DJANGO UNCHAINED – TRATTO DALLA SCENEGGIATURA DA OSCAR DI QUENTIN TARANTINO

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Sono tanti i fumetti, o meglio le Graphic Novel, che nascono dopo l’uscita di un film per cavalcarne l’onda. Spesso sono prodotti scadenti che si soffermano solo sulla trama, tralasciando elementi fondamentali come personaggi o scaricando il succo della storia come bagaglio non indispensabile per il lettore, tanto c’è il film. Il prodotto di cui vi parlo oggi appartiene alla stessa famiglia ma,vuoi per i nomi interessati o per i contenuti, il risultato è l’opposto di quanto raccontato poc’anzi. Il fumetto su Django esce in concomitanza col film, complice l’amore di Tarantino per i comic book, e arricchisce la storia di Freeman con nuovi particolari che non sono stati inseriti nel film per motivi di durata! Lo stesso regista lo racconta nella prefazione del primo numero, dove scopriamo che sia Django Unchained che il precedente Kill Bill sarebbero dovuti durare più di quattro ore se Tarantino avesse inserito tutte le sue idee nella pellicola finita. Peccato che i girati “nascosti” di Kill Bill siano tuttora inediti, ma per Django ringraziamo questa iniziativa. Così leggiamo e scopriamo dell’avventura parallela di Brunhilde, sono trasformate in immagini sulla roccia le fatiche di Sigfrido raccontate da Schultz e si perfeziona di nuovi dettagli la vendetta di Django su Candyland. Dal 2012 sono usciti in maniera un po’ aperiodica (per sfortuna dei fans invece puntuali) otto albi, ognuno dei quali disegnato da un artista diverso, ma tutti con la linea guida degli scritti di Tarantino. Una lettura consigliatissima per gli amanti del regista ma anche per tutti qui fumettari come me sempre alla ricerca di prodotti strani e introvabili (uscito anche in italia, il volume è stato pubblicizzato pochissimo). Chiudo segnalando che il buon Django tornerà nel mondo dei fumetti sempre grazie a Tarantino, per un improbabile crossover con Zorro… prometto ai lettori del blog che appena lo troverò ne parlerò subito!

Pietro Micheli

SNOWPIERCER: L’EUROPA SCOPRE IL FOLLE TALENTO DI BONG JOON-HO

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Snowpiercer è il primo film di Bong Joon-ho in lingua inglese e la produzione coreana più costosa di sempre (quasi 40 milioni di dollari!). Nonostante il ricorso a un cast di grandi attori hollywoodiani (Tilda Swinton e John Hurt per fare due nomi) , il regista coreano non rinuncia però al suo stile visivo e narrativo già espresso in The Host (di cui Niccol ha recentemente girato il remake) che è più o meno localizzabile a metà strada tra film d’autore e blockbuster. Ispirato alla serie a fumetti fantascientifica francese Snowpiercer – Le Transperceneige (ora uscita anche in Italia), scritta da Benjamin Legrand e Jacques Lob e disegnata da Jean-Marc Rochette, il film di Bong Joon-ho è un’opera fantascientifica di stampo ecologista: in un mondo decimato da una nuova era glaciale causata dal riscaldamento globale, gli unici sopravvissuti, suddivisi in classi sociali, vivono all’interno di un treno in perpetuo movimento. I poveri, dopo anni di sofferenze, vogliono prendere il controllo della locomotiva. Prodotto da Park Chan-wook che si porta dietro il grande Song Kang-ho (protagonista di Oldboy), Snowpiercer è un film che molto probabilmente o si ama o si odia

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Se l’idea di fondo è piuttosto originale, la tematica del dualismo ricchi-poveri è invece più usurata specialmente per i prodotti di questo genere (tra gli ultimi ad esempio Elysium). Ciò che invece è assolutamente innovativo, almeno agli occhi di noi spettatori europei, è l’eccentrico stile di Bong Joon-ho che, grazie alla sua visionarietà artistica e soprattutto a un’eccessiva dose di tono grottesco (che alcuni potrebbero recepire come vero e proprio trash), rende le spettacolari sequenze tra una carrozza e l’altra piuttosto imprevedibili. Il debito verso il mondo videoludico degli fps è piuttosto evidente: come dimenticare la geniale sequenza della soggettiva a infrarossi che viene rimproverata di non seguire l’azione o la buffa scivolata del protagonista sul pesce nel momento topico della lotta.  Menzione particolare all’interpretazione della sempre convincente Tilda Swinton nel ruolo del viscido Ministro Mason. Purtroppo il finale e soprattutto alcuni buchi nella sceneggiatura condannano il film, che sarebbe potuto essere un capolavoro del genere, alla mera funzione di spettacolo d’intrattenimento. Peccato. La graphic novel, a mio avviso, va recuperata.

Francesco Pierucci