. Forse perché è il principio in sé ad essere assurdo. Clint rischia anche su questo e da buon calcolatore sa che non fallirà nel suo intento. Kyle-Cooper è ipnotizzante, le persone che gli stanno attorno sembrano non esistere. Ha una moglie, due figli e tante persone che gli sono riconoscenti. Ma l’ex cowboy prende tutta la scena. D’altronde, un cecchino è tale solo se prende tutto il merito per sé.

Potrei dare una lista di 3-5 o 10 motivi per andare a vedere il film. Ma non sono un illustre come lo sono gli amici che qui vi scrivono più spesso di me. Uno perché non sono illustre, due perché non ne so di cinema quanto loro. Ma potrei dare un motivo valido per spingervi a pagare il biglietto. Anzi, due.

Uno. Il film è di Clint Eastwood.

Due. Anche se siete a conoscenza della storia e quindi della sua fine, vi sembrerà di vedere una trama sconosciuta, ma che non è minimamente diversa dall’originale.

Il vostro Billy

. Ps: il parlare in prima persona è amichevole e mai presuntuoso. Anche perché non posso competere, come detto…

Adios.

UN REGISTA, TRE FILM: CLINT EASTWOOD

Clinton Eastwood Jr. è universalmente riconosciuto come mito assoluto (basti pensare che si è fatto eleggere sindaco di un paesino solo per abrogare una stupida legge che vietava di mangiare gelati per strada). Se come attore “mono-espressivo” la sua carriera è esplosa dopo qualche anno di gavetta, come regista non si può affermare altrettanto. Eastwood infatti ha dovuto lottare per decenni contro una critica cinematografica prevenuta che non riconosceva il talento cristallino che il buon Clint dimostrava dietro la macchina da presa. Proprio per questo è difficile scegliere solo tre opere della sua filmografia che comprende capolavori come Mystic River e Honkytonk Man, passando per Un mondo perfetto e Bird. Penso che per la prima volta in questa rubrica, la scelta dei miei tre film preferiti coincida probabilmente con i tre film più importanti (in tutti i sensi) per l’autore.

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GLI SPIETATI

Se la sua carriera d’attore è indissolubilmente legata alla Trilogia del dollaro di Sergio Leone, non è affatto un caso che il massimo riconoscimento dalla critica americana, l’Oscar, gli venga assegnato proprio per un western. Gli Spietati è un film magnifico, un perfetto western crepuscolare. Ma Gli Spietati (il cui titolo originale è The Unforgiven non a caso) non è solo un western: è un film sulla vera natura dell’uomo, sulla vendetta, sull’amicizia e soprattutto sui fantasmi che ritornano e ci perseguitano come ambasciatori del senso di colpa (vero leit motiv della poetica eastwoodiana). La regia di Clint è come sempre curata e invisibile, apparentemente semplice ma che in realtà unisce passato e presente, classico e post-moderno. Ogni singola sequenza trova il suo meritato posto nella memoria dello spettatore, fino al finale che di catartico ha ben poco.

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MILLION DOLLAR BABY

Il vero capolavoro di Eastwood. Sicuramente il mio film preferito del regista californiano. Una storia semplice, che affonda le radici nell’archetipico sogno americano: la parabola discendente di Maggie, cameriera quarantenne che aspira a diventare una boxeur professionista, appassiona e fa soffrire come pochi film riescono a fare. Il rapporto con Frankie, intriso di conflittualità e piccoli gesti d’affetto, è molto di più del semplice legame padre-figlia: è il legame tra due anime sole che trovano nell’altra persona l’unico vero motivo per continuare a lottare. Anche qui l’Oscar arriva puntuale (forse uno dei più meritati nella storia dell’Academy) e non potrebbe essere altrimenti: la scena finale in cui Frankie spiega alla moribonda Maggie (una straordinaria Hilary Swank) il significato della parola Mo Cùishle vale, da sola, l’intera filmografia della maggior parte dei registi contemporanei.

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GRAN TORINO

E qui forse si arriva al film più personale di Eastwood. Non tanto per la storia in sé quanto per le tematiche e le metafore che sottende. Se Gli Spietati rappresentava per Clint il necessario tributo alla figura dello Straniero senza nome che lo aveva reso famoso da giovane, qui il debito da pagare è ugualmente importante: quello nei confronti dell’Ispettore Callaghan che, oltre all’ulteriore notorietà, aveva portato diverse polemiche. Il film è malinconicamente perfetto. Anche in questo caso la scena finale è rivelatoria. La morte cristologica di Walt chiude finalmente il cerchio con il passato e  pone le basi per un futuro testamento: ora che lo Straniero senza nome e Callaghan non ci sono più infatti, esiste solo Clint Eastwood.

Francesco Pierucci