RISCOPRIAMOLI CON ZULU- CHILDREN OF THE MEN DI ALFONSO CUARON

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Dalle favole per bambini ai romanzi cyberpunk il passo è veramente lungo, ma Cuaron, ormai miliardario per aver curato la regia del terzo film della saga di Harry Potter, dimostra di saperci fare, rendendo assolutamente credibile la trasposizione cinematografica del romanzo di P.D. James. Il regista aveva già avuto modo di dimostrare il suo spessore autoriale con la produzione sudamericana “Y tu mama tambien”, di cui curò anche sceneggiatura e montaggio (il film è del 2000, ma se ve lo siete persi non farebbe male dargli un’occhiata), però per questo film il peso della storia poteva veramente incidere sulla pellicola in maniera molto dannosa. Invece l’autore sceglie umilmente la strada dell’approccio contenutistico prima che spettacolare, pur tenendo quegli elementi che senza dubbio porteranno nelle sale milioni di adolescenti in terapia di recupero dalla trilogia matrixiana.

2027: il mondo non vede nascite di esseri umani da quasi vent’anni e la sterilità è il male (metaforico?) del nuovo millennio. Siamo in una Londra che ricorda un po’ le ambientazioni di Ken il Guerriero, con frotte di immigrati che cercano asilo in una Gran Bretagna ritrasformata in un Paese imperialista con i giorni contati. Theo, un tempo militante nelle frange estremiste, è oggi un disilluso burocrate schifato dallo stesso sistema per il quale lavora; viene contattato dalla moglie che non vede da due decadi ma che è rimasta (anzi, è divenuta leader) in un gruppo terroristico, per aiutare una donna di colore a raggiungere il “Progetto Umano”. Da qui in poi, si viene immersi in un mondo in cui quelli che si battono per una giusta causa sono veramente pochi, i terroristi buoni sono traditi dai terroristi cattivi, il grande livellatore è la povertà e si aspetta tutti l’estinzione del genere umano. Ma non con calma e rassegnazione: ci si ammazza l’un l’altro.

Moltissimi piani-sequenza, scenografie straordinarie, protagonisti ben lontani da stereotipi della fantascienza a stelle e strisce (per fortuna il regista è messicano e l’autore del libro inglese); il film, che andrebbe visto solo per il personaggio saggio e bizzarro al tempo stesso, amico di Theo, interpretato da un sommo Michael Caine, supera tutti gli step e non entra nella mia “collezione privata” solo per una mia disfunzione genetica che mi ha fatto domandare in continuazione, dal primo all’ultimo minuto del film:- Cosa avrebbe combinato Stanley Kubrick con una storia del genere..?

Zulu for President

TOP 7- LE MIGLIORI SIGLE DEI CARTONI ANIMATI

7

ROBIN HOOD

Suono di corni. Poi la musica accelera. L’antico e il moderno che si fondono armonicamente. Dal punto di vista testuale, Robin, al contrario di Jem, è veramente un figo e può essere celebrato con un’infinità di aggettivi perché un eroe come lui non si trova in tutto il mondo e sa che di più grandi non ce n’è. Punto.

6

MONSTER RANCHER

Cartone poco conosciuto ma molto bello così come la sigla che però a tratti ricorda il miglior Gigi D’Agostino. L’effetto iniziale ti catapulta in quel fantastico mondo avventuroso assieme a Genki. Il ritornello poi galvanizza come l’ultima scena di Scarface.

5

PAPA’ GAMBALUNGA

“Tutti abbiamo nel cuore una mamma e un papà. Ogni giorno il loro amore ci guida sempre più in là. Judy non ha nessuno che aiutarla potrà”. Lacrime. Basta questa malinconica frase iniziale per empatizzare sin da subito con la copia sputata di Pippi Calzelunghe che ne passa di tutti i colori per ritrovare l’etereo genitore che l’ha palesemente abbandonata. “Judy non sa chi sei, aiutarla vorrei ma tu sei soltanto un’ombra papà”. Straziante.

4

IL MISTERO DELLA PIETRA AZZURRA

Misteri, invenzioni futuristiche, amore interrazziale, un leoncino coccolone: non manca niente a questo splendido cartone per entrare nel gotha della musica d’animazione. La base è stupenda, le parole fanno sorridere e l’assolo di chitarra elettrica a metà canzone spacca i culi.

3

E’ QUASI MAGIA JOHNNY

Cristina D’Avena non è stupida: al momento della composizione di questa splendida sigla sapeva perfettamente che inserire quegli ohohohooo di sottofondo (intonati da vergini bambine) avrebbero facilmente trasmutato l’innocua canzone in un coro da stadio, urlato con commozione da camionisti ubriachi. Quelle tre note della tromba poi tra la parole “Johnny” e “è quasi magia” mi fanno impazzire.

2

KEN IL GUERRIERO

Il più bel testo di anime mai stato scritto. Chi non lo conosce a memoria è pregato di impararlo come un sermone o di inciderselo addosso con un ferro rovente. Cupo come un racconto di Poe e angosciante come una poesia di Baudelaire. Un must.

1

NARUTO

La vera sorpresa è sul gradino più alto del podio. Naruto, anime non eccelso, è per me la sigla perfetta che unisce una base musicale ritmata e coinvolgente a un testo malinconico ma estremamente maturo e lirico (nonostante Giorgio Vanni). Naruto è solo, abbandonato sin da bambino ma “come un raggio che ha il coraggio di lasciarsi il sole dietro sé” (una delle metafore più belle che abbia mai sentito…si, sono serio…) riparte da zero e prova a costruirsi rapporti mai avuti prima come con Sakura “l’edelweiss dei suoi sogni” (anche se chi segue il manga sa perfettamente che lei vorrebbe intendersela con Sasuke!). La canzone ricorda che bisogna continuare a credere in se stessi per poter crescere, anche se per abbandonare definitivamente l’adolescenza non è facile dire addio ai propri “eroi puerili”. S-P-E-T-T-A-C-O-L-O!

ALTRE SIGLE NOTEVOLI: Batman, Street Shark, Lupin III, L’Uomo Tigre

 

Francesco Pierucci