RISCOPRIAMOLI CON ZULU: THE MESSENGER

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Con una sceneggiatura premiata al Festival di Berlino e nominata agli Oscar un po’ stupisce che siano un italiano (Alessandro Camon) ed un israeliano (il regista Oren Moverman) ad aver scritto in maniera così realistica una storia pregna di valori a stelle e strisce.

Il sergente William Montgomery torna dal fronte iracheno da eroe e con un malore all’occhio; gli viene concesso un ruolo di “rappresentanza” a cui l’esercito degli Stati Uniti sostiene di tenere molto e che permetterà al sergente di non rischiare più la vita in prima linea: notificare le vittime di guerra alle loro famiglie, prima che queste vengano a sapere della tragedia dai media.

Qui entra in gioco l’uomo in più della storia, un Woody Harrelson in forma strepitosa nel ruolo del Capitano Tony Stone, superiore cinico e disilluso che per tutto il film farà da contrasto al più sensibile e giovane protagonista.

L’intelligenza degli scrittori è stata quella di risparmiarci (che dio ci scampi!) tutti gli stereotipi delle coppie in divisa che il cinema mainstream americano ci ha mostrato per decenni in film d’azione inutili e petulanti. Quello che vediamo è invece un rapporto autentico che attraversa tutte le fasi della conoscenza personale: la formalità e la rigidità iniziale fra superiore e sottoposto, i primi confronti accesi ma anche i primi punti di contatto, la completa ed autentica complicità ed empatia.

Quest’amicizia, storia nella storia, riesce a dare intensità e ritmo ad un banale susseguirsi di reazioni scomposte alla notizia della morte di un diretto parente. Gli altri rapporti affettivi che intravediamo – l’ex ragazza e amante del protagonista, la studentessa/scappatella del Capitano Stone, la composta resistenza alla tentazione rappresentata dalla neo-vedova Samantha Morton – vanno solo ad arricchire i tempi morti del film e lo rendono ancor più scorrevole.

La scena che forse più di ogni altra rappresenta lo spirito del film stesso è quella del matrimonio dell’ex ragazza del protagonista, in cui, arrivando alla fine di un lungo week-end di alcool, sesso e risse, si presentano i due militari come a consegnare il solito messaggio di morte (e sconfitta), questa volta superata dalla loro enorme complicità.

Quello spirito incarnato da un protagonista ormai anestetizzato dal dolore della guerra, dolore che non è rimasto al fronte ma che continua a restarti dentro come un fardello e che rimbalza di famiglia in famiglia e di casa in casa tornando sempre indietro come un boomerang.

Un film da vedere non solo per la linearità strutturale con cui è girato, non solo per la bravura degli attori, ma anche (e soprattutto) perché presenta allo spettatore un messaggio ben più ampio di quello che è nelle parole dei protagonisti annunciatori di morte. Un messaggio che ci fa interrogare sulla necessità di rispettare o meno le regole, di porci di fronte ad interrogativi nuovi e che, in fondo, dà ragione ad Erich Fromm nel dirci che l’uomo (in questo caso il protagonista) cresce attraverso atti di disobbedienza.

Zulu for President

NAUSICAA DELLA VALLE DEL VENTO: IL MANGA DEL PRIMISSIMO MIYAZAKI

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Torniamo per la sezione “Manga che ti passa” con una vera opera d’arte, cari lettori.

A quasi due anni dall’annuncio che Hayao Miyazaki avrebbe smesso di fare film, Il Disoccupato è andato a scavare tra le opere del “Maestro” e tra i tanti film (di cui vi parleremo prima o poi) abbiamo scoperto che prima di dilettarsi con l’animazione per tv e cinema, Hayao ha esordito con i Manga.

Sono poche le opere cartacee di Miyazaki e una è davvero superlativa: Nausicca della Valle del Vento (1981-1984), personaggio che magari il grande pubblico ha conosciuto grazie al omonimo film.

La storia è ambientata in un futuro post apocalittico: l’uomo ha distrutto l’ecosistema del mondo e, dove non si trova il deserto, un nuovo ecosistema che esala gas nocivo si fa largo e gli strani animali che abitano quelle foreste minacciano chiunque si avvicini. La protagonista è appunto Nausicaa che vive in una delle poche oasi ancora fertili ma che vuole comprendere le giunge velenose e il motivo della loro tossicità.

Il disegno, in particolare i volti, inizia già a essere quello che caratterizzerà tutto il mondo animato Miyazaki &Co. e anche le tematiche della natura, della famiglia e del sogno iniziano in quest’opera a concretizzarsi bene.

Il tema della guerra, caro al regista, viene portato nella storia dalla scoperta di un Soldato Titano, arma di distruzione e retaggio della precedente civiltà conteso ora tra due potenti Città che si dividono il pianeta, Dorok e Tolmekia.

In questa bambina che combatte tante avversità si scorge l’infanzia sofferta dell’autore a causa della guerra, ora lontana nel tempo ma che non deve essere dimenticata (questo è anche il leitmotiv di tutto l’immaginario nipponico, da Godzilla a Saint Seiya e oltre).

Molto caratteristica è anche la rivalità strana che Kushana (regina del esercito Tolmekia) ha nei confronti della protagonista Nausicca. Quasi come fossero sorelle Kushana ammira e al tempo stesso odia Nausicaa, ed è il classico personaggio che inizialmente si individua come “cattivo” ma che poi di malvagio non ha nulla… è solo spaventata come altri personaggi, vedi Eboshi da “Principessa Mononoke”.

La chiave per la salvezza personale e del mondo, in tutte le storie del Maestro, è la comprensione, l’immedesimazione nell’antagonista, che siano insetti giganti, o generali guerrafondai, fino a donne dal cuore puro (Nausicaa e Kushana appunto). Come sempre ci sono discrepanze tra il film e il manga che lo ha ispirato: il Titano appare pochissimo nel film, e anche Dorok manca di una parte considerevole. Nausicaa è stato ristampato di recente, quindi consiglio a tutti di farsi una cultura e ricordatevi che i manga si leggono al contrario.

Pietro Micheli

AMERICAN SNIPER- L’AZZARDO RIUSCITO DI CLINT EASTWOOD

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Raccontare una storia vera è sempre un azzardo. Raccontare una storia vera che in pochi conoscono…anche. Se qualcuno volesse imparare a farlo, è invitato a guardare American Sniper, lungometraggio del Maestro Clint sulla storia vera di Chris Kyle, che tutti conoscono grazie a wikipedia una volta visto il film. Scherzi a parte. Personalmente la sua storia non la conoscevo per niente e di questo me ne dispiaccio. Ma ho voluto sapere di più prima di andare a vedere il film. Errore imperdonabile, ho pensato una volta sedutomi sulla poltrona del cinema vicino casa. A fine film, non ci ho neanche fatto caso. Clint Eastwood mette in campo la sua immensa maestria da regista, la sua conoscenza degli eventi bellici americani e la capacità di raccontarli come nessun altro. Flags of Our Fathers ne è una prova (senza contare Lettere da Iwo Jima).

Bradley Cooper è azzeccatissimo al ruolo, interpreta il personaggio nella sua mentalità e fragilità. Perché Kyle è uno di quelli che viene alimentato dalla paura  e dalla tensione. Riesce a sorprendere il suo linguaggio non verbale, la sua stazza fisica dà idea del personaggio. L’essere cecchino è un dono, ma anche una dannazione. La sua vita privata si intreccia inesorabilmente con quella professionale. Il suo senso patriottico è tensione più per chi ha paura di non vederlo rientrare a casa che per lo Stato. Sienna Miller, sua moglie Taya, è altrettanto brava. Ma Cooper fisicamente e professionalmente la sovrasta.

Interessante come, in questo caso, la denuncia alla guerra sia sottilissima e quasi inavvertibile. Viene resa nota solo quando Cooper dovrà fare i conti con la sua fragilità e con il tatuaggio della guerra che in cuore batte. Lo Stato non viene mai nominato. Nessuna carica politica ha a che fare con i combattenti in Iraq, nessun ordine risulta assurdo o controproducente. Forse perché è il principio in sé ad essere assurdo. Clint rischia anche su questo e da buon calcolatore sa che non fallirà nel suo intento. Kyle-Cooper è ipnotizzante, le persone che gli stanno attorno sembrano non esistere. Ha una moglie, due figli e tante persone che gli sono riconoscenti. Ma l’ex cowboy prende tutta la scena. D’altronde, un cecchino è tale solo se prende tutto il merito per sé.

Potrei dare una lista di 3-5 o 10 motivi per andare a vedere il film. Ma non sono un illustre come lo sono gli amici che qui vi scrivono più spesso di me. Uno perché non sono illustre, due perché non ne so di cinema quanto loro. Ma potrei dare un motivo valido per spingervi a pagare il biglietto. Anzi, due.

Uno. Il film è di Clint Eastwood.

Due. Anche se siete a conoscenza della storia e quindi della sua fine, vi sembrerà di vedere una trama sconosciuta, ma che non è minimamente diversa dall’originale.

Il vostro Billy

. Ps: il parlare in prima persona è amichevole e mai presuntuoso. Anche perché non posso competere, come detto…

Adios.

UN REGISTA TRE FILM: BRIAN DE PALMA

La fama che circonda alcune opere di Brian De Palma, regista americano in attività dagli anni 60, potrebbe rendere quasi banale la stesura di una classifica che annoveri i tre film migliori. Quasi tutti i più famosi appartengono al genere gangsterisco, da Scarface a Carlito’s way passando attraverso Gli Intoccabili, ma sarebbe ingiusto non riconoscere l’ottima capacità di De Palma di passare tra vari generi e controllarli tutti con maestria e sicurezza, mantenendo tra l’altro invariati i capisaldi della sua cinematografia: il tema del doppio, la scopofilia, la perdita di identità, l’insicurezza, l’omertà. Con i primi lavori comici, Greetings e Hi Mom! col giovane De Niro, e le pellicole hitchcockiane, quelle di (contro la) guerra, fino ai noir e i film in costume o addirittura la fantascienza,  De Palma può essere sicuramente annoverato tra i registi più prolifici della New Hollywood. Ecco tre pellicole scelte dal D.I, cercando di non essere banali.

LE DUE SORELLE

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Danielle Bréton, modella americana, passa la notte con un uomo che la mattina seguente viene massacrato a coltellate dalla sorella gemella. Aiutata dall’ex marito fa sparire il corpo, ma la giornalista Grace Collier vede tutto dalla finestra e cerca di dimostrare il tutto alla polizia. Thriller psicologico sulle orme di Hitchcock (La finestra sul cortile, Marnie, Psyco e Io ti salverò), presenta tutti i temi che seguiteranno nella sua carriera: il doppio, la visione voyeuristica, l’intro finta che esula dal genere trattato (qui un programma tv). Ottima prova attoriale della protagonista Margot Kidder nella parte delle due sorelle. Nonostante sia agli inizi della carriera De Palma regala qui la sua prima perla, una sequenza onirica terrificante, in b/n, in cui scopriamo la verità sulle due gemelle.

CARLITO’S WAY

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Il capolavoro di De Palma, punto più alto di una carriera con molti picchi (Scarface, Mission Impossible); tutto è però inferiore a Carlito’s Way, bellissimo gangster movie che narra le vicende di Carlito Brigante (un Al Pacino in grande spolvero), ex spacciatore portoricano uscito dal carcere dopo 5 anni con la voglia di restare pulito. Sfortuna vuole che il suo avvocato David Kleinfeld (Sean Penn) sia in debito con la mafia. Per un atto di riconoscenza lo aiuta, ma le cose prendono una brutta piega… Bellissima trama, bellissime recitazioni, una regia che non perde mai il controllo della situazione e un inseguimento finale in stazione da capogiro. Cosa volete di più?

REDACTED

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La trama è simile a quella di Vittime di guerra (alcuni uomini dell’esercito americano stuprano e uccidono una indigena); è diversa la guerra, lì Vietnam qui Iraq, e il modo di raccontare dato che in Redacted si utilizza il piglio documentaristico (nonostante tutto sia finzione). Il risultato è un atroce affresco della malvagità umana nascosta sotto abiti protettivi, una critica feroce all’operato statunitense sul fronte, dove più che protettori i soldati vestono i panni dei carnefici. Connotato da una forte intermedilità (riprese video amatoriali, estratti da YouTube e camere nascoste) che cerca di nascondere la mano del regista. Appartiene alla ristretta cerchia di film sulla guerra in Iraq, ed è sicuramente il più feroce nella sua critica (assieme a SOP di Errol Morris).

Matteo Chessa

IL FUOCO DELLA VENDETTA: TROPPA CARNE E IL FUOCO SI SPEGNE PRESTO  

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In un drive in di montagna, durante la proiezione di Prossima fermata: l’inferno, Curtis DeGroat (Woody Harrelson) molesta una ragazza e percuote un uomo intervenuto per  aiutare. Intanto in una cittadina vicina Russell Blaze (Christian Bale) lavora alacremente in fabbrica e guadagna il denaro che serve per sposare (“far metter su ciccia” dice lui) la ragazza Lena (Zoe Saldana) e aiutare il fratello Rodney (Casey Affleck) reduce dall’Iraq e il padre malato terminale. Come nei più banali film sulla vendetta i limiti vengono immediatamente stabiliti: male e bene, cattiveria e magnanimità, amoralità e integrità; e come nei peggiori film sull’argomento si cerca di analizzare questa difficoltosa reazione umana miscelando temi differenti e distanti in modo grossolano e distratto: l’amore mancato, il senso di colpa, l’afasia, il senso di smarrimento dei reduci, l’abbandono, la solitudine. La trama è di quelle già viste: arrestato dopo un incidente stradale in cui hanno perso la vita due persone, Russell cerca di rimettersi in gioco dopo aver perso il padre e la ragazza. Suo fratello Rodney, reduce dall’Iraq e arrabbiato per il ben servito datogli da un paese per cui ha lottato e che l’ha abbandonato, si ritrova a combattere clandestinamente per tirare su soldi. Quando, per un debito non pagato, Rodney viene ucciso, Russell cerca vendetta, scavalcando le autorità. I capisaldi del revenge movie ci sono tutti: la perdita di una persona amata, la diatriba giustizia ordinaria/ giustizia privata, i sensi di colpa per un errore passato da cancellare con un gesto eroico. Il tutto è però mal trattato, appena accennato e poi abbandonato.  Un film piatto, scontato, che traccia una linea dalla prima inquadratura e la segue senza sbalzi e colpi di scena, con un regista, Scott Cooper di Crazy Heart, che non tiene mai le redini di un film volutamente complicato, inesorabilmente pasticcione. Ciò si ripercuote sulla prova del cast stellare della pellicola, che annovera i premi Oscar Christian Bale e Forest Whitaker oltre i vari Casey Affleck, Willem Dafoe, Zoe Saldana e Woody Harrelson. Un film come molti altri sull’argomento, dimenticabile parentesi della carriera di un regista che ha molto da dare al cinema.

 

Matteo Chessa