CAROL:  C’E’ DIFFERENZA TRA LEGGERO E VUOTO

 

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Otto anni dopo Io non sono qui, strabiliante biopic sulla vita di Bob Dylan in cui il cantautore veniva interpretato da sei attori diversi (ognuno per una sua fase artistica), Todd Haynes torna a far coppia con Cate Blanchett, la cui interpretazione di Dylan era stata applaudita dal mondo intero, in Carol, drammatica storia d’amore saffico, senza riuscire a ripetere la magia.

Anni 50, New York. Therese (Rooney Mara), commessa  temporanea in un negozio di balocchi, durante le feste natalizie serve Carol (Cate Blanchett) intenta a comprare un regalo di natale per la figlia. Tra le due è colpo di fulmine e, nonostante le difficoltà e gli ostacoli dettati dal tempo e dalla situazione familiare della seconda (ha una figlia e un marito dal quale sta divorziando per una relazione randagia con una sua amica), partono assieme e vivono la loro storia d’amore. Ma la realtà le raggiungerà… Continua a leggere

CHILD 44: LA RUSSIA DEL DOPOGUERRA TRA EROI E MOSTRI

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Se due indizi non fanno una prova poco ci manca. Il secondo film hollywoodiano del regista svedese (con origini cilene) Daniel Espinosa conferma le impressioni date da Safe House (2012): un ottimo regista di film d’azione che, appena cerca di spingersi più in là, scivola rovinosamente nel cliché, nel già visto.

Leo Demidov (Tom Hardy), orfano russo divenuto eroe nella seconda guerra mondiale, ha fatto carriera nell’MGB, il servizio di sicurezza nazionale della Russia stalinista, fino a diventare uno degli investigatori di punta delle attività dei dissidenti. La sua vita cambia quando la presunta spia Anatoly Brodsky (Jason Clarke), fa il nome della moglie di Leo, l’insegnante Raisa (Noomi Rapace), come parte del gruppo di cospiratori.

Costretto a indagare sul presunto tradimento di Raisa, Leo si occupa anche del caso di un ragazzino, figlio di un altro agente,  trovato senza vita sui binari del treno. Nonostante tutti gli indizi facciano sospettare che si tratti di un omicidio il caso viene archiviato come incidente ferroviario perché, secondo i dettami del regime stalinista, “Non ci sono crimini in Paradiso”. Leo si rifiuta di denunciare sua moglie e viene confinato assieme a lei nella tetra città industriale di Volsk. Qui la coppia scopre che decine di altri ragazzini sono stati vittime di orribili incidenti vicino ai binari della ferrovia in circostanze pressoché identiche al caso di Mosca. I due uniscono le forze con il capo della Polizia del luogo, il Generale Nesterov (Gary Oldman). Questo indispettisce molto l’MGB che cerca, per mano di Vasil (Joel Kinnaman), di zittire per sempre l’ex eroe russo.

 CHILD 44 (2015)

Tratto dall’omonimo best seller di successo di Tom Rob Smith, il film ha due anime: una, convincente, è quella del thriller d’azione, spettacolare, mozzafiato, che vanta sequenze riuscitissime come l’attentato sul treno o l’atto finale, che sfrutta al massimo le capacità del protagonista Tom Hardy (che in realtà ha dimostrato di sapersela cavare egregiamente anche con altri generi cinematografici), tarantolato come non si vedeva da tempo, e la fotografia mossa di Oliver Wood. L’altra anima, quella documentaristica, ripropone fedelmente le ideologie, i motti, i vestiti, le architetture della Russia del secondo dopoguerra, i tentativi del regime totalitario di Stalin di creare un Paradiso nascondendo dentro l’armadio (o confinando in Siberia) i tanti scheletri di una nazione che genera eroi ma anche, e soprattutto, mostri. Film riuscito quindi? No, la carne al fuoco è troppa, il caso del serial killer (un MacGuffin per parlare di dittature e ideologie direbbe qualcuno) che uccide i bambini non riceve mai la giusta attenzione, nonostante illustri precedenti cinematografici che hanno trattato l’argomento, da M il mostro di Dusseldorf di Fritz Lang al nostrano Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci che torna alla mente anche per il discorso finale di Don Alberto sulla società capace di trasformare i piccoli angeli (i bambini) in mostri (assetati di sesso in quel caso); alcune scene sono ridondanti e servono solo ad allungare un brodo già parecchio annacquato;  il vero punto debole è però la durata, 137’ ingiustificabili, le stesse cose si potevano dire con almeno 20 minuti in meno. Un applauso invece agli attori, Tom Hardy in primis, splendido con il suo inglese con cadenza russa, convincente nelle scene d’azione come seduto a tavola durante la cena. Noomi Rapace si conferma sua ottima spalla (hanno già recitato assieme in Chi è senza colpa); Gary Oldman un po’ sprecato, mentre ottimo è il cattivissimo e vigliacchissimo Joel Kinnaman (RoboCop). Distribuito in Italia da Adler Entertaiment, uscirà nelle sale il 30 Aprile. È comunque meglio di molti prodotti in sala in questo periodo.

Matteo Chessa

BIG EYES – IL SOLITO DISCRETO TIM BURTON

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Dal primo gennaio (data diventata di buon auspicio per l’uscita nelle sale di nuovi prodotti cinematografici dopo il successo de La Migliore Offerta di Giuseppe Tornatore due anni fa) è nei cinema Big Eyes, il nuovo film di Tim Burton, che racconta l’incredibile storia della pittrice Margaret Keane (ancora in vita) e del marito Walter Keane che si attribuì la paternità delle sue opere che avevano come protagonisti bambini con occhi enormi e segnarono una svolta epocale nella storia della pittura americana del secolo scorso.

Ad interpretare i due protagonisti abbiamo due tra i migliori interpreti della scena internazionale, l’eclettica Amy Adams (5 candidature all’Oscar, l’ultima lo scorso anno in American Hustle) e il bravissimo Christoph Waltz (due Oscar da miglior attore non protagonista). Si tratta di un importante cambio di passo per Burton (era ora!) visto che dai tempi di Big Fish nel 2003 questo è il primo film (non in animazione) in cui non appare il suo attore feticcio, Johnny Depp, impegnato per le riprese del patetico Trascendence (uno dei film più brutti visti lo scorso anno) e dei ben più promettenti Into the Woods e Mortdecai, in arrivo nelle prossime settimane.

Tornando alla Adams e a Waltz, va detto subito che sono loro il punto forte del film. La prima interpreta in modo convincente una Margaret che, se all’inizio sembra debole e in ombra della forte personalità del marito, caratterizzato da un’indole eccentrica al confine con la follia, emerge in un secondo momento con tutta la sua forza per rivendicare le proprie opere. Amy Adams riesce a farci cogliere entrambi i lati del personaggio portando in scena una perfetta moglie cristiana di metà Novecento, che non si oppone al volere del marito e sembra vivere in conflitto con il mondo in cui vive, ma che finisce per ribellarsi mostrando una determinazione inaspettata.Waltz non è ai livelli di perfezione raggiunti con Bastardi senza gloria e Django Unchained ma comunque sforna una prestazione di buona fattura in un ruolo dai toni esagerati che è totalmente differente dai personaggi tarantiniani. Il suo maggior merito è che, nonostante Walter sia l’antagonista, ci fa addirittura simpatia per larghi tratti della pellicola. Per quanto riguarda il cast di supporto, da segnalare la buona prova di Krysten Ritter, già vista nei panni di Jane Margolis (la fidanzata e vicina di casa di Jesse) in Breaking Bad.

Big Eyes segna anche il ritorno al genere biografico da parte del regista dopo Ed Wood a metà anni Novanta. E come in quel caso, a curare la sceneggiatura sono Scott Alexander e Larry Karaszewski, ed è proprio questa uno dei punti deboli della pellicola, spesso piatta e prevedibile, che non aggiunge nulla di più alla storia originale. Burton non fa niente per metterci quel suo tocco di magia e di surreale che, piaccia o no, era presente nelle sue pellicole precedenti, ma si concentra piuttosto a rimanere aderente il più possibile alla storia. Il regista si limita a dare un vivo colore alla scenografia (ottima, riproduce fedelmente la San Francisco di quegli anni) ma non vi è alcuna intenzione, da parte sua, di smuovere minimamente l’eccessiva linearità della trama.

Nonostante qualche buon momento come l’omaggio al Kubrick di Shining con Walter/Waltz che minaccia la moglie e sua figlia Jane dalla serratura della porta, la pellicola si rivela perciò spesso telefonata senza risparmiarsi alcune cadute nel vuoto come l’imbarazzante cameo di Guido Furlani che interpreta Dino Olivetti.

Peccato perché le premesse per fare un ottimo film c’erano, tra tutte una storia avvincente e un cast molto interessante. Invece Burton non emerge dal livello solamente accettabile che permea gran parte della sua filmografia (eccezion fatta per Edward Mani di forbice e i suoi Batman, non capolavori ma comunque film più che soddisfacenti, altri come Dark Shadows, Mars Attacks e Alice in Wonderland sono addirittura di basso livello), firmando l’ennesimo film discreto.

Ma del resto Burton non è un grande regista e quelli che amano definirlo “visionario” prima o poi se ne faranno una ragione.

Consigliato solo a chi non conosce già la storia e la vita di Margaret Keane. Gli altri possono anche risparmiarselo.

Michael Cirigliano

RECENSIONI FILM IN SALA- PEREZ

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A Napoli si usa dire che per fare una pizza infallibile ci vogliano i giusti ingredienti. Ma i più esperti replicheranno che, per quanto sia vera l’importanza della materia prima, anche il pizzaiolo ha la sua importanza. Perez ha ottimi ingredienti di nome Zingaretti, d’Amore, Napoli, camorra, giustizia, rapporto genitori/figli, amori “difficili”. Ma forse il pizzaiolo ha scottato il prodotto.

Demetrio Perez è un avvocato d’ufficio, uno di quelli che il tribunale ti affida quando non hai le risorse per potertene permettere uno. I suoi clienti sono casuali, non li sceglie e non li conosce se non in un’aula di tribunale. Il suo lavoro è la premessa del film. E una volta capito questo, lo spettatore è convinto di trovarsi di fronte a un’ottima storia. Perez ha una figlia che lo “odia”, visto che il suo fidanzato è figlio di un boss noto al 41 bis. La moglie è solo un ricordo, vive in una zona “strana”, il Centro Direzionale di Napoli, dove ha casa e lavoro. Quei grattacieli sono la sua prigione, difficilmente il film si sposta in altri luoghi.

Un giorno gli capita come cliente Luca Buglione, boss che ha deciso di collaborare con la Giustizia. Solo che non siamo di fronte a un testimone qualsiasi, bensì di fronte a un giocoliere. Dirà tutto, ma secondo le sue regole: c’è un toro, in periferia, nella cui pancia vi è una incredibile quantità di diamanti. Buglione propone a Perez uno scambio. Se l’avvocato lo aiuterà nell’impresa di recuperare tutti i diamanti, lui troverà modo e occasione per incastrare Francesco Corvino, fidanzato della figlia Tea.

Perez accetta, forse perché vuole trovare quella svolta che cercava, quell’occasione unica e irripetibile in cui avrebbe potuto scegliere  cosa fare e se farlo. Alla fine si troverà a difendere una figlia che solo alla fine capirà di aver messo le mani in un mucchio di letame, mettendo in gioco quello che è il suo destino e quello del padre.

L’intreccio vede, tuttavia, l’eco di tanti “fantasmi”: Marco d’Amore è alla sua prima vera opera cinematografica nei panni di…Marco d’Amore…di Ciro di Gomorra. Anzi, ha qualcosa di Genny Savastano (il padre in 41 bis, l’essere apparentemente “nu buono waglione”). Zingaretti è una sorta di Montalbano fallito, ma in realtà è l’unico che riesce a reggere il film intensamente.

Le intenzioni del regista Edoardo de Angelis, alla sua seconda opera, erano buone. Anzi, ottime. Ma forse qualcosa andava migliorato. Trattare di camorra, subito dopo Gomorra, è un’impresa ardua. Se poi si vuole mischiare un tema così bollente a un altro tema difficile, quello del rapporto genitori/figli, allora le cose si complicano. De Angelis ha comunque dimostrato di avere buona stoffa, ma l’inesperienza ha fatto sì che Perez fosse un discreto film, senza però avere quel qualcosa in più. Gomorra e John Q convivono per tutto il tempo. Alcuni personaggi, forse, andavano meglio inquadrati (tipo l’ex moglie di Perez o il suo migliore amico, suicida) e alcune vicende pensate con più astuzia: la pancia del toro, onestamente, risulta difficile da digerire. In tutti i sensi…

Il vostro… Billy

FILM IN SALA: COSA NON PERDERE ASSOLUTAMENTE DA SETTEMBRE A DICEMBRE

Dopo un’estate passata (per chi è rimasto in città) ad elemosinare film alle biblioteche per mancanza di offerte in sala, con i cinema chiusi o, per gli stoici aperti, impantanati in titoli dell’inverno trascorso, tra l’altro nemmeno di qualità (spicca l’odiato The Butler, ma si può citare come esempio anche Sotto una buona stella di un sempre più scoppiato Carlo Verdone), quella che si prospetta è una seconda parte di anno con i fiocchi, tra titoli attesissimi, sequel di successo e biopic d’autore. Ecco, divisi per mese d’uscita, i film che Il Disoccupato Illustre consiglia di vedere da qui a Capodanno.

SETTEMBRE

LUCY

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Apertura dell’ultimo festival di Locarno, segna il ritorno alla regia di Luc Besson dopo il simpatico Cose nostre Malavita dello scorso anno. Scarlett Johansson impersona Lucy, ragazza americana che vive a Taipei a cui viene impiantato dentro il corpo un sacchetto di droga. Quando questo si rompe, lei acquisisce potere straordinari. Sceneggiatura forte, nuova eroina disegnata da Besson dopo Nikita, capolavoro che spegne quest’anno ventiquattro candeline. Attesissimo dai fan del francese, potrebbe salvare l’anno della Johansson, in sala anche con l’evitabilissimo Under the Skin di Glazer.

LE DUE VIE DEL DESTINO

THE RAILWAY MAN

Diretto da Jonathan Teplitzky (Burning Man), applauditissimo al festival di Toronto, vanta  un Colin Firth in gran forma. Un ex ufficiale inglese, torturato dai giapponesi durante la Seconda Guerra, cerca vendetta contro il suo aguzzino, aiutato dalla moglie (Nicole Kidman)che cerca di scacciare il suoi tormenti.

TARTARUGHE NINJA

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Il ritorno di Michelangelo, Leonardo, Raffaello e Donatello, per un ragazzo di 24 anni, è un evento da non perdere. Nato per festeggiare i trent’anni dall’uscita della serie a fumetti, il film racconta delle avventure di quattro tartarughe mutanti che praticano il kung fu e sposano la causa della reporter April (Megan Fox). Dopo due lungometraggi nel 1990 e nel 1991, tocca ancora a loro divertire i piccoli (e far fare un tuffo nel passato ai più grandi).

PASOLINI

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Gli ultimi giorni di PierPaolo Pasolini, intellettuale italiano, prima del suo omicidio. Diretto da Abel Ferrara, interpretato da Willem Defoe, identico al regista di Mamma Roma, vanta nel cast anche Scamarcio che interpreta Ninetto Davoli. Uno dei biopic più attesi della stagione.

BIRDMAN

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Attore fallito conosciuto per aver interpretato in passato un supereroe si rilancia a Broadway. Black comedy del regista drammatico Inarritu, che sfrutta la bravura dei due protagonisti (Michael Keaton e Edward Norton) per realizzare un film divertente, pur restando nel campo dell’autorialità. Degno delle migliori commedie nere dei Coen; ha aperto Venezia 71.

OTTOBRE

SIN CITY – UNA DONNA PER CUI UCCIDERE

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Nove anni dopo il primo film, il sodalizio artistico tra Robert Rodriguetz e il fumettista Frank Miller regala ai fan del genere un nuovo prodotto basato sulla serie Sin City. Tornano alcuni personaggi del primo capitoli (Marv di Mickey Rourke anche se è morto, Nancy/ Jessica Alba assetata di vendetta), fanno la loro prima apparizione i nuovi (Ava Lord/ Eva Green e Johnny/ Joseph Gordon- Levitt, destinati a dare spettacolo). Ma sarà sicuramente la sceneggiatura del duo la protagonista. Josh Brolin sostituisce Clive Owen nella parte di Dwight.

BOYHOOD

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Richard Linklater (Prima di mezzanotte e affini) condensa in 2h e 46’ dodici anni della vita (vera) di un ragazzo i cui genitori stanno divorziando. L’attore Ellar Coltrane ha iniziato le riprese a 7 anni, ora ne ha 19. Un cambio di rotta rispetto alle opere della filmografia del regista, sempre condensate in notti, pomeriggi o serate. Nel cast l’attore feticcio Ethan Hawke e Patricia Arquette.

UN MILIONE DI MODI PER MORIRE NEL WEST

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Dal creatore dei Griffin e Ted Seth MacFarlane, un western in salsa comica, per non dire demenziale, destinato a regalare risate a non finire (almeno spero). Cast d’eccezione, con una bellissima Charlize Theron, Neil Patrick Harris, l’immancabile Giovanni Ribisi e il sempre cattivo Liam Neeson. Vediamo se MacFarlane riuscirà a sconfiggere la maledizione del western parodistico, da sempre ostica buccia di banana cinematografica.

THE JUDGE

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Robert Downey Jr e Robert Duvall in una storia di padri e figli a forti tinte gialle. Possibile delusione per via della regia di Dobkin, fin qui sempre impegnato in commedie, ha come punto di forza, oltre al cast, i due sceneggiatori di Gran Torino.

MOMMY

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Il film dell’anno. Acclamato a Cannes, osannato dai critici e amato dal pubblico, racconta di una madre single che cerca di mantenere la custodia del figlio quindicenne. Diretto dal bravissimo Xavier Dolan, proiettato in 4:3, “è un’esperienza travolgente” (Ciak).

NOVEMBRE

INTERSTELLAR

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Attesissimo film di Christopher Nolan, regista della trilogia del cavaliere oscuro,  scritta dal fratello Jonathan con Steven Spielberg, che s è rifiutato di girarlo. Basato sulla teoria di Kip Thorne sui buchi neri e sulla possibilità di viaggiare nel tempo attraverso essi, è un film di fantascienza che cerca di emulare i grandi prodotti del genere (il paragone con Guerre Stellari  è stato fatto dal regista stesso). Misterioso come tutti i film di Nolan, ha nel cast il premio Oscar Matthew McConaughey, Anne Hathaway e il solito Michale Caine. Previsto il successo al botteghino.

DUE GIORNI, UNA NOTTE

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Presentato al festival di Cannes, diretto dai fratelli Dardenne, narra la storia di Sandra che in un week end deve convincere sedici colleghi a rinunciare ad un bonus da 1000 euro per evitare il licenziamento. Film sulla crisi e sugli effetti nella vita delle persone, è atteso soprattutto per l’interpretazione della Cotillard, vantata molto durante la kermesse.

COME AMMAZZARE IL CAPO E VIVERE FELICI 2

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Cambia regista, non cambia il cast, anzi si rilancia con l’aggiunta del cinico Christoph Waltz. Messi in proprio, gli eroi del primo capitolo vengono mandati sul lastrico da uno spietato investitore. Per riavere la loro azienda, rapiscono sua figlia. Il primo ha fatto ridere tutto il mondo. Scommettiamo che il secondo non sarà da meno?

SCEMO E PIU’ SCEMO 2

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Venti anni dopo il primo film, i due scalmanati protagonisti si rimettono in viaggio per trovare la figlia di uno dei due, di cui si ignorava l’esistenza. Jim Carrey e Jeff Daniels rivestono i panni dei personaggi di una delle pietre miliari della storia comica americana. Vediamo se supereranno il test del sequel, spesso causa di fallimento. La storia sembra abbastanza banale, ma saranno le gag a fare la differenza.

TORNERANNO I PRATI

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Ermanno Olmi, di ritorno dal ritiro, dice la sua sulla esperienza della vita di trincea della Prima Guerra Mondiale. Il regista bergamasco, sinonimo di qualità, merita fiducia a prescindere.

DICEMBRE

MAGIC IN THE MOONLIGHT

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Ultima fatica del regista newyorkese Woody Allen, di ritorno in Francia dopo il fortunato Midnight in Paris, stavolta in Costa Azzurra per raccontare dello scettico inglese Colin Firth alle prese con un’indagine sulle presunte doti extrasensoriali della medium interpretata da Emma Stone. Atteso dai fan del regista, e non sono pochi.

IL RAGAZZO INVISIBILE

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Storia innovativa per il cinema italiano, racconto di un ragazzo con poteri sensazionali, non tratto da un fumetto ma realizzato in parallelo con la striscia, con fotogrammi del film che sono poi stati riportati identici nel fumetto e viceversa. Diretto da Gabriele Salvatores con un cast di attori giovanissimi.

LO HOBBIT- LA BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE

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Terzo capitolo della trilogia dedicata al viaggio straordinario di Bilbo Baggins (Martin Freeman). Descritto come epico più degli antenati Le due torri e Il ritorno del re,  con scene di guerra sensazionali, è chiamato a vendicare lo scivolone del secondo capitolo, ai limiti dell’inguardabile. Chissà se ci riuscirà.

THE IMITATION GAME

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Thriller mentale su come il matematico inglese Alan Turing, bistrattato per la sua omosessualità, scoprì il Codice Enigma, linguaggio cifrato usato dai tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale. Interpretato da Benedict Cumberbatch e Keira Knightley, presenta una delle più importanti figure del 900, essenziale per l’esito positivo della guerra.

PRIDE

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Standin ovation di dieci minuti a Cannes, ispirato a fatti accaduti realmente, parla del movimento omossessuale LGSM che nel 1984 si schierò dalla parte dei minatori in protesta contro la Thatcher. È sempre bello conoscere storie poco famose ma molto importanti. Da vedere.

Matteo Chessa

ALLACCIATE LE CINTURE: IL GRANDE FLOP DI FERZAN OZPETEK

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Una donna coraggiosa, un fidanzato burino, una malattia inaspettata. Elena, cameriera in un bar, s’innamora di Antonio, meccanico dislessico fidanzato con la migliore amica della ragazza. I due si sposeranno ma dopo tredici anni a Elena verrà diagnosticato un cancro al seno. Se l’ambientazione leccese è rimasta immutata, questa volta è la qualità del film di Ozpetek che ne risente. Più che un film, Allacciate le cinture ha i contorni della fiction. Sia chiaro: la poetica del regista turco così come il suo stile fatto di carrellate circolari e steadycam a seguire i personaggi è sempre presente, quelle che mancano invece sembrano essere le motivazioni della scrittura.  La sceneggiatura (inspiegabilmente ambientata nel 2000 con cellulari paleolitici e riferimento alla lira!) è noiosa e  si dipana tra mille insicurezze, dall’incipit da commedia romantica all’improvviso dramma ospedaliero, dando vita ad alcune sequenze divertenti (le scene in famiglia o il cammeo di Luisa Ranieri) e altre francamente imbarazzanti (il corteggiamento con la birra e il sesso sul lettino di ospedale). E’ grave inoltre constatare che i personaggi secondari (Scicchitano, Sofia Ricci e Minaccioni) risultino decisamente più affascinanti del duo protagonista Smutniak-Arca. La pessima recitazione dell’ex tronista ovviamente non aiuta la causa. La sua scelta come attore pare francamente incomprensibile se non relazionata a logiche commerciali. Un plauso particolare invece alle musiche di Pasquale Catalano (sempre eccellenti) e alla performance di Filippo Scicchitano che si conferma talento di prospettiva. Tirando le somme, Allacciate le cinture (oltre ad avere un brutto titolo) è probabilmente il peggior film del regista turco.

Francesco Pierucci