FILM DA RISCOPRIRE – LA DESTINAZIONE, DI PIERO SANNA

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Emilio (Roberto Magnani), riminese, decide di diventare carabiniere. Durante l’addestramento a Roma conosce Costantino (Toto Mele), sardo, e sceglie di farsi assegnare, come terza possibilità dopo la natia regione e le Marche, proprio la Sardegna come luogo di destinazione. Arrivato a Coloras si imbatte immediatamente in una realtà diversa da quella che conosce, dove, oltre agli usi e costumi, cambia anche il modo della gente di vedere e collaborare con la giustizia. Le sue impressioni trovano conferme quando Efisio, giovane pastorello che ha assistito all’omicidio del padre, non confessa per paura.

Primo film di finzione, dopo vari documentari, dell’ex carabiniere Piero Sanna, che attinge alle sue esperienze passate e qualche stereotipo regionale per creare una storia di omertà e ingiustizie, paure e vendette, che mantiene come tema dominante il caposaldo di tutta la cinematografia isolana: la chiusura verso il mondo esterno, non accolto o, come in questo caso, rigettato, espulso (lo si può notare in vari film sardi, da Sonetaula a Jimmy della collina o Una questione d’onore, ma anche altri ambientati nell’isola come Padre Padrone). A metà tra il documentario, con bellissime riprese dei monti e dei paesini della Barbagia (Coloras, luogo di finzione, è in realtà l’unione di cinque comuni del centro Sardegna) che prendono vita grazie alla fotografia di Emilio Della Chiesa, e il cinema di finzione, a tratti claudicante e monotono ma comunque con sequenze egregie (l’ombra dell’uomo che trasporta la bara in spalla, l’urlo della vedova fuori campo), difetta nella caratterizzazione dei personaggi, a volte troppo superficiali, a volte dimenticati e abbandonati dopo una buona presentazione, e a volte osa troppo con i simbolismi, cercando di caricare di senso inquadrature già chiare, rendendo il tutto ampolloso. Tutto però viene perdonato grazie allo stupendo finale con il rito pasquale de s’interramentu, il Miserere come una condanna, le corse disperate dei due personaggi come una conferma. Debitore del cinema di Ermanno Olmi, con cui Sanna ha collaborato, e di La Terra Trema di Luchino Visconti, da cui riprende la recitazione in lingua locale con i soli carabinieri a parlare in italiano, il film trova il suo senso nel dialogo finale tra Emilio e Costantino, che spiega all’amico come la Sardegna sia “il posto più vicino fuori dal mondo, ma noi siamo fatti così”. In quel noi qualsiasi estraneo è escluso.

Matteo Chessa

1942. COM’ERA VERDE LA MIA VALLE: JOHN FORD ABBANDONA IL WEST PER LE MINIERE DEL GALLES

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Nell’anno di uno dei più grandi capolavori cinematografici di sempre, Quarto Potere di Orson Welles, e del fantastico noir firmato John Huston Il mistero del falco, con un Humprey Bogart ad altissimi livelli, vince l’Oscar per il Miglior Film un’atipica pellicola del regista statunitense John Ford, che continua la sua analisi sulle difficoltà della vita familiare dopo Furore dell’anno prima, con cui sfiorò la statuetta. Com’era verde la mia valle, tratto da un romanzo di Richard Llewellyn, narra dei ricordi d’infanzia di un minatore gallese costretto a lasciare la sua terra, ormai abbandonata, che ripercorre la sua vita tra i lavori in miniera dei suoi familiari, il padre Gwilym Morgan, la madre Beth, i fratelli,  Angharad, unica figlia femmina, i movimenti operai, l’emigrazione. Il film più nostalgico del regista, fa rabbrividire e commuove per la delicatezza e l’eleganza con cui tratta il tema del cambiamento degli usi e costumi di un mondo che, con l’avanzare del progresso, non può più rimanere ancorato al passato; l’unione e l’amore familiare, la religiosità del quotidiano (tema centrale di un altro capolavoro, nostrano, del cinema L’albero degli zoccoli  di Ermanno Olmi), il lavoro massacrante, la possibilità di cambiare a discapito dell’unione. Un intreccio tra vite diverse ma comuni di una valle gallese dove l’unica possibilità sembra essere lavorare in miniera oppure scappare lontano. Il sermone finale di Mr. Gruffydd, protagonista della pellicola, in chiesa merita, da solo, più di molti film interi. Ottime interpretazioni degli attori, tra cui spicca per simpatia e tenerezza il giovane Roddy McDowall nella parte del piccolo Huw Morgan, che da grande ricorderà com’era verde la sua valle. Oltre al miglior Film altre quattro statuette: regia, attore non protagonista Donald Crips nella parte di Gwilym Morgan, fotografia e scenografia.

Matteo Chessa