TOP 5: I POLIZIOTTI CORROTTI DEL CINEMA AMERICANO

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TRAINING DAY

Alonzo Harris (Denzel Washingtown) supervisiona, nel suo giorno di addestramento, la recluta Hoyt (Ethan Hawke), incastrandolo ben presto in un piano riguardante un ingente traffico di droga. Spietato, sboccato, violento, senza scrupoli, il personaggio di Alonzo valse a Washingtown il premio Oscar come Miglior Attore Protagonista.

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THE DEPARTED

Colin Sullivan (Matt Damon), poliziotto corrotto al servizio di un boss di Boston, Frank Costello (Jack Nicholson), cerca dall’interno di scoprire chi è la talpa che la polizia ha infiltrato nella banda criminale del suo capo. L’odioso Matt Damon, schicciato da DiCaprio e gli altri attori, interpreta comunque un ruolo memorabile, la parte della sua carriera.

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IL PADRINO

Sterling Hayden impersona il corrotto sergente McCluskey, al servizio del malavitoso Sollozzo (Al Lettieri) nella guerra contro i Corleone. Famosa la scena del pugno in faccia (vero) a Michael (Al Pacino). La foto che ho scelto fa capire la sua fine. Beh, quando scappa scappa, le sue ultime parole riferendosi al bisogno impellente del figlio del padrino di andare in bagno (per prendere la pistola).

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IL CATTIVO TENENTE

Emblema del poliziotto corrotto. Un film potentissimo di Abel Ferrara interpretato magnificamente dal sempre convincente Harvey Keitel, qui più in forma che mai. Dedito alla droga, alla violenza, al furto, all’alcool, viene sconvolto dal perdono della suora stuprata.

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LEON

Stansfield è un corrotto poliziotto della DEA che, a New York, trucida la famiglia di uno spacciatore. Sopravvive solo la piccola Mathilda (Natalie Portman) che si rifugia dal dirimpettaio Leon (Jean Renò), killer di professione, che la addestra per vendicarsi. Ottimo Gary Oldman nella parte di questo “agente cattivo” che fiuta i crimini e i criminali. Film bellissimo.

Matteo Chessa

2014. 12 ANNI SCHIAVO: L’AMERICA IN CERCA DI CATARSI

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Tutto come ampiamente pronosticato. All’86esima cerimonia dell’Academy, nella serata del discutibile exploit di Gravity (sette Oscar tecnici e quello di Cuaròn per la miglior regia) e della vittoria nostrana con La grande bellezza di Paolo Sorrentino, vince 12 Anni schiavo che ottiene però solo tre statuette (Film, Attrice Non Protagonista e Sceneggiatura non originale). La storia vera di Solomon Northup nato uomo libero e virtuoso violinista, ingannato e condannato alla schiavitù per più di un decennio prima di riassaporare la vita. Primo film che tratta apertamente dello schiavismo a vincere il premio principale e unico lungometraggio tra quelli in concorso che avrebbe potuto convincere l’Academy, da sempre indisposta verso opere d’innovazione tecnologica e tematica (Gravity, Her) e dall’alba dei tempi sensibile ad argomenti delicati riconducibili a una forte impronta storiografica. E’ alquanto innegabile che nel corso degli ultimi anni l’amministrazione Obama abbia influito non poco sulla recente cinematografia statunitense. Se Django Unchained affrontava l’insensatezza della schiavitù con la solita ironia grottesca di Tarantino e The Butler evidenziava malamente i paradossi sociali di un’America teoricamente progressista, l’opera di McQueen adotta una visione decisamente più sentita. Nonostante lavori su una trasposizione letteraria, il regista inglese non perde il mordente della sua poetica focalizzata alla rappresentazione di una realtà cruda, ai limiti del sadismo. Hunger, Shame e 12 Anni schiavo sono opere dure da digerire per le tematiche ma altrettanto delicate e armoniose nello stile della messa in scena: la loro indubbia originalità e la continua ricerca dell’innovazione sottendono il grande lavoro di un neo-cineasta d’autore come Steve McQueen (che sarebbe potuto diventare il primo regista di colore a vincere l’Oscar). Le scioccanti immagini di violenze perpetrate nelle piantagioni di cotone che rendono l’uomo ambivalentemente vittima e carnefice sembrano rimandare di altri campi, quelli di concentramento e alle sofferenze dell’Olocausto. Troppe le scene da antologia del cinema orchestrate dal talentuoso regista britannico: come dimenticare lo straziante piano sequenza dell’impiccagione che vede Solomon, allo stremo delle forze, lottare disperatamente per la sopravvivenza o la scena del ballo in casa Epps quando Mary ferisce improvvisamente la povera Patsy con una bottiglia di vetro. Straordinarie le performance attoriali degli interpreti principali: dal protagonista Chiwetel Ejiofor che in un anno più fortunato (senza DiCaprio e McConaughey per intenderci) avrebbe portato a casa sicuramente la statuetta come Miglior Attore, alla sorprendente Lupita Nyong’o che da quasi esordiente conquista un Oscar assolutamente meritato, passando per un certo Michael Fassbender, attore feticcio di McQueen e perfetto schiavista crudele e sanguinario. Che altro aggiungere? Complimenti e all’anno prossimo!

Francesco Pierucci

2007. THE DEPARTED: QUANDO L’ACADEMY SI RICORDO’ DI MR. SCORSESE

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Esiste un momento nella storia in un anno particolare, in cui improvvisamente l’Academy rinsavisce e si accorge di aver ignorato per anni un maestro della settima arte che meriterebbe ogni anno l’Oscar alla carriera: così come era successo con John Wayne per Il Grinta, l’allegra congrega si ricorda di dover premiare un signorotto italoamericano di nome Martin Charles Scorsese, che avrebbe già dovuto omaggiare per una serie infinita di capolavori (o perlomeno per l’incredibile lavoro registico relativo a L’età dell’innocenza) ma che invece attribuisce a un film Minore (con la M maiuscola). The Departed (nell’anno dello splendido Little Miss Sunshine) porta a casa oltre il premio della regia, anche miglior film, sceneggiatura non originale e montaggio all’incredibile Thelma Schoonmaker. L’opera del regista di Quei Bravi Ragazzi è un remake del film hongkonghese Infernal Affairs che lo ricorda nella trama ma si differenzia per alcune sfumature stilistiche (l’atmosfera generale, le scene di violenza, le scenografie urbane).  Al centro tra poliziotti e criminali, tra spionaggio e controspionaggio, si staglia il tema dell’identità e soprattutto della sua perdita, che influenza inevitabilmente le azioni del trio magico di protagonisti (DiCaprio, Demon, Nicholson).  Da segnalare l’energetica Shipping up to Boston dei Dropkick Murphys nella sequenza dell’allenamento in prigione in cui Scorsese si autocita per il lavoro di Capefear- Il promontorio della paura. Scorsese non fa mai brutti film.

CURIOSITA’ 1: Nel film, Scorsese pone una ‘X’ nei pressi di chiunque stia per morire, un riferimento a Scarface – Lo sfregiato di Howard Hawks.

CURIOSITA’ 2: Al termine del film, dopo il funerale di Costigan, Madolyn passa davanti a Sullivan che le parla senza degnarlo di uno sguardo, come Alida Valli nel finale de Il terzo uomo di Carol Reed.

 

Francesco Pierucci