UN REGISTA, TRE FILM: SION SONO

Oggi con la rubrica si torna in Oriente nel paese del Sol Levante per parlare di uno di quei registi poco conosciuti ma fondamentali nell’innovare la storia del cinema. Volendola farla breve si potrebbe affermare senza il minimo rischio di essere contraddetti che Sion Sono è pazzo: pazzo per il cinema come dimostra in ogni singola pellicola, ma forse anche pazzo in generale (if you know what I mean!). Ecco allora quali sono per me, le sue tre opere che più mi hanno entusiasmato:

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STRANGE CIRCUS

Quando ho finito di vedere l’undicesima opera di Sion Sono sono rimasto notevolmente colpito. Il finale di Strange Circus, fortemente debitore del Persona di Bergman, è uno dei più belli della storia del cinema. E’ da qui che bisogna partire per poter cerebrale giustamente uno dei più grandi autori della settima arte. Sion Sono non si limita a citare i film di genere giapponesi ma la sua bravura sta nel conciliare questa tendenza con un richiamo sottile voluto o meno ai grandi Maestri (oltre Bergman, basti ricordare Un borghese piccolo piccolo per Cold Fish). Sono è speciale perché in grado di stupire in ogni momento con la complessità della trama, con i tortuosi movimenti di macchina e in questo caso con la sovrapposizione tra realtà e finzione (il circo felliniano). La ghigliottina cade, tutto si ferma.

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LOVE EXPOSURE

Trovarsi davanti a Love Exposure può lasciare interdetti: a parte la durata proibitiva di quattro ore infatti (in origine erano sei), ciò che può disorientare i neofiti del Maestro è la follia della trama e dei personaggi. E’ tutto fuorché banale che il sogno di Yu, il protagonista, sia fotografare le mutandine delle ragazze. A parte gli aspetti più goliardici e superficiali però, l’autore torna ancora una volta a trattare con sensibilità il tema che gli sta più a cuore, ovvero quello relativo alle famiglie disfunzionali, incarnate in questo caso dal discutibile padre cattolico, che sono la principale causa delle problematiche che colpiscono i protagonisti. Vincitore di due premi a Berlino, Love Exposure, è forse il lungometraggio più famoso del regista: probabilmente per le innumerevoli scene memorabili (l’addestramento su tutte) o perché in fin dei conti un personaggio come Miss Scorpion e il suo rapporto con Yoko difficilmente potranno essere dimenticati dallo spettatore.

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WHY DON’T YOU PLAY IN HELL?

Suona strano ma l’ultimo film di Sion Sono è il primo che ho visto. Colpo di fulmine. Mi è piaciuto così tanto che mi sono andato a recuperare buona parte della sua filmografia. Anche in questo lungometraggio è racchiusa appieno tutta la poetica di Sono: il barocchismo visivo, le citazioni (Kill Bill, Lady Snowblood, gli yakuza eiga), l’amore per il cinema e gli straordinari personaggi dissacranti (il fonico della yakuza). Come se non bastasse il film oscilla continuamente tra un genere e un altro, assumendo una parabola ascendente che culmina con un‘esplosione meta-cinematografica, un vero e proprio testamento per i posteri.  Che altro dire? Non sono mai stato più disorientato nella visione di un film ma non ho mai neanche riso così tanto.  P.s. Ancora oggi canticchio il jingle della pubblicità di Mitsuko!

 

FILM CONSIGLIATI: Guilty of romance, Cold Fish, Himizu

 

Francesco Pierucci

04 DIETROSPETTIVE- VISITOR Q: IL RIAVVICINAMENTO FAMILIARE VISTO DA TAKASHI MIIKE

Visitor Q

La famiglia Yamazaki è completamente allo sbando: il padre Kiyoshi è un giornalista sprovveduto che ha un rapporto sessuale con la figlia Miki, prostituta; la madre Keiko vende il suo corpo per soldi che spende per l’eroina, unica via di fuga dal terrore per i continui pestaggi da parte del figlio minore Takuya, vittima di bullismo da parte dei compagni di scuola. L’andamento anormale viene scosso dall’arrivo di un visitatore innominato, che silenziosamente ristabilisce la situazione.

La vera genialità di questo film del 2001, molto diverso da quelli che hanno dato fama al regista giapponese Takashi Miike (The Call), non sta nel sintetizzare con la storia di una famiglia la situazione del Giappone del periodo, con vittime e carnefici che convivono assieme (nella stessa casa col rapporto madre-figlio, nello stesso corpo con la figura di Takuya) e giovani sempre più influenzati negativamente dalla vecchie generazioni;  non è da ricercare nemmeno nel bellissimo collage di immagini provenienti da media differenti (fotocamera della figlia, videocamera amatoriale del padre giornalista, immagini televisive del tg, riprese cinematografiche classiche) che fanno perdere la bussola allo spettatore che non sa più, col procedere della pellicola, se ci sia un regista dietro alle cose che vede oppure siano fatti reali ripresi (la fiction e il documentario collimano). Il vero colpo di genio di Miike sta nel prendere la classica storia di Mary Poppins, che commuove grandi e piccini, e rileggerla in chiave moderna, con violenze, incesti, stupri, necrofilia, droga. Tutto si riduce a questo: la storia di una famiglia in difficoltà che ha bisogno di un intervento esterno per rimettersi in carreggiata, un semplice dramma familiare a lieto fine.

Il "Visitatore", moderno Mary Poppins, si ripara dal latte

Il “Visitatore”, moderno Mary Poppins, si ripara dal latte

Cambia la filosofia di base dell’aiutante esterno: se per la dolce Mary, tutto magicabula e pillole che vanno giù, la chiave per il successo è l’olio di gomito e il sorriso, al Visitor Q basta strizzare fortemente l’ingente seno della signora Keiko, dal quale sgorgherà un fiume di latte (sarebbe contento il Jim Carrey di Io, me e Irene) per ripristinare il giusto equilibrio della famiglia, con la donna che riacquista il suo statuto di moglie e madre che gestisce la situazione (vedi scena finale); se la supertata interpretata da Julie Andrews usa il suo portentoso ombrello per volare, il visitatore di Miike lo utilizza per proteggersi dal latte di Keiko; o ancora se Mary sancisce il rapporto con il padrone di casa con una stretta di mano, ecco che il Visitor Q preferisce sbattere violentemente una pietra nella testa del distratto Kiyoshi (logicamente due volte). Il tutto non scema nell’umorismo grottesco e fine a se stesso, anzi il film regge fino all’ultimo senza annoiare o cadere nella violenza inutile (vero Kim Ki Duk?). Un bel film, per stomaci forti, da recuperare e vedere. Se non altro per sentire la frase migliore, di cui riporto una parafrasi: “Anche i corpi morti si bagnano. Ah no, è merda”.

Matteo Chessa