UN REGISTA TRE FILM – DAVID FINCHER

Se dovessimo valutare la grandezza di un regista dal valore della sua opera prima, questo articolo non avrebbe nemmeno ragione di esistere. Questo perché la pellicola di debutto alla regia di David Fincher (dopo una gavetta negli effetti speciali nella Industrial Light & Magic di George Lucas e un esordio dietro alla macchina da presa in spot e videoclip musicali) fu Alien³, seguito delle due famose pellicole Alien e Aliens – Conflitto Finale dirette rispettivamente da due guru della fantascienza quali Ridley Scott e James Cameron. Girare come primo lungometraggio il terzo capitolo di una saga tanto celebre fu un’arma a doppio taglio per l’allora nemmeno trentenne Fincher e, come c’era da aspettarsi, il lavoro non ebbe successo venendo poco apprezzato dai fan per i suoi toni eccessivamente cupi e una sceneggiatura oltremodo spuria, soprattutto a causa del taglio di oltre mezz’ora del film da parte dei produttori della pellicola.

Però Fincher non si diede per vinto e il successo non tardò ad arrivare: nel 1995 uscì Seven, che oltre ad avere un ottimo successo di critica e pubblico, divenne negli anni un vero e proprio cult degli anni Novanta. Lo stesso di può dire per l’opera più famosa di Fincher, Fight Club, che all’inizio non ebbe risultati soddisfacenti al botteghino e fu stroncato dalla critica in più occasioni ma fu risollevato ampiamente dalla successiva distribuzione per home video.  Collocato cronologicamente tra questi due colossi, una nota la merita The Game – Nessuna regola, uscito nel 1997 e, sebbene non riscosse lo stesso successo dei due film sopracitati, mise in mostra le ottime doti registiche di Fincher anche grazie all’ottimo cast nel quale svettavano Sean Penn e Michael Douglas.

Gli anni Duemila non iniziarono nel migliore dei modi per il regista di Denver: nel 2002 fu la volta di Panic Room, un thriller che ha nell’eccessiva frettolosità delle fasi di produzione e un calo nella seconda parte del film i suoi punti deboli. Le due pellicole successive furono Zodiac (2007, presentato a Cannes) e Il Curioso Caso di Benjamin Button (2008) che fece incetta di nomination agli Oscar (13, vincendone 3) e segnò la terza collaborazione del regista con Brad Pitt. Entrambi furono considerati ottimi film e permisero a Fincher di lanciarsi nell’opera che doveva consacrarlo definitivamente, The Social Network, uscito nel 2010. E così fu: il film ebbe un successo planetario e da più parti fu considerato il film dell’anno.

Arriviamo così agli ultimi due lavori di Fincher: Millennium-Uomini che odiano le donne, seconda trasposizione cinematografica del fortunato romanzo di Stieg Larsson e nel 2014 Gone Girl, uno splendido thriller hitchcockiano nettamente l’opera migliore di Fincher dopo i due cult Seven e Fight Club (ve ne abbiamo parlato qui).

Ecco dunque le tre scelte de IL Disoccupato Illustre, consci del fatto che le prime due sono meritatamente  scontate.

SEVEN

 138

Come sottolineavamo qualche settimana fa, Fincher è uno dei registi che maggiormente cura i titoli di testa (ne sono esempi, oltre a Seven, anche Zodiac o Millennium): sono sporchi e disturbanti, proprio come il criminale John Doe, antagonista del film, interpretato magnificamente da Kevin Spacey (negli anni in cui infilò quasi in sequenza I Soliti Sospetti, LA Confidential e American Beauty). Lo stesso attore ebbe la geniale idea di non volere il suo nome inserito nei titoli di testa per rendere alla perfezione l’effetto sorpresa causato dalla sua entrata in scena. Non ce ne vogliano i due attori protagonisti Brad Pitt e Morgan Freeman (comunque buone le loro interpretazioni) ma è lui la forza del film grazie alle sue frasi divenute leggendarie e al suo essere un villain atipico. Infatti John Doe colpisce le sue vittime secondo delle regole ben precise: sono tutti colpevoli di vizi capitali. E il disegno si rivela ancora più spiazzante quando scopriamo a chi si riferiscono i vizi dell’invidia e dell’ira…

Da segnalare l’ottimo doppiaggio in italiano di Francesco Pannofino per il personaggio di Doe oltre al sapiente montaggio di Richard Francis-Bruce, che portò a casa l’unica candidatura agli Oscar per la pellicola.

FIGHT CLUB

 1406035525-brad-pitt-fight-club

Inserito in ogni possibile classifica dei migliori film di ogni tempo (gli utenti del sito imdb lo collocano addirittura al decimo posto) e citato a dismisura in film e canzoni degli ultimi quindici anni, Fight Club deve la sua immensa celebrità in larga misura alle varie frasi talmente entrate nell’immaginario collettivo da essere abusate, tra le più famose meritano di essere menzionate “le otto regole del Fight Club“: “Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club. Terza regola del Fight Club: se qualcuno grida “basta”, si accascia, è spompato, fine del combattimento. Quarta regola: si combatte solo due per volta. Quinta regola: un combattimento alla volta, ragazzi. Sesta regola: niente camicia, niente scarpe. Settima regola: i combattimenti durano per tutto il tempo necessario. Ottava ed ultima regola: se questa è la vostra prima sera al Fight Club… dovete combattere”. Chi le pronuncia? Tyler Durden, il miglior Brad Pitt che si sia mai visto al cinema. È un uomo eccentrico ma del personaggio vogliamo ricordare le critiche al consumismo e all’alienazione dell’uomo moderno, incredibilmente attuali ancora oggi. Ad affiancarlo il protagonista (il cui nome non viene mai pronunciato) interpretato da un Edward Norton a inizio carriera ma che poche altre volte sarà così convincente.

Ha insegnato qualcosa e forse è questo il fine ultimo della settima arte.

 THE SOCIAL NETWORK

 the_social_network_12

Fincher fu bravo a capire qual era il momento giusto per girare un film su Facebook: nel 2010 la moda era divampata una volta per tutte ma i social network non erano ancora al centro della vita delle persone come lo sono oggi. Il film, forse anche per questo motivo, non si rivelò banale. Al centro della storia vi è la genesi di Facebook e della causa milionaria tra il fondatore Mark Zuckenberg e i gemelli Cameron e Tyler Winklevoss che lo accusarono di avere rubato loro l’idea. Il cast è composto da attori giovani: i tre attori principali sono Jesse Eisenberg (Zuckenberg), Andrew Garfield (il co-fondatore Eduardo Severin) e Justin Timberlake (Sean Parker, boss di Napster che contribuì a dare a Facebook quella dimensione internazionale che ha oggi). Sul libro di Ben Mezrich Miliardari per caso – L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento si basa la sceneggiatura di Aaron Sorkin, come sempre notevole a creare dialoghi fulminanti e a creare personaggi “con la battuta pronta”, la stessa trovata che lo lanciò nell’olimpo degli sceneggiatori negli anni ’90 con la serie TV West Wing. Un difetto? Il personaggio di Zuckenberg, genio arrogante e tagliente nelle parole ma al contempo freddo e distaccato, al cinema sa di già visto (Good Will Hunting e A Beautiful Mind).

Candidato a otto Oscar nel 2011, ne vinse tre: miglior sceneggiatura non originale, miglior colonna sonora e miglior montaggio.

Michael Cirigliano

TOP 5: I TITOLI DI TESTA NEL CINEMA

Ho a lungo pensato di iniziare banalmente questo articolo con la frase, usurata perché abusata, “chi bene inizia è a metà dell’opera”, ma ho cambiato idea nonostante nulla esemplifichi meglio l’importanza dei titoli di testa per un film. Il primo approccio con un mondo nuovo in cui lo spettatore deve vivere per un’ora e mezza (di media); certe volte questi sono talmente spettacolari da meritare l’appellativo di opera d’arte anche se presi singolarmente rispetto alla pellicola. Molti registi curano molto i titoli di testa, con cui cercano di suggerire una chiave di lettura di quello che si andrà a vedere; esempio è David Fincher e i titoli di Seven, Zodiac, Millennium: Uomini che odiano le donne, ma anche Hitchcock e l’intro spettacolare di La donna che visse due volte, in cui fu precursore della computer grafica creando vortici dagli occhi di James Stewart per dare l’idea delle vertigini di cui soffre il personaggio da lui interpretato. Di seguito i cinque titoli di coda preferiti dal Disoccupato Illustre.

5

catch

PROVA A PRENDERMI

Una sorta di film nel film, che anticipa la caccia che vedremo nella pellicola. Avvincente, simpatico, creativo. Ottimi titoli per uno dei migliori film di Spielberg.

4

brian di nazareth

BRIAN DI NAZARETH

Disegni che ricalcano lo stile romano antico e alcuni elementi grotteschi della modernità, anticipando il tipo di comicità presente nel film. Realizzati da Terry Gilliam.

3

goldfinger title(1)

GOLDFINGER

I titoli di testa della saga 007 sono famosi e molti meritano di essere annoverati in questa classifica (ad esempio Skyfall); ho deciso di prendere come sineddoche quelli di Goldfinger, famosissimi e celeberrimi anche grazie all’omonima canzone che accompagna le sagome dorate durante i canonici cinque minuti pre-film.

2

Disprezzo

IL DISPREZZO

La genialità di Godard, far narrare i titoli di testa mentre la telecamera indugia su un set cinematografico mentre si realizza il film di Fritz Lang. Nessuna scritta se non Le Mempris, titolo originale dell’opera; ogni persona è citata, ogni titolo è presentato con la parola.

1

uccellacci

UCCELLACCI E UCCELLINI

Titoli di testa musicati da Ennio Morricone e cantati da Domenico Modugno. Estasi. Un testo tra l’altro orecchiabilissimo. Nel cuore di ogni cinefilo.

Matteo Chessa

GONE GIRL – IL RITORNO IN GRANDE STILE DI DAVID FINCHER

Gone_Girl

Ci sono registi che, spinti dalla blasonata filmografia che si portano dietro, sono in grado di attirare grande attenzione ogni volta che è imminente l’uscita di un loro nuovo lavoro. David Fincher, senza alcun dubbio, fa parte di questo gruppo di cineasti, dati i suoi trascorsi dietro alla macchina da presa con pellicole cult quali Seven e Fight Club, considerati universalmente i suoi lavori migliori, e altri ottimi prodotti come The Game, Zodiac, Il Curioso Caso di Benjamin Button e l’ultimo The Social Network, controversa opera sulla genesi di Facebook.

Anche questa volta l’attesa era tanta; il periodo natalizio, come sempre, è denso di nuove uscite, e molte avranno da dire la loro agli Oscar. E proprio  in quella sede siamo sicuri che avrà un ruolo da protagonista anche il nuovo film del regista di Denver.

Protagonisti della pellicola sono Ben Affleck (Nick) e Rosamund Pike (Amy), che interpretano una coppia in crisi e vicina al divorzio (in contrasto con l’inizio scoppiettante della loro relazione). Una mattina tornando a casa, Nick non trova più la moglie, chiama la polizia, che, nel corso del suo giro di osservazione della casa, troverà tracce di sangue nella cucina. Da lì a poco l’uomo verrà indicato da tutti come l’assassino della consorte. Unico supporto è la gemella Margot, ben interpretata da Carrie Coon. Il rapporto tra fratello e sorella è forte, profondo, basato sulla fiducia e spesso rischia di essere travisato dalla stampa scandalistica che inizierà a parlare incessantemente della scomparsa di Amy.

Così come aveva fatto in The Social Network, Fincher torna a ragionare abilmente sui mezzi di comunicazione contemporanei e sulla loro incredibile capacità di diffondere sospetti e odio. I media possono organizzare, ribaltare, e dirigere la situazione sia per voglia di autorità, sia per simpatia verso l’uno o l’altro personaggio coinvolti nel caso in questione. Un discorso che poi si estende alla routine quotidiana della degenerata macchina mediatica: un giorno viene sbattuto il mostro presunto omicida in prima pagina, quello dopo si fa finta di nulla e lo si rende virtuoso ed eroico. E infatti, così come era accaduto nel romanzo omonimo di Gillian Flynn (che cura anche la sceneggiatura) da cui è tratto, è marcato il contrasto tra l’essere e il ruolo che si ha nel teatro della vita e spesse volte questo secondo aspetto è talmente preponderante da far dubitare dell’esistenza dell’essere, che rimane solo nell’intimo senza che abbia possibilità di uscire.

Bravo Ben Affleck che, anche se come al solito se ne accorgeranno in pochi, non demerita affatto a fianco di Rosamund Pike che comunque spicca sopra tutti, anche aiutata dalla trama incentrata su di lei che rende Amy il personaggio il più interessante. Convincente la parte di Neil Patrick Harris anche se dopo averlo ammirato in How I Met Your Mother c’era da aspettarsi qualcosa di più, ma siamo comunque di fronte ad una miniera da cui attingere in futuro.

Gone Girl è un thriller teso (ma anche la parola “thriller“è da prendere con le pinze visto che il genere è quasi inclassificabile viste le varie contaminazioni) dove la verità è un’oscillazione tra opposti, all’insegna dello strapotere del dubbio, lo stesso dubbio che il regista fa di tutto per insinuare nello spettatore. E non manca nemmeno qualche, azzeccata, sfumatura pulp, soprattutto nelle scene più crude.

Complimenti a Fincher, che non delude le attese e continua a non sbagliare un colpo.

Michael Cirigliano