HORS SATAN – TUTTA LA BELLEZZA DEL CINEMA DI DUMONT

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Un uomo (Le Gars) occupa il tempo a girovagare lungo le paludi della Côte d’Opale, nei pressi di Boulogne sur Mer. L’unica che gli si avvicina è una ragazza, Elle, che gli prepara da mangiare, lo segue ovunque e lo osserva pregare. Lui la libera dal suo fardello, uccidendo il patrigno che la molestava.

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TOP 3- I MIGLIORI FUMETTI NATI IN BELGIO

Dopo il mio ultimo viaggio non posso esimermi dallo scrivere quest’articolo. Per chi non lo sapesse, il fumetto (o meglio la bande dessinée) moderno, assieme alle patatine fritte, nasce proprio nella zona franco-belga. Non è un caso che a Bruxelles esista un intero museo dedicato alla nona arte e che camminando per la città si possano osservare enormi murales dedicati a Tin Tin, I puffi, Marsupilami e via dicendo. Grandi autori e grandi personaggi (anche inaspettati) sono stati creati proprio lì. E voi lo sapevate?

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TIN TIN

Creato dal belga Hergé (nome d’arte di Georges Remi) nel 1929 sulle pagine di Le Petit Vingtième, Tin Tin, reporter giramondo sempre alla ricerca di nuove avventure, accompagnato dal filo Milù e dai sospetti di razzismo, incrementati dalla pubblicazione sui giornali di estrema destra. E’ del 2011 il film di Spielberg in motion capture: Le avventure di Tin Tin: il segreto dell’Unicorno.

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LUCKY LUKE

Il vero boom della bande dessinée avvene subito dopo il secondo conflitto mondiale, grazie a questo buffo pistolero, nato come parodia del western che, in quegli anni riscuoteva un successo straordinario in Europa. Creato dal belga Morris – all’anagrafe Maurice de Bevere – Lucky Luke fece la sua prima comparsa sull’almanacco di Spirou del dicembre 1946 nella storia Arizona 1880. Seppur da subito valido, il fumetto fece il vero salto di qualità con l’apporto straordinario del leggendario Renè Goscinny al suo esordio.

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I PUFFI

Creati nel 1958 da Peyo (al secolo Pierre Culliford, fumettista belga) come personaggi secondari della serie John & Solfami che veniva pubblicata su Le Journal de Spirou, i piccoli esserini blu prendono il nome da un’esperienza personale di Peyo, che, chiedendo a un amico di passargli la saliera e non sovvenendogli il nome dell’oggetto, aveva infatti detto «Passe-moi le… schtroumpf», ovvero «Passami il… puffo». Sempre sulla cresta dell’onda , I Puffi (per qualcuno metafora del sistema massonico) hanno guadagnato ulteriore popolarità anche grazie ai recenti film hollywoodiani. Ma alla fine, era tutto un sogno di Gargamella?

Francesco Pierucci

FILM DA RISCOPRIRE – QUANDO VOLANO LE CICOGNE (1957)

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Due giovani innamorati saltellano felici in una Mosca deserta; hanno fatto le ore piccole e stanno tornando a casa passando per la Piazza Rossa; la ragazza guarda il cielo, nota le gru che volano, portando la primavera (le cicogne che titolano l’opera sono un incredibile errore di traduzione italiano, camuffato anche in fase di doppiaggio), e distratta si lascia bagnare dal camion della pulizia strade; lui amorevolmente le tira su i capelli, poi si dirigono verso casa saltellando su un piede giocosamente; titolo dell’opera con sullo sfondo il campanile di Ivan il terribile. L’incipit di Quando volano le cicogne del georgiano Mikhail Kalatozishvili (conosciuto col nome russo Michail Kalatozov) si allontana vertiginosamente dai prodotti propagandistici del cinema sovietico del periodo mirati alla costruzione dell’immagine internazionale dell’URSS, anticipando di un anno quelli che poi saranno i canoni della Nouvelle Vague francese (camere a spalla che seguono le corse dei protagonisti, riferimenti letterari, nel particolare alle Tre sorelle di Cechov) e enfatizzando la cosiddetta “politica del disgelo” portata dal neoeletto Kruscev (da quattro anni al potere), che mirava a destalinizzare l’immagine sovietica, toccando anche il campo della settima arte. È un film d’amore, di guerra, di solitudine, di costanti attese mancate e speranze tradite; Vera (una straordinaria Tatyana Samojlova) e Boris (Aleksey Batalov) sono innamorati e vogliono sposarsi; la seconda guerra mondiale e la partenza da volontario del giovane cambiano le cose. Lei, che intanto perde i genitori e viene costretta con la forza a sposarsi col cugino di Boris Mark (Aleksandr Shvorin), lo aspetta inutilmente per anni, sempre in bilico tra il rimanere ancorata alle speranze e il gettarsi tra le onde di un destino che, semplicemente, non si dirige verso i suoi sogni. Palma d’oro al festival di Cannes del 1958 (ebbe la meglio su titoli e nomi altisonanti come Alle soglie della vita dello svedese Bergman, preferito da una giuria presieduta dallo scrittore francese Marcel Achard e composta tra gli altri, da Zavattini, Ledislao Vajda e il sovietico Jutkevic), trova nell’estetica più che nelle tematiche il suo carattere rivoluzionario: inquadrature vicine ai personaggi, riprese che irrompono come mai prima nelle vite personali dei protagonisti e ce ne mostra sofferenze, paure e speranze. Attraverso piani sequenza e carrellate magistrali (si pensi a quella, bellissima, in cui una spaesata Vera corre verso il treno con chiaro intento suicida) o movimenti circolari della cinepresa (ripresi anche dall’andamento della storia), Kalatozov e il direttore della fotografia Sergej Urusevskij entrano nella storia del cinema con uno stile poi perfezionato da molti cineasti futuri (Scorsese da poco ne ha sottolineato l’importanza). In questo turbine di immagini danza il personaggio di Vera, diverso dalle altre eroine di un normale film di guerra, non ferma e decisa ma attanagliata da dubbi e paure, sottolineate perfettamente dagli occhi penetranti della Samojlova. Una storia d’amore che sfiora il melodramma ma non cade nel suo romanticismo, un film sulla guerra in cui le battaglie non vengono mai mostrate e la violenza è solo psicologica. E un finale commovente, legato strettamente all’incipit nonostante sia il suo naturale contrario (la piazza Rossa stracolma di gente, la ragazza sola che cerca l’amato tra la calca e quello sguardo alle gru con un significato differente). Un pezzo di storia del cinema da consegnare al grande pubblico per far capire cosa è realmente l’amore. Capolavoro.

 

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Matteo Chessa

FLOP 7- I PEGGIORI TESTI DELLE SIGLE DEI CARTONI ANIMATI

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I CAVALIERI DEL DRAGO O DELLA MANCATA INDIVIDUAZIONE DEL TARGET DI RIFERIMENTO

“C’è un ragazzo laggiù proprio come sei tu, ardito e fiero”. Certo questi sono sicuramente i primi due aggettivi che mi vengono in mente se dovessi descrivere il carattere di un bambino di dieci anni che probabilmente sentendosi additare con il termine ardito (che gioco di parole!) indicherebbe al massimo una sua falange.

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JEM O DELL’AUTOCELEBRAZIONE DI UNA MENTECATTA

Il soliloquio della popstar da quattro soldi con facepaint alla Sven Vath inizia modestamente con “Sono una cantante bella e stravagante, vesto assai elegante” e ancora “sono esuberante, frizzante, tenera e raggiante”Esalta le sue doti canore “dolce e sfavillante certo strabiliante la mia voce così tenera e squillante” e nel ritornello inneggia alla sua formazione di stampo stanislavskijiano “provo sempre un’emozione quando canto una canzone” e come se non bastasse il coro rincara la dose “sei bellissima e rampante(?!) non fermarti mai”. Ci ha pensato probabilmente la cocaina.

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PRINCE VALIANT O DELL’OSSIMORICO DUALISMO TRA TESTO E IMMAGINI

Prince Valiant nonostante il cavalleresco curriculum immacolato è sicuramente il personaggio più infame e bastardo dei cartoni animati ma la D’Avena, che forse non ha mai visto una puntata di questo discusso cartone, prova a sostenere incredibilmente che  codesto mercenario medioevale “è coraggioso, in gamba e generoso agisce sempre con grande umiltà. Condottiero valoroso, con grande volontà sempre onora gli ideali del regno di Camelot”. Le parole possono ingannare in un primo momento i più ingenui ma le crude immagini dicono ben altro…Vi invito ad osservare il simpatico siparietto al minuto 1.26 della sigla:

Non penso che gli ideali di Camelot tanto sbandierati comprendano lo scalciare vigliaccamente un uomo innocuo e indifeso (e per giunta vecchio) facendolo precipitare mortalmente in un burrone. Quest sigla è più bugiarda della copertina del Dvd di La piccola bottega degli orrori con il simpatico faccione di Jack Nicholson che viene spacciato per protagonista ma che in realtà appare per soli 5 minuti.

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WHAT’S MY DESTINY DRAGON BALL  O DELL’IMPORTANZA DELLA LINGUA INGLESE

Per anni abbiamo pensato che, a causa dell’inesperienza dovuta alla nostra giovane età, le sigle di Dragon Ball dovessero essere per forza formate da costrutti di senso compiuto ancora troppo complessi per essere compresi da noi bambini. Che erronea congettura! Bastava capire che le parole erano messe inevitabilmente a cazzo perché per forze di causa maggiore alla metrica non si comanda! Secondo la sigla di quello scoppiato di Giorgio Vanni (se uno parlasse inglese come lui, in Gran Bretagna lo scambierebbero sicuramente per un magrebino), il protagonista di DBZ sembra essere il fantomatico Dragon Ball ovvero il misterioso Drago Sfera. Il suo punto debole? Il genitivo sassone! Se qualcuno poi rileggendo questa grande poesia ritmica è riuscito a comprendere il significato dell’enigmatica frase “e guardando più in là il tuo cuore saprà ritrovare Dragon Ball” me lo comunichi immediatamente…

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CHE CAMPIONI HOLLY E BENJI!!! O DELLE SCOMODE MENZOGNE SU MR. PRICE

Che Campioni Holly e Benji sembra una canzone apparentemente normale finché non la si analizza attentamente dal punto di vista del portiere più forte del manga: “Hanno la forza dell’umiltà” ahahahaha…penso che Benji sia il calciatore meno umile di tutta la squadra al pari di Mark Lenders e dell’aquilotto Patrick Everett. “Benji para i calci di rigore” mai visto parargli un tiro dal dischetto, al massimo lo ha fatto Ed Warner nell’eroica semifinale con la Francia. Poi la frase che mi fa più incazzare: “Questa coppia eccezionale guiderà la nazionale” Ma io mi chiedo come diavolo fa Benji a guidare la nazionale se gioca una sola fottutissima partita? (tra l’altro se ben ricordo in tutto il cartone gioca solo due match ovvero le finali con la Muppets e con la Germania Ovest)

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DRAGON BALL O DELL’UBICAZIONE DI SHENRON

Insieme ai soliti Inglesismi incomprensibili (Fightingontheground Blastingthroughtheclouds) il sibillino Vanni sembra disperato nel narrare l’impossibile ricerca del Drago dei Desideri. La frase “Combatti per trovare il drago però nessuno sa dove sta” è di una falsità incredibile: lo sanno tutti che Shenron appare semplicemente nel posto in cui viene invocato. Punto. Una menzione speciale alla stupefacente strofa che rimanda a un precedente uso di sostanze illegali (e che non trova nessun riscontro nel cartone) “Se chiudi gli occhi vedi il drago e senti tutto il suo potere ma quando arrivi tu non c’è più”.

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TUTTI ALL’ARREMBAGGIO! O DELLE CRUENTE METAFORE INTRISE DI RIMANDI A LAPALISSE

Al primo posto non può che esserci One Piece. “ Questo grido è come un tatuaggio che s’incide dentro i nostri cuori” è una delle strofe più visionarie di sempre nonché una metafora quantomeno ardita che richiama un’operazione truculenta e dai contorni decisamente cronenberghiani. One Piece stordisce oltre che per la trama contorta anche per le frasi sconvolgenti come “Il tesoro non è più un miraggio ma soltanto quando lo ritroverai allora lo vedrai di lapalissiana memoria che rendono questa sigla un capolavoro dell’astrattismo.

 

Francesco Pierucci