UN REGISTA TRE FILM: BRIAN DE PALMA

La fama che circonda alcune opere di Brian De Palma, regista americano in attività dagli anni 60, potrebbe rendere quasi banale la stesura di una classifica che annoveri i tre film migliori. Quasi tutti i più famosi appartengono al genere gangsterisco, da Scarface a Carlito’s way passando attraverso Gli Intoccabili, ma sarebbe ingiusto non riconoscere l’ottima capacità di De Palma di passare tra vari generi e controllarli tutti con maestria e sicurezza, mantenendo tra l’altro invariati i capisaldi della sua cinematografia: il tema del doppio, la scopofilia, la perdita di identità, l’insicurezza, l’omertà. Con i primi lavori comici, Greetings e Hi Mom! col giovane De Niro, e le pellicole hitchcockiane, quelle di (contro la) guerra, fino ai noir e i film in costume o addirittura la fantascienza,  De Palma può essere sicuramente annoverato tra i registi più prolifici della New Hollywood. Ecco tre pellicole scelte dal D.I, cercando di non essere banali.

LE DUE SORELLE

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Danielle Bréton, modella americana, passa la notte con un uomo che la mattina seguente viene massacrato a coltellate dalla sorella gemella. Aiutata dall’ex marito fa sparire il corpo, ma la giornalista Grace Collier vede tutto dalla finestra e cerca di dimostrare il tutto alla polizia. Thriller psicologico sulle orme di Hitchcock (La finestra sul cortile, Marnie, Psyco e Io ti salverò), presenta tutti i temi che seguiteranno nella sua carriera: il doppio, la visione voyeuristica, l’intro finta che esula dal genere trattato (qui un programma tv). Ottima prova attoriale della protagonista Margot Kidder nella parte delle due sorelle. Nonostante sia agli inizi della carriera De Palma regala qui la sua prima perla, una sequenza onirica terrificante, in b/n, in cui scopriamo la verità sulle due gemelle.

CARLITO’S WAY

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Il capolavoro di De Palma, punto più alto di una carriera con molti picchi (Scarface, Mission Impossible); tutto è però inferiore a Carlito’s Way, bellissimo gangster movie che narra le vicende di Carlito Brigante (un Al Pacino in grande spolvero), ex spacciatore portoricano uscito dal carcere dopo 5 anni con la voglia di restare pulito. Sfortuna vuole che il suo avvocato David Kleinfeld (Sean Penn) sia in debito con la mafia. Per un atto di riconoscenza lo aiuta, ma le cose prendono una brutta piega… Bellissima trama, bellissime recitazioni, una regia che non perde mai il controllo della situazione e un inseguimento finale in stazione da capogiro. Cosa volete di più?

REDACTED

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La trama è simile a quella di Vittime di guerra (alcuni uomini dell’esercito americano stuprano e uccidono una indigena); è diversa la guerra, lì Vietnam qui Iraq, e il modo di raccontare dato che in Redacted si utilizza il piglio documentaristico (nonostante tutto sia finzione). Il risultato è un atroce affresco della malvagità umana nascosta sotto abiti protettivi, una critica feroce all’operato statunitense sul fronte, dove più che protettori i soldati vestono i panni dei carnefici. Connotato da una forte intermedilità (riprese video amatoriali, estratti da YouTube e camere nascoste) che cerca di nascondere la mano del regista. Appartiene alla ristretta cerchia di film sulla guerra in Iraq, ed è sicuramente il più feroce nella sua critica (assieme a SOP di Errol Morris).

Matteo Chessa

IL FUOCO DELLA VENDETTA: TROPPA CARNE E IL FUOCO SI SPEGNE PRESTO  

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In un drive in di montagna, durante la proiezione di Prossima fermata: l’inferno, Curtis DeGroat (Woody Harrelson) molesta una ragazza e percuote un uomo intervenuto per  aiutare. Intanto in una cittadina vicina Russell Blaze (Christian Bale) lavora alacremente in fabbrica e guadagna il denaro che serve per sposare (“far metter su ciccia” dice lui) la ragazza Lena (Zoe Saldana) e aiutare il fratello Rodney (Casey Affleck) reduce dall’Iraq e il padre malato terminale. Come nei più banali film sulla vendetta i limiti vengono immediatamente stabiliti: male e bene, cattiveria e magnanimità, amoralità e integrità; e come nei peggiori film sull’argomento si cerca di analizzare questa difficoltosa reazione umana miscelando temi differenti e distanti in modo grossolano e distratto: l’amore mancato, il senso di colpa, l’afasia, il senso di smarrimento dei reduci, l’abbandono, la solitudine. La trama è di quelle già viste: arrestato dopo un incidente stradale in cui hanno perso la vita due persone, Russell cerca di rimettersi in gioco dopo aver perso il padre e la ragazza. Suo fratello Rodney, reduce dall’Iraq e arrabbiato per il ben servito datogli da un paese per cui ha lottato e che l’ha abbandonato, si ritrova a combattere clandestinamente per tirare su soldi. Quando, per un debito non pagato, Rodney viene ucciso, Russell cerca vendetta, scavalcando le autorità. I capisaldi del revenge movie ci sono tutti: la perdita di una persona amata, la diatriba giustizia ordinaria/ giustizia privata, i sensi di colpa per un errore passato da cancellare con un gesto eroico. Il tutto è però mal trattato, appena accennato e poi abbandonato.  Un film piatto, scontato, che traccia una linea dalla prima inquadratura e la segue senza sbalzi e colpi di scena, con un regista, Scott Cooper di Crazy Heart, che non tiene mai le redini di un film volutamente complicato, inesorabilmente pasticcione. Ciò si ripercuote sulla prova del cast stellare della pellicola, che annovera i premi Oscar Christian Bale e Forest Whitaker oltre i vari Casey Affleck, Willem Dafoe, Zoe Saldana e Woody Harrelson. Un film come molti altri sull’argomento, dimenticabile parentesi della carriera di un regista che ha molto da dare al cinema.

 

Matteo Chessa