TOP 5: I TITOLI DI TESTA NEL CINEMA

Ho a lungo pensato di iniziare banalmente questo articolo con la frase, usurata perché abusata, “chi bene inizia è a metà dell’opera”, ma ho cambiato idea nonostante nulla esemplifichi meglio l’importanza dei titoli di testa per un film. Il primo approccio con un mondo nuovo in cui lo spettatore deve vivere per un’ora e mezza (di media); certe volte questi sono talmente spettacolari da meritare l’appellativo di opera d’arte anche se presi singolarmente rispetto alla pellicola. Molti registi curano molto i titoli di testa, con cui cercano di suggerire una chiave di lettura di quello che si andrà a vedere; esempio è David Fincher e i titoli di Seven, Zodiac, Millennium: Uomini che odiano le donne, ma anche Hitchcock e l’intro spettacolare di La donna che visse due volte, in cui fu precursore della computer grafica creando vortici dagli occhi di James Stewart per dare l’idea delle vertigini di cui soffre il personaggio da lui interpretato. Di seguito i cinque titoli di coda preferiti dal Disoccupato Illustre.

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PROVA A PRENDERMI

Una sorta di film nel film, che anticipa la caccia che vedremo nella pellicola. Avvincente, simpatico, creativo. Ottimi titoli per uno dei migliori film di Spielberg.

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BRIAN DI NAZARETH

Disegni che ricalcano lo stile romano antico e alcuni elementi grotteschi della modernità, anticipando il tipo di comicità presente nel film. Realizzati da Terry Gilliam.

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GOLDFINGER

I titoli di testa della saga 007 sono famosi e molti meritano di essere annoverati in questa classifica (ad esempio Skyfall); ho deciso di prendere come sineddoche quelli di Goldfinger, famosissimi e celeberrimi anche grazie all’omonima canzone che accompagna le sagome dorate durante i canonici cinque minuti pre-film.

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Disprezzo

IL DISPREZZO

La genialità di Godard, far narrare i titoli di testa mentre la telecamera indugia su un set cinematografico mentre si realizza il film di Fritz Lang. Nessuna scritta se non Le Mempris, titolo originale dell’opera; ogni persona è citata, ogni titolo è presentato con la parola.

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UCCELLACCI E UCCELLINI

Titoli di testa musicati da Ennio Morricone e cantati da Domenico Modugno. Estasi. Un testo tra l’altro orecchiabilissimo. Nel cuore di ogni cinefilo.

Matteo Chessa

RITRATTI DI SIGNORA NEL CINEMA: I DOPPELGANGER

Storie di doppelganger, di fantasmi che tornano, di reincarnazioni che restano, di persone che spariscono; molto spesso il cinema, soprattutto nel periodo classico, si è cimentato con questi argomenti, regalando capolavori indiscussi come il più volte acclamato dal blog Shining o l’ultima fatica di Park Chan-wook Stoker, ma anche Videodrome e Inseparabili di Cronenberg, Strade Perdute di Lynch, La doppia vita di Veronica di Kieslowski. Alcune pellicole appartenenti a questo filone sfruttano l’arte della pittura per trattare il tema, e nello specifico quadri raffiguranti belle donne, volti angelici che ricordano un amore perduto o da tempo agognato. Ecco i cinque film proposti dal Disoccupato Illustre.

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LA MIGLIORE OFFERTA

Tornatore, 2013. Virgil è un vecchio banditore d’asta che colleziona quadri di volti di donna che sostituiscano l’amore mai trovato nella sua vita sacrificata agli affari. Conosce e si innamora della agorafoba Claire. Ottimo film del regista premio Oscar (con Nuovo Cinema Paradiso), con un Geoffrey Rush in gran forma. Colpo di scena finale.

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LA DONNA DEL RITRATTO

Un Fritz Lang americano dirige questo piacevolissimo noir onirico in cui la visione del ritratto di una donna dà il via a una trama di omicidi, femme fatale e suspense. Edward G Robinson agitato e imbarazzato per tutta la pellicola, conquista lo spettatore più della poco carismatica Joan Bennett (si, quella di Suspiria), che visse poi realmente una situazione simile al film.

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REBECCA, LA PRIMA MOGLIE

Primo Hitch americano, primo Oscar per un film del grande regista inglese; a Montecarlo il miliardario Massimo de Winter conosce e si innamora di una dama di compagnia, che sposa e porta a vivere con sé. Qui dovrà affrontare il vuoto lasciato dalla sua ex moglie, Rebecca, morta in mare e amatissima da tutti, soprattutto dalla governante, la signora Danvers. Bellissimo, magnetico, mai pesante, ha il suo apice nella scena della festa in maschera, in cui la nuova moglie si veste come Rebecca.

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VERTIGINE

Otto Preminger dirige uno dei più bei noir realizzati durante il periodo classico. Il poliziotto Mark McPherson deve investigare sull’omicidio di Laura, trovata morta in casa con la faccia irriconoscibile. Durante le indagini si innamora del suo fantasma, grazie alla visione del quadro che troneggia nella sala. Colpo di scena e finale inaspettato. Ha una delle battute più fulminanti del cinema classico. Guardetelo e capirete.

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LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE

Da molti considerato il film più bello di sempre, è sicuramente uno delle massime espressioni della settima arte, con una trama troppo famosa e citata per esser raccontata nuovamente. Resta un mistero come facesse Hitchcock a tenere alto il livello di suspense anche quando mancavano 4 secondi alla fine del film. Un maestro.

Matteo Chessa

FILM E REMAKE DI UNO STESSO REGISTA

Tutti conoscono il caso di Funny Games di  Michael Haneke, prima austriaco poi americano; famoso è anche L’uomo che sapeva troppo di Hitchcock, girato prima (1934) in Inghilterra poi 22 anni dopo riproposto in versione americana con James Stewart e Doris Day. Ma non sono gli unici casi, nella storia del cinema, di remake girati dallo stesso regista. I motivi possono essere molteplici: Hitch ad esempio era molto deluso dalla versione inglese e sapeva che con forze economiche più ingenti e star al suo fianco avrebbe sfruttato al meglio la storia del suo film (che tra l’altro è uno dei migliori). Fattori economici, creativi, di cast, di possibilità tecnologiche differenti che spingono i registi a ricimentarsi con un’opera, a volte migliorandola, altre volte fotocopiandola, altre ancora facendogli perdere l’alone di magia suscitato nel primo tentativo. Gli esempi di auto- remake sono più di quel che si può pensare; il D.I ve ne propone cinque. Gli altri proponeteli voi .

I DIECI COMANDAMENTI

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La prima versione, del 1923, è muta, dura 146’ e ha una seconda parte di stampo contemporaneo che annacqua la sorprendente prima parte storica. Cecil B. DeMille imparò dai suoi errori e rifece il film a colori, con l’audio e un’ora e venti in più, eliminando completamente l’ambientazione ai giorni d’oggi. Ben presto il remake divenne più famoso dell’originale che, anzi, è sconosciuto ai più.

MATRIMONIO A QUATTRO – UN’ORA D’AMORE

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Lubitsch girò questa allegra commediola sul tradimento nel 1924 salvo poi ridirigerla, aiutato dal giovane George Cukor, come musical con un irresistibile Maurice Chevalier. La leggenda narra che Cukor abbia fatto tutto il lavoro e il buon Lubitsch abbia solo messo la firma, e che il primo non fece causa alla Paramount per farsi liberare dal contratto gratuitamente. Un’ora d’amore si trova in DVD nella preziosa collezione curata da Vieri Razzini.

STORIA DI ERBE FLUTTUANTI – ERBE FLUTTUANTI

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Curiosa la storia di questo remake del grande regista nipponico Ozu. Girò Storia di erbe fluttuanti nel 1934, convincendo critica e pubblico. Nel 1959 doveva invece dirigere un film intitolato Un povero attore, sul teatro kabuki. A causa delle condizioni atmosferiche della regione di Niigata, dove il film doveva esser ambientato, Ozu decise di riscrivere la sceneggiatura per adattarla al tempo, clonando di fatto  Storia di erbe fluttuanti  e decidendo, quindi, di farne un remake a colori.

 UNA PALLOTTOLA PER ROY- GLI AMANTI DELLA CITTA’ SEPOLTA

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Stessa storia, stessa trama, diversa ambientazione per questi due capolavori di Raoul Walsh. Il primo è a sfondo gangsteristico, il secondo è sito nel vecchio e lontano West. Entrambi i prodotti sono riuscitissimi e trattano finemente il tema del tradimento. Se proprio ci si chiede un paragone è più godibile il primo.

FRANKENWEENIE

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Remake in lungometraggio animato in Puppet Animation dell’originale cortometraggio girato in live action, entrambe le versioni sono in bianco e nero. Il film è stato rifatto dallo stesso regista seguendo le sue idee originali ed ha aspettato di avere maggiore budget per rifarlo come lo aveva pensato.

Matteo Chessa

UN REGISTA TRE FILM: BRIAN DE PALMA

La fama che circonda alcune opere di Brian De Palma, regista americano in attività dagli anni 60, potrebbe rendere quasi banale la stesura di una classifica che annoveri i tre film migliori. Quasi tutti i più famosi appartengono al genere gangsterisco, da Scarface a Carlito’s way passando attraverso Gli Intoccabili, ma sarebbe ingiusto non riconoscere l’ottima capacità di De Palma di passare tra vari generi e controllarli tutti con maestria e sicurezza, mantenendo tra l’altro invariati i capisaldi della sua cinematografia: il tema del doppio, la scopofilia, la perdita di identità, l’insicurezza, l’omertà. Con i primi lavori comici, Greetings e Hi Mom! col giovane De Niro, e le pellicole hitchcockiane, quelle di (contro la) guerra, fino ai noir e i film in costume o addirittura la fantascienza,  De Palma può essere sicuramente annoverato tra i registi più prolifici della New Hollywood. Ecco tre pellicole scelte dal D.I, cercando di non essere banali.

LE DUE SORELLE

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Danielle Bréton, modella americana, passa la notte con un uomo che la mattina seguente viene massacrato a coltellate dalla sorella gemella. Aiutata dall’ex marito fa sparire il corpo, ma la giornalista Grace Collier vede tutto dalla finestra e cerca di dimostrare il tutto alla polizia. Thriller psicologico sulle orme di Hitchcock (La finestra sul cortile, Marnie, Psyco e Io ti salverò), presenta tutti i temi che seguiteranno nella sua carriera: il doppio, la visione voyeuristica, l’intro finta che esula dal genere trattato (qui un programma tv). Ottima prova attoriale della protagonista Margot Kidder nella parte delle due sorelle. Nonostante sia agli inizi della carriera De Palma regala qui la sua prima perla, una sequenza onirica terrificante, in b/n, in cui scopriamo la verità sulle due gemelle.

CARLITO’S WAY

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Il capolavoro di De Palma, punto più alto di una carriera con molti picchi (Scarface, Mission Impossible); tutto è però inferiore a Carlito’s Way, bellissimo gangster movie che narra le vicende di Carlito Brigante (un Al Pacino in grande spolvero), ex spacciatore portoricano uscito dal carcere dopo 5 anni con la voglia di restare pulito. Sfortuna vuole che il suo avvocato David Kleinfeld (Sean Penn) sia in debito con la mafia. Per un atto di riconoscenza lo aiuta, ma le cose prendono una brutta piega… Bellissima trama, bellissime recitazioni, una regia che non perde mai il controllo della situazione e un inseguimento finale in stazione da capogiro. Cosa volete di più?

REDACTED

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La trama è simile a quella di Vittime di guerra (alcuni uomini dell’esercito americano stuprano e uccidono una indigena); è diversa la guerra, lì Vietnam qui Iraq, e il modo di raccontare dato che in Redacted si utilizza il piglio documentaristico (nonostante tutto sia finzione). Il risultato è un atroce affresco della malvagità umana nascosta sotto abiti protettivi, una critica feroce all’operato statunitense sul fronte, dove più che protettori i soldati vestono i panni dei carnefici. Connotato da una forte intermedilità (riprese video amatoriali, estratti da YouTube e camere nascoste) che cerca di nascondere la mano del regista. Appartiene alla ristretta cerchia di film sulla guerra in Iraq, ed è sicuramente il più feroce nella sua critica (assieme a SOP di Errol Morris).

Matteo Chessa

1941. REBECCA LA PRIMA MOGLIE, L’UNICO RICONOSCIMENTO AL MAESTRO DEL BRIVIDO

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Scelto come film d’apertura al primo Festival del Cinema di Berlino, Rebecca, la prima moglie fu incredibilmente il solo capolavoro di Hitchcock a ricevere l’ambita statuetta (il regista inglese ottenne diverse altre nomination ma nessuna vittoria fino all’Oscar alla Memoria nel 1968). Tratto dal’omonimo romanzo di Daphne du Maurier, questo thriller psicologico è costruito principalmente sull’ingombrante presenza/assenza spettrale della prima coniuge dell’aristocratico De Winter (un enigmatico Laurence Olivier), che fotogramma dopo fotogramma finisce col fondersi sempre di più con il volto e le fattezze della splendida Joan Fontaine (il cui personaggio è sapientemente privo di nome, proprio per sottolineare l’annullamento identitario della protagonista) e che andrà ad edificare quel particolare topos del maestro del brivido che analizza l’incombente e minaccioso passato che ritorna come accadrà successivamente ne La Donna che visse due volte e ne Il peccato di Lady Constantine.

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Cucù!

Nel condurre lo spettatore alla ricerca della verità riguardo l’assassinio di Rebecca (che non si vede mai in volto!), Hitchcock elabora un intricato labirinto di sospetti e bugie, di soggettività estreme e di illusioni oniriche, volte ad aumentare la suspense e la confusione spettatoriale a dismisura anche grazie al ruolo della Signora Danvers, uno dei personaggi più inquietanti di sempre. Scena finale da antologia del cinema.

CURIOSITA’: Come da tradizione, Hitchcock appare per un istante in un cameo. Lo si può individuare dietro la cabina telefonica dove c’è Jack Favell.

 

Francesco Pierucci