REVENANT: INARRITU CERCA IL SUO DIO

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Hugh Glass (Leonardo Di Caprio), trapper statunitense vedovo di moglie, indiana Pawnee uccisa dai soldati, e padre di Hawks (Forrest Goodluck ), guida i cercatori di pelle capitanati da Andrew Henry (Domhnall Gleeson) dalle montagne rocciose del Missouri verso il forte, cercando di salvarli dai continui attacchi degli Arikara, pellerossa in cerca della figlia del capo tribù. Aggredito da un’orsa che lo riduce in fin di vita, viene seppellito vivo da John Fitzgerald (Tom Hardy), che gli uccide suo figlio che si oppone. Hugh sopravvive e si incammina, nonostante le ingenti ferite, verso il forte per trovare la sua vendetta.

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2014. 12 ANNI SCHIAVO: L’AMERICA IN CERCA DI CATARSI

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Tutto come ampiamente pronosticato. All’86esima cerimonia dell’Academy, nella serata del discutibile exploit di Gravity (sette Oscar tecnici e quello di Cuaròn per la miglior regia) e della vittoria nostrana con La grande bellezza di Paolo Sorrentino, vince 12 Anni schiavo che ottiene però solo tre statuette (Film, Attrice Non Protagonista e Sceneggiatura non originale). La storia vera di Solomon Northup nato uomo libero e virtuoso violinista, ingannato e condannato alla schiavitù per più di un decennio prima di riassaporare la vita. Primo film che tratta apertamente dello schiavismo a vincere il premio principale e unico lungometraggio tra quelli in concorso che avrebbe potuto convincere l’Academy, da sempre indisposta verso opere d’innovazione tecnologica e tematica (Gravity, Her) e dall’alba dei tempi sensibile ad argomenti delicati riconducibili a una forte impronta storiografica. E’ alquanto innegabile che nel corso degli ultimi anni l’amministrazione Obama abbia influito non poco sulla recente cinematografia statunitense. Se Django Unchained affrontava l’insensatezza della schiavitù con la solita ironia grottesca di Tarantino e The Butler evidenziava malamente i paradossi sociali di un’America teoricamente progressista, l’opera di McQueen adotta una visione decisamente più sentita. Nonostante lavori su una trasposizione letteraria, il regista inglese non perde il mordente della sua poetica focalizzata alla rappresentazione di una realtà cruda, ai limiti del sadismo. Hunger, Shame e 12 Anni schiavo sono opere dure da digerire per le tematiche ma altrettanto delicate e armoniose nello stile della messa in scena: la loro indubbia originalità e la continua ricerca dell’innovazione sottendono il grande lavoro di un neo-cineasta d’autore come Steve McQueen (che sarebbe potuto diventare il primo regista di colore a vincere l’Oscar). Le scioccanti immagini di violenze perpetrate nelle piantagioni di cotone che rendono l’uomo ambivalentemente vittima e carnefice sembrano rimandare di altri campi, quelli di concentramento e alle sofferenze dell’Olocausto. Troppe le scene da antologia del cinema orchestrate dal talentuoso regista britannico: come dimenticare lo straziante piano sequenza dell’impiccagione che vede Solomon, allo stremo delle forze, lottare disperatamente per la sopravvivenza o la scena del ballo in casa Epps quando Mary ferisce improvvisamente la povera Patsy con una bottiglia di vetro. Straordinarie le performance attoriali degli interpreti principali: dal protagonista Chiwetel Ejiofor che in un anno più fortunato (senza DiCaprio e McConaughey per intenderci) avrebbe portato a casa sicuramente la statuetta come Miglior Attore, alla sorprendente Lupita Nyong’o che da quasi esordiente conquista un Oscar assolutamente meritato, passando per un certo Michael Fassbender, attore feticcio di McQueen e perfetto schiavista crudele e sanguinario. Che altro aggiungere? Complimenti e all’anno prossimo!

Francesco Pierucci

02-DIETROSPETTIVE:STAND BY ME,IL CAMMINO VERSO LA MORTE PER TROVARE LA VITA

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Una scena in particolare, verso la fine della pellicola, palesa perfettamente il senso di Stand By Me, film del 1986 diretto da Rob Reiner (Misery non deve morire) e tratto dal racconto di Stephen King The Body, contenuto nella raccolta Stagioni Diverse. Asso (un giovane e convincente Kiefer Sutherland), capo della banda dei Cobra, viene tenuto sotto tiro da Gordie (Wil Wheaton); i due si scambiano un’occhiata lunga e decisa finché il primo, spaventato, indietreggia e si allontana. La scena ha più risalto se paragonata a quella precedete in cui il giovane leader della banda, gareggiando contro uno dei suoi in auto, intraprende la stessa sfida di sguardi con un autista a cui sta andando sopra contromano e che farà uscire fuoristrada senza temere nemmeno per un momento la morte. Ma se qui Asso ci viene presentato come uno che non ha paura di morire, cosa vede negli occhi decisi di Gordie che lo fa scappare? Se non è la morte, cosa? Semplicemente la ritrovata voglia di vivere del ragazzo, la totale mancanza di paure dovuta ad una nuova speranza. Ed è di questo che in fin dei conti parla il film, di paure e problemi che sembrano insormontabili ma che vengono superati se affrontati in gruppo.

La trama è famosissima: quattro giovani amici, Gordie, Chris (River Phoenix), Vern (Jerry O’Connell) e Terry (Corey Feldman), intraprendono un viaggio di due giorni, seguendo le rotaie di una ferrovia, per vedere il cadavere di un ragazzo investito dal treno. Ognuno ha un peso che si porta dietro e lo fa soffrire: la morte dell’amatissimo fratello il primo, un furto scolastico il secondo, difficoltà di farsi accettare perché grasso e insicuro il terzo, un padre eroe di guerra rinchiuso in manicomio per molestie ai suoi danni il quarto. Man mano che avanzano verso la meta impareranno ad affrontare i propri fardelli e si prepareranno ad iniziare una nuova vita, magari non più assieme, ma legati per sempre dal ricordo del viaggio.

Acclamato da tutti come emblema dell’amicizia e della lealtà, affrontato dai critici come un film che parla di ricordi che, da dolorosi (la figura del fratello, il padre manesco, il furto), si purificano e fanno crescere, Stand By Me tratta in primis di un cammino verso la morte per ritrovare la vita, un viaggio omerico verso gli inferi delle paure che culmina con la vista del cadavere e la risalita verso la luce di una nuova vita. Tra giochi fanciulleschi, scherzi e screzi, pianti e risate, ognuno dei quattro amici cambia e si evolve. Recitato da attori non ancora conosciuti, lancia nel cinema il bravissimo River Phoenix, sicuramente una spanna sopra gli altri e troppo prematuramente scomparso (Leonardo Di Caprio ringrazia), ma dà volto anche ad altri interpreti che saranno poi protagonisti della Hollywood futura, dal già citato Sutherland a John Cusack, presente nei flash back nel ruolo del fratello morto di Gordie. Unico attore conosciuto è Richard Dreyfuss che interpreta quest’ultimo da grande.  Il titolo iniziale doveva essere uguale a quello del racconto di King ma venne cambiato per poter utilizzare come colonna sonora la canzone omonima di Ben E.King. La scena della corsa sul ponte è ormai entrata nella memoria comune. 

 

Matteo Chessa

TOP 10 – I MIGLIORI BRANI DEI FILM

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Premetto che non si è tenuto conto dei generici temi musicali, dei franchise (007, Star Wars, Indiana Jones) ma solo dei singoli brani dei film. Non si giudica la semplice bellezza della canzone ma anche il suo rapporto con le immagini.

10

MY HEART WILL GO ON-TITANIC

La Top10 inizia con il classico dei classici che ha fatto innamorare intere generazioni di adolescenti e che io ho imparato a suonare col flauto. La voce di Celine Dion allegerisce la fastidiosa interpretazione di un giovane di Caprio.

9

NOW WE ARE FREE-IL GLADIATORE

Il timbro così primordialmente delicato di Enya contrasta con la brutalità della guerra che produce sofferenze insostenibile. I Campi Elisi non sono poi così lontani.

8

QUIZAS QUIZAS QUIZAS-IN THE MOOD FOR LOVE

Questo magnifico brano cantato dal grande Nat King Cole ritorna più volte nel corso del film per sostenere l’eterea storia d’amore tra Chow e la Signora Chan, traditi dai rispettivi coniugi.

7

GIMME SOME LOVIN‘-THE BLUES BROTHERS

Ok, questa Top10 poteva essere costituita esclusivamente dal soundtrack dei Blues Brothers ma dovendo scegliere un singolo brano opto per il divertente Gimme some lovin’ che costituisce l’incipit di un’esibizione esilarante in una gabbia di fronte ad un centinaio di rednecks che non apprezzano e che troveranno conforto solo con la sigla di Rawhide.

6

I TUOI FIORI-BAD GUY

In questo splendido film piuttosto sconosciuto del maestro Kim Ki-duk, Han-ki e Sun-hwa, ovvero aguzzino e vittima, instaurano un contorto rapporto d’amore senza tempo che trova riscontro nelle malinconiche parole di Etta Scollo che ritornano nei due momenti fondamentali dell’opera.

5

HE GOT GAME-HE GOT GAME

Public Enemies, Spike Lee e Denzel Washington: c’è bisogno di aggiungere altro? Semplicemente la più bella canzone rap di film che descrive metaforicamente il sofferto rapporto padre-figlio.

4

NAIVE MELODY-THIS MUST BE THE PLACE

Cheyenne osserva un pattinatore che si sfracella al suolo e distoglie lo sguardo, poi partono le prime note su di uno sfondo che non sembra uno sfondo nella scena in piano sequenza più bella del film. David Byrne (dopo Wall Street) illumina il palco e prova a descriverci il disorientamento emotivo e sensoriale che attraversa il protagonista.

3

SHIPPING UP TO BOSTON-THE DEPARTED

Ci sono poche cose che mi gasano di più di questa canzone e una di queste è Jack Nicholson con un pene di gomma nella mano: non c’è bisogno quindi di spiegarvi perchè i Dropkick Monkeys si ritrovino in terza posizione.

2

STUCK IN THE MIDDLE WITH YOU-LE IENE

I leggendari soundtrack di Tarantino partono decisamente da questa scena epica. Quel pazzo di Mr Blonde, il sadico fratello di Vincent Vega,che  balla sulle travolgenti note degli Stealers Wheel davanti all’incredulo poliziotto che di lì a poco si ritroverà senza un orecchio rende questa sequenza assolutamente indimenticabile.

1

LLORANDO– MULHOLLAND DRIVE

No hay banda. La scena del Club Silencio resterà nella storia del cinema soprattutto per questa toccante esecuzione di Miss Del Rio che racconta perfettamente i sentimenti che Betty/Diane e Rita/Camilla non sanno inconsciamente di aver provato. Rebeka muore sul palco ma la musica continua. Altre parole sono inutili, bisogna solo ascoltare.

 

Francesco Pierucci