BIG EYES – IL SOLITO DISCRETO TIM BURTON

big-eyes-uk-poster-final

Dal primo gennaio (data diventata di buon auspicio per l’uscita nelle sale di nuovi prodotti cinematografici dopo il successo de La Migliore Offerta di Giuseppe Tornatore due anni fa) è nei cinema Big Eyes, il nuovo film di Tim Burton, che racconta l’incredibile storia della pittrice Margaret Keane (ancora in vita) e del marito Walter Keane che si attribuì la paternità delle sue opere che avevano come protagonisti bambini con occhi enormi e segnarono una svolta epocale nella storia della pittura americana del secolo scorso.

Ad interpretare i due protagonisti abbiamo due tra i migliori interpreti della scena internazionale, l’eclettica Amy Adams (5 candidature all’Oscar, l’ultima lo scorso anno in American Hustle) e il bravissimo Christoph Waltz (due Oscar da miglior attore non protagonista). Si tratta di un importante cambio di passo per Burton (era ora!) visto che dai tempi di Big Fish nel 2003 questo è il primo film (non in animazione) in cui non appare il suo attore feticcio, Johnny Depp, impegnato per le riprese del patetico Trascendence (uno dei film più brutti visti lo scorso anno) e dei ben più promettenti Into the Woods e Mortdecai, in arrivo nelle prossime settimane.

Tornando alla Adams e a Waltz, va detto subito che sono loro il punto forte del film. La prima interpreta in modo convincente una Margaret che, se all’inizio sembra debole e in ombra della forte personalità del marito, caratterizzato da un’indole eccentrica al confine con la follia, emerge in un secondo momento con tutta la sua forza per rivendicare le proprie opere. Amy Adams riesce a farci cogliere entrambi i lati del personaggio portando in scena una perfetta moglie cristiana di metà Novecento, che non si oppone al volere del marito e sembra vivere in conflitto con il mondo in cui vive, ma che finisce per ribellarsi mostrando una determinazione inaspettata.Waltz non è ai livelli di perfezione raggiunti con Bastardi senza gloria e Django Unchained ma comunque sforna una prestazione di buona fattura in un ruolo dai toni esagerati che è totalmente differente dai personaggi tarantiniani. Il suo maggior merito è che, nonostante Walter sia l’antagonista, ci fa addirittura simpatia per larghi tratti della pellicola. Per quanto riguarda il cast di supporto, da segnalare la buona prova di Krysten Ritter, già vista nei panni di Jane Margolis (la fidanzata e vicina di casa di Jesse) in Breaking Bad.

Big Eyes segna anche il ritorno al genere biografico da parte del regista dopo Ed Wood a metà anni Novanta. E come in quel caso, a curare la sceneggiatura sono Scott Alexander e Larry Karaszewski, ed è proprio questa uno dei punti deboli della pellicola, spesso piatta e prevedibile, che non aggiunge nulla di più alla storia originale. Burton non fa niente per metterci quel suo tocco di magia e di surreale che, piaccia o no, era presente nelle sue pellicole precedenti, ma si concentra piuttosto a rimanere aderente il più possibile alla storia. Il regista si limita a dare un vivo colore alla scenografia (ottima, riproduce fedelmente la San Francisco di quegli anni) ma non vi è alcuna intenzione, da parte sua, di smuovere minimamente l’eccessiva linearità della trama.

Nonostante qualche buon momento come l’omaggio al Kubrick di Shining con Walter/Waltz che minaccia la moglie e sua figlia Jane dalla serratura della porta, la pellicola si rivela perciò spesso telefonata senza risparmiarsi alcune cadute nel vuoto come l’imbarazzante cameo di Guido Furlani che interpreta Dino Olivetti.

Peccato perché le premesse per fare un ottimo film c’erano, tra tutte una storia avvincente e un cast molto interessante. Invece Burton non emerge dal livello solamente accettabile che permea gran parte della sua filmografia (eccezion fatta per Edward Mani di forbice e i suoi Batman, non capolavori ma comunque film più che soddisfacenti, altri come Dark Shadows, Mars Attacks e Alice in Wonderland sono addirittura di basso livello), firmando l’ennesimo film discreto.

Ma del resto Burton non è un grande regista e quelli che amano definirlo “visionario” prima o poi se ne faranno una ragione.

Consigliato solo a chi non conosce già la storia e la vita di Margaret Keane. Gli altri possono anche risparmiarselo.

Michael Cirigliano

DJANGO UNCHAINED – TRATTO DALLA SCENEGGIATURA DA OSCAR DI QUENTIN TARANTINO

django-unchained-cover

Sono tanti i fumetti, o meglio le Graphic Novel, che nascono dopo l’uscita di un film per cavalcarne l’onda. Spesso sono prodotti scadenti che si soffermano solo sulla trama, tralasciando elementi fondamentali come personaggi o scaricando il succo della storia come bagaglio non indispensabile per il lettore, tanto c’è il film. Il prodotto di cui vi parlo oggi appartiene alla stessa famiglia ma,vuoi per i nomi interessati o per i contenuti, il risultato è l’opposto di quanto raccontato poc’anzi. Il fumetto su Django esce in concomitanza col film, complice l’amore di Tarantino per i comic book, e arricchisce la storia di Freeman con nuovi particolari che non sono stati inseriti nel film per motivi di durata! Lo stesso regista lo racconta nella prefazione del primo numero, dove scopriamo che sia Django Unchained che il precedente Kill Bill sarebbero dovuti durare più di quattro ore se Tarantino avesse inserito tutte le sue idee nella pellicola finita. Peccato che i girati “nascosti” di Kill Bill siano tuttora inediti, ma per Django ringraziamo questa iniziativa. Così leggiamo e scopriamo dell’avventura parallela di Brunhilde, sono trasformate in immagini sulla roccia le fatiche di Sigfrido raccontate da Schultz e si perfeziona di nuovi dettagli la vendetta di Django su Candyland. Dal 2012 sono usciti in maniera un po’ aperiodica (per sfortuna dei fans invece puntuali) otto albi, ognuno dei quali disegnato da un artista diverso, ma tutti con la linea guida degli scritti di Tarantino. Una lettura consigliatissima per gli amanti del regista ma anche per tutti qui fumettari come me sempre alla ricerca di prodotti strani e introvabili (uscito anche in italia, il volume è stato pubblicizzato pochissimo). Chiudo segnalando che il buon Django tornerà nel mondo dei fumetti sempre grazie a Tarantino, per un improbabile crossover con Zorro… prometto ai lettori del blog che appena lo troverò ne parlerò subito!

Pietro Micheli

UN REGISTA TRE FILM – QUENTIN TARANTINO

Cosa??? Solo tre??? È praticamente impossibile scegliere tre film di Tarantino senza lasciarsi attanagliare da dubbi e, qualunque sia la scelta, senza scontentare i fan o gli appassionati. Regista eclettico, rivoluzionario, che trova non nel citazionismo ma nel mescolamento il suo punto di forza, Tarantino (la cui passione per la settima arte nasce da giovanissimo e cresce e viene affinata dal lavoro nell’ormai celeberrima videoteca Manhattan Beach Video Archives nell’area di Manhattan Beach) ha realizzato capolavori con un marchio inconfondibile che gioca sia con le unità aristoteliche, mescolando luogo tempo e azione, e rimanda a vecchi film (perlopiù sconosciuti) di cui estrapola una scena, una colonna sonora, anche solo un particolare della scenografia per utilizzarlo nei suoi lungometraggi caricandolo di nuovo senso. Dallo scoppiettante esordio con Le iene (saltando il primo lungo My Best Friend’s Birthday) all’ultima fatica Django Unchained, sono dieci i lavori del cinefilo di Knoxville. Ecco i miei tre preferiti.

 

PULP FICTION

pulp-fiction-20-anni-13

Stregato da questa pellicola Clint Eastwood, presidente di giuria a Cannes nel 1994, non poté non premiarla con la Palma d’oro nonostante Film Rosso di Kieslowski. Una rivoluzione già sperimentata con Le Iene (ma qui perfezionata) di racconto anti-cronologico, una storia di gangster, amori, vendette, guerra, cimeli di famiglia, pugilato, colazioni che nella sua ironia nera descrive l’abominio del male. Personaggi creati alla perfezione, tra cui spiccano il sicario Jules del magnifico Samuel L. Jackson e il preparato Mr.Wolf di Harvey Keitel. Tante piccole storie apparentemente sconnesse tra loro che trovano un filo logico e una cronologia solo nella seconda parte, in cui si ha l’effetto di una discesa. Per molti il film migliore del regista.

 

JACKIE BROWN

jackie-brown

Ci si attendeva un altro film alla Pulp Fiction ed ecco che Tarantino regala un’opera lineare, tradizionale, che segue una sua cronologia, seppure fedele agli altri aspetti del suo stile (sceneggiatura bruciante, ironia e umorismo nero, citazionismo smodato). A Los Angeles Ordell, mercante d’armi, cerca di ritirare una enorme somma di denaro dal Messico per poi ritirarsi dagli affari. Lo aiutano l’ex compagno di cella Louis Gara e l’ex socia Jackie Brown, hostess arrestata per colpa sua. La cosa più interessante sono i personaggi, delineati alla perfezione, che sono tutti sia angeli che diavoli allo stesso tempo (Ordell per ironia sembra il meno cattivo). De Niro fumatore stanco, Pam Grier hostess in forma, Robert Forster garante di cauzioni innamorato e Samuel L. Jackson che sembra essere nato per recitare le sceneggiature di Tarantino. Grande film.

 

KILL BILL

Kill_Bill_vol._1_(2003)_Quentin_Tarantino

A mio avviso il punto più alto raggiunto da Tarantino fino ad ora. Da considerare nel complesso, è un capolavoro che miscela al meglio innumerevoli generi differenti di cinema, dal gongfupian allo wuxiapian cinesi, dallo spaghetti western agli yakuza movie, dall’horror italiano firmato Fulci e Bava agli anime giapponesi, non dimenticando capolavori nipponici come Lady Snowblood o film sulla vendetta occidentali come La sposa in nero di Truffaut. Beatrix Kiddo (Uma Thurman), ex sicario della banda del killer Bill (David Carradine), viene quasi uccisa nel giorno delle sue nozze. Al suo risveglio, dopo anni, dal coma, cerca gli aggressori per fargliela pagare. Si ritorna alla anti- cronologia, ma quasi non si nota se non per alcuni escamotage del regista (il foglio con i nomi). Scene perfette, recitazioni da urlo e una semplicità di creare cinema disarmante. È bello dall’inizio alla fine (con la frase sulla leonessa e i titoli di coda capolavoro). L’opera magna di Tarantino, difficilmente superabile.

 

Matteo Chessa