ANCHE I GRANDI DEL CINEMA SBAGLIANO

Eh sì, sbagliano anche i grandi registi. Si contano sulle dita di una mano i registi che non abbiano alle spalle almeno un flop, un prodotto sotto le attese o comunque non in linea con il livello elevato del resto della loro filmografia.

Come avrete capito, noi de Il Disoccupato Illustre siamo persone perfide e così ce la spassiamo scavando nelle debolezze altrui. Perciò siamo andati a indagare nei meandri di filmografie apparentemente prive di lacune o mostruosità e abbiamo trovato clamorosi flop diretti anche da registi con nomi altisonanti.

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ASSASSINIO SULL’EIGER (CLINT EASTWOOD)

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Il regista californiano, che poi sarà capace di dirigere pezzi da novanta come Gli Spietati, Million Dollar Baby e Mystic River, al suo quarto lungometraggio dietro alla macchina da presa sfornò nel 1974 The Eiger Sanction. Stranamente ne uscì una pellicola con una storia quasi inverosimile colma di incongruenze ed assurdità, unite alla poca credibilità del protagonista Jonathan Hemlock. Un autorità della critica cinematografica italiana quale Morandini lo etichettò come uno “sgangherato thriller spionistico”, un genere che forse non rientra nelle corde del grande Clint.

Nota di demerito anche per lavori recenti come Hereafter e J. Edgar.

4

GRINDHOUSE – A PROVA DI MORTE (QUENTIN TARANTINO)

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Tarantino non sbaglia mai, si diceva. Ma nel 2007 il regista di Pulp Fiction e Kill Bill diresse la prima parte della pellicola horror/splatter Grindhouse (il secondo episodio, Planet Terror, è diretto da Robert Rodriguez). Il risultato fu un flop al botteghino: a fronte di una spesa di 53 milioni di dollari, nel weekend di apertura ne guadagnò la miseria di 11,5. Questa la sentenza di Dennis Schwartz di Ozus’ World Movie Reviews: «Tanto divertente quanto fare un incidente con un’auto» e aggiunse che le due pellicole non son altro che «film fantastici da ragazzini senza una trama solida ed articolata». Eppure Tarantino disse: «I’m proud of my flop» (“sono orgoglioso del mio fallimento”). Certo, come Inzaghi è orgoglioso della stagione del Milan appena passata.

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SETTEMBRE (WOODY ALLEN)

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Una volta un saggio disse: Allen drammatico o serio è una palla assurda. L’affermazione non è condivisibile per capolavori come Interiors, Stardust Memories, Alice o lo spezzone di Melinda e Melinda, ma calza a pennello per Settembre, secondo film girato dal regista newyorkese nel 1987 (assieme a Radio Days); frettoloso, ripetitivo e anche un tantino banale, Allen si impaluda nelle sue idiosincrasie trascinando dentro l’intero cast. Si salva come sempre la fantastica Dianne Wiest, che tanto deve a Woody Allen ma che tanto gli ha dato.

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COTTON CLUB (FRANCIS FORD COPPOLA)

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Dopo la tragedia di Un sogno lungo un giorno, famoso per aver fatto fallire la sua casa cinematografica Zoetrope, il regista della trilogia de Il Padrino e Apocalypse Now ritornò ad avere confidenza con il fallimento con The Cotton Club nel 1984. Nonostante la sceneggiatura di Mario Puzo e i costumi della nostra Milena Canonero (4 premi oscar, ne aveva già vinti due ai tempi), si verificò un altro tracollo al botteghino. Costò 58 milioni di dollari, ne guadagnò in totale meno di 30. Nonostante tutto, si portò a casa due nomination agli Oscar (montaggio e scenografia).

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LA GUERRA DEI MONDI (STEVEN SPIELBERG)

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Lasciando da parte tutte le castronerie che Spielberg ha portato nelle sale nelle vesti di produttore, anche da regista è stato autore di qualche film non proprio riuscito. Al vertice di questa classifica troviamo infatti il suo War of the Worlds, che, bisogna dirlo, andò bene al botteghino (anzi fu uno dei film più visti del 2005). Ma un’interpretazione non proprio all’altezza di Tom Cruise e la sceneggiatura confusionaria di David Koepp condannano la pellicola ad essere una delle peggiori di Spielberg.

Nota di demerito anche per The Lost World: Jurassic Park e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo.

Michael Cirigliano

I GRANDI FLOP DELLA STORIA DEL CINEMA

“Eh se tutti quei soldi li avessero dati a me”… tutti almeno una volta nella vita (tolto qualche sceicco di Dubai) abbiamo detto questa frase, indignati per lo stipendio troppo alto di un calciatore o per il prezzo esorbitante di una villa che poi magari ha il bagno cieco. Ci sono casi della storia del cinema in cui la frase sopracitata casca a pennello e risulta addirittura giustificata. L’ultimo in ordine di tempo è John Carter di Andrew Stanton che,grazie al successo di Alla ricerca di Nemo e Wall-E, è riuscito a racimolare 300 milioni di Dollari per produrre e pubblicizzare il film salvo non guadagnarne neanche la metà. Ci sono però molti altri esempi di flop cinematografici che non hanno saputo conquistare pubblico e critica, ecco i cinque più altisonanti, che forse meritavano miglior sorte.

PIRATI

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Fortemente voluto da Polanski che aveva intenzione di girarlo immediatamente dopo Chinatown (1974) con Jack Nicholson come protagonista salvo poi rimandarlo per problemi legali (lo sostituì col capolavoro L’inquilino del terzo piano). Girato nell’86, costò più di 40 milioni e ne guadagnò 6 in tutto il mondo. Dieci anni dopo una sorte simili (ma ben più grave) toccò anche a Corsari. La pirateria non attira il pubblico, si diceva; poi arrivarono i Pirati dei Caraibi.

UN SOGNO LUNGO UN GIORNO

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1982, Francis Ford Coppola. Film famoso per aver fatto fallire la Zoetrope, casa di produzione del regista, costò 26 milioni e ne guadagno 636.796. Musical fiacco nella trama, sperimentale nelle tecniche di riprese e realizzazione.

I CANCELLI DEL CIELO

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Forse l’esempio più famoso di flop cinematografico, mandò quasi in bancarotta la United Artist che tentò anche di ridistribuirlo accorciando l’enorme durata (cinque ore), deturpandolo e rendendolo incomprensibile (ora dura tre ore e molte parti non sono connesse tra loro, il montaggio sembra realizzato da un alcolizzato). La perdita fu di 114 milioni di dollari. Io ancora aspetto che qualcuno mi giustifichi la morte di Christopher Walken.

STRANGE DAYS

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Basterebbe quello che dice Nanni Moretti in Aprile per capire il flop dello sci-fi distopico della Bigelow. Costò 60 milioni, ne guadagnò appena 7. Ma almeno si prende dei rischi.

LA CASA DEGLI SPIRITI

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Tratto dal bellissimo libro di Isabel Allende, diretto da Bille August, con un cast eccezionale che vanta la pluripremiata Meryl Streep, Glenn Close (che paura quando spunta il suo fantasma), Jeremy Irons, Winona Ryder, Antonio Banderas. Poi si lamentano se, dovendo pagare tutta sta gente, fanno flop.

FINO ALLA FINE DEL MONDO

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Magnifico film di Wim Wenders, troppo avanti per il pubblico del 1991 (anche odierno) che lo snobbò. Costato intorno ai 40 milioni di dollari, ne guadagnò 752.000. Certo la durata eccessiva non aiuta.

Matteo Chessa

ANALISI STORICA DE “IL PADRINO PARTE III

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18 anni dopo Il Padrino e 16 anni dopo Il Padrino Parte II, Francis Ford Coppola diresse nel 1990 il capitolo conclusivo della saga ispirata al libro di Mario Puzo, che ancora una volta cura, insieme al regista, la sceneggiatura del film.

E’ un film diverso dagli altri due: non ci sono i vari, fantastici, James Caan (Sonny Corleone), Richard Castellano (Peter Clemenza), Robert Duvall (Tom Hagen). Andy Garcia, che interpreta il figlio illegittimo di Sonny, Vincent Mancini, ricorda il padre solo per l’istintività e il brutto carattere, non di certo per la personalità e il carisma del figlio primogenito di Vito Corleone. L’interpretazione della figlia di Coppola, Sofia, lascia il tempo che trova tant’è che è ritenuta unanimemente il punto debole della pellicola. Non abbiamo un personaggio come Fredo, interpretato nei primi due capitoli dal bravissimo John Cazale, un ruolo per cui lo spettatore prova attaccamento, tanto che vorremmo dargli noi quell’attenzione che non riceve dal padre e dai fratelli e che vorremmo salvare dall’ira irrefrenabile di Michael (quanti, come me, hanno sperato che su quella barca fosse lui a freddare Al Neri e non il contrario?). E’ quindi nel complesso un film di minore fattura rispetto agli altri due ma ha qualcosa che i due capitoli precedenti non hanno: un riferimento alle vicende reali, vicende storiche che hanno caratterizzato l’Italia negli anni Settanta ma per le quali la verità non è mai emersa, nemmeno nelle aule giudiziarie. Di questi importanti eventi Francis Ford Coppola, con invidiabile coraggio, utilizzando personaggi di finzione ma comunque sovrapponibili con quelli reali, prova a dire la sua, prova a darci quella verità della quale siamo sempre stati privati.

Tra queste vicende storiche poniamo l’accento su quella che nel film riceve più spazio: gli intrighi che portarono al presunto assassinio di Papa Giovanni Paolo I. Sappiamo che la versione ufficiale della morte di Papa Luciani parla di decesso per infarto acuto al miocardio. Ma i dubbi sono vari ed insistenti, partendo dal fatto che il collegio cardinalizio non autorizzò l’autopsia per scoprire le varie cause dell’improvvisa scomparsa del pontefice. Sono due i presunti protagonisti di questa vicenda, i cui nomi altisonanti fanno rizzare i capelli in testa: l’arcivescovo americano Paul Marcinkus, a capo dello IOR, e il “banchiere di Dio” Roberto Calvi. A queste due figure sono ispirati due personaggi presenti nel film: l’arcivescovo Gilday e Frederick Keinszig. Nel film vediamo che il nuovo Papa (anche qui abbiamo un personaggio di finzione, il cardinale Lamberto) ratifica l’acquisto dell’Internazionale Immobiliare da parte della famiglia Corleone e questo gli costa l’avvelenamento del suo tè che gli provoca la morte. Guardando ai fatti storici, sappiamo delle posizioni divergenti riguardo alla gestione dello IOR e al ruolo della Chiesa tra il neoeletto Papa e Marcinkus. Persone come quest’ultimo avevano sicuramente poco da gioire se il pontificato di Giovanni Paolo I fosse durato a lungo. Un altro personaggio che muove gli eventi della pellicola è Licio Lucchesi (che nel film è mandante dell’omicidio del Papa insieme a Gilday). Francis Ford Coppola affermò che tale personaggio riprendesse la figura dello statista Giulio Andreotti e ci sono due elementi nel film che la richiamano espressamente. Il primo è la frase “il potere logora chi non ce l’ha” pronunciata da Calò al momento dell’assassinio di Lucchesi, che richiama la stessa frase di Andreotti rivolta ad Enrico Berlinguer come risposta alla battuta di quest’ultimo “il potere logora”. Un secondo riferimento lo abbiamo nel nome “Licio”: il nome è probabilmente ispirato a Licio Gelli, vero capo della Loggia massonica P2, il cui rapporto con Andreotti è colmo di misteri che ormai probabilmente non verranno mai alla luce. Quello che sappiamo con certezza è che la giustizia italiana non ha mai emesso condanne nei confronti di nessuno dei protagonisti sopracitati (e i nomi non finiscono certamente qui). Ciò non ha permesso comunque di fare chiarezza su questi fatti storici, e di certo un film come Il Padrino Parte III contribuisce, come altre fonti, più o meno attendibili, ad alimentare i nostri dubbi e a lasciare spazio ai nostri interrogativi, che quasi sicuramente non riceveranno mai alcuna risposta.

 

Michael Cirigliano

1980. KRAMER CONTRO KRAMER: IL DIVORZIO SECONDO BENTON

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La differenza tra un buon film e un capolavoro la si nota nel momento di constatare la loro fama: solo gli appassionati di settima arte, le coppie in crisi e quelle già scoppiate e qualche interessato che si aggira nelle videoteche sulla sezione “Film Stranieri” sotto la lettera K (o ancora la ristretta cerchia di persone che ha visto e ricorda Mi chiamo Sam di Jessie Nelson) conoscono e hanno guardato Kramer contro Kramer di Robert Benton; tutti invece, anche i sassi, conoscono Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, un titolo che è impossibile non incontrare almeno 10 volte nel corso di una vita umana. Nel 1980 però si preferì premiare il “normale” film di Benton rispetto all’imponente opera del regista de ll Padrino, ma anche a All That Jazz, spettacolare musical di Bob Fosse. Le ragioni? Forse demeriti dei concorrenti, con i continui rinvii di Apocalypse che devono aver snervato parecchio gli appassionati del tempo (magari delusi dal risultato finale, sarebbe follia); molto probabilmente è il tema trattato da Kramer contro Kramer, la fine di una storia d’amore e l’inizio del divorzio, più leggero e meno provocatorio rispetto alla critica aperta contro il Vietnam, ad aver convinto i membri dell’Academy. Tratto da un romanzo, Kramer vs Kramer, di Avery Corman, racconta la rottura tra Ted Kramer (Dustin Hoffman), agente pubblicitario, e sua moglie Joanna (Meryl Streep) che decide improvvisamente di lasciarlo abbandonando lui e il figlio (per non far la figura del maschilista aggiungo che lui non era mai presente in casa perché ossessionato dalla carriera). Dovendosi prender cura del bambino rinuncia a tante cose, tra cui il lavoro, ma il processo per la custodia rischia di portargli via anche lui. Non ricordo film migliori che trattino questo tema: il pregio maggiore è l’evitare digressioni e concentrarsi solamente sul divorzio e sulle fatiche e le rinunce di un genitore per l’amore del figlio. Gli attori (premiati) traghettano in maniera convincente il film e anche la sceneggiatura (da Oscar) scritta dal regista non cade nella noia. La morale è: in un divorzio soffrono i terzi, in questo caso il figlio. Ma il film racconta soprattutto la parabola apparentemente discendente di un uomo che sa che una relazione finita non si può ricongiungere e cerca di salvare quello che rimane. Bello, non eccelso. 5 Oscar (anche regia) e un finale che lascia l’amaro in bocca.

Matteo Chessa