LA TOUT NOUVEAU TESTAMENT: DIO ESISTE MA NON NE HAI BISOGNO

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Dio (Benoît Poelvoorde) vive in un irraggiungibile appartamento di Bruxelles, con una moglie amante del baseball e dei ricami floreali e una figlia, Ea (Pili Groyne), a cui non va giù la maniera crudele con cui il padre gestisce le vite degli esseri umani attraverso il suo computer miracoloso. Consigliata dal fratello JC, fuggito anni prima per costruire il suo testamento e cercare 12 apostoli (come l’hockey sul ghiaccio), scende sulla terra per aggiungere all’elenco altri sei apostoli (per raggiungere il fatidico 18 come i giocatori di una partita di baseball). Prima però libera gli umani dal fardello dell’attesa della morte e rivela a tutti, tramite SMS, il tempo rimanente prima della loro dipartita.
Dopo Mr Nobody (2009) e sei lunghi anni di silenzio creativo, il belga Jaco Van Dormael torna nelle sale con una commedia surrealista che si erge immediatamente a prodotto più intelligente degli ultimi anni. La tematica principale resta, come in Mr Nobody, il tempo, ma se nel terzo lungometraggio del regista si analizzava il passato, nella sua ultima opera si riflette sul presente (grazie alla conoscenza del proprio futuro)  e, nel particolare, sullo sfruttamento degli anni che si ha a disposizione.
Il film ha una prima parte brillante, quasi folgorante, capitanata dalla figura di Dio ribaltata rispetto alla  normale concezione occidentale e presentato come un padre despota e violento, un “bastardo” di prima categoria; qui si trovano le trovate migliori del film: dalle geniali regole infime con cui si diverte a torturare gli esseri umani ai continui giochi con cui crea mondi, li distrugge, inventa incidenti mortali e gioca con la vita delle persone che ha creato, senza dimenticare l’esilarante dialogo tra Ea e JC prima della fuga attraverso la lavatrice della bambina. La seconda parte rallenta nella trama, diventa ripetitiva, presenta personaggi poco interessanti che rimangono a galla solo grazie agli intermezzi di Dio sceso tra gli uomini senza i suoi poteri (legati indissolubilmente al PC), non sfrutta forse tutte le possibilità comiche servite da una prima parte briosa e dalla trovata delle date di morte svelate, ma regala anche le immagini più belle, poetiche, e le musiche più commoventi, diverse per ogni vita che Ea incontra.
A metà tra il cinema “bombonieristico” di Wes Anderson, richiamato nella seconda parte nei modi di presentare i personaggi (primissimi piani inclusi) e di gestire le scenografie, e il surrealismo del Michel Gondry di L’arte del sogno (con sporadiche citazioni a Kubrick, Hitchcock e al francesissimo Amelie con cui film del genere si ritrovano per forza do cose a fare i conti), è un film lontano dalla religione cristiana (e da qualsiasi altra) basata sulla paura della morte, che suggerisce che si, Dio esiste, ma non ne hai bisogno.La religione giustan è quella basata sull’amore (di una madre, della vera anima gemella, di un desiderio giovanile, del mondo, di un animale).
Opere così brillanti in questo periodo fanno gridare al miracolo.

 

Matteo Chessa

I MIGLIORI “COLPI GROSSI” DEL CINEMA. I CAPER MOVIE

Il Caper Movie (o anche, per i fichi, heist movie) è un genere che ha sempre avuto un discreto successo cinematografico. Solitamente ruota intorno a una banda di criminali che, studiando accuratamente e dettagliatamente un piano e preparandosi scrupolosamente per realizzarlo, mette in atto una rapina o una truffa. Anche se spesso viene considerato  erroneamente un sottogenere del thriller, può essere contaminato da altri generi cinematografici (si pensi a Full Monty, un evidente caper movie il cui fine non è però un furto ma uno spogliarello). Tanti sono i titoli nel mondo della settima arte che meritano di essere annoverati in questa classifica (si pensi al premio Oscar La Stangata, già recensito dal blog QUI); io vi propongo questi cinque.

RAPINA A MANO ARMATA

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Tratto dal romanzo Clean Break di Lionel White, terzo lungometraggio di Kubrick, il primo che fa urlare al genio. Uscito dal carcere, Johnny (Sterling Hayden) organizza un piano per rapinare un ippodromo. Il colpo frutta due milioni di dollari ma sprigiona la crudeltà dei complici. Ritmo incalzante, b/n spettacolare e movimenti di macchina che non a caso hanno fatto gridare al nuovo Welles.

GIUNGLA D’ASFALTO

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1950, John Huston. Cronaca di un furto in una gioielleria. Il colpa va in porto ma i rapporti si guastano. Capostipite del genere, tratto dal romanzo di Burnett, ha avuto tre remake (inferiori). Sterling Heyden e Sam Jaffe in grande spolvero e una Marilyn Monroe agli esordi. Uno dei capolavori noir americani.

I SOLITI IGNOTI

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Uno dei pilastri della commedia italiana, diretto da Monicelli e interpretato da un affiatato cast che annovera Gassaman, Mastroianni, Totò, Salvatori, Claudia Cardinale. Un gruppetto di furfanti senza talento tenta un colpo in un Monte dei Pegni periferico. Il piano fallisce. Innovativo per il cinema del tempo, pone al centro il tema dell’amicizia virile mai vista prima in Italia. È anche il primo film comico italiano in cui si muore. Sceneggiato perfettamente da Age, Scarpelli e  Suso Cecchi D’Amico.

INSIDE MAN

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Quattro rapinatori entrano in una banca di Broadway e prendono in ostaggio cinquanta persone vestendole come loro. Senza fretta trattano il rilascio delle persone con un intelligente detective nero. È una partita a scacchi. Spike Lee fa centro regalando al cinema il miglior film su una rapina in banca (al pari di Quel pomeriggio di un giorno da cani). Ottimo Denzel Washingtown, ma è Clive Owen la star.

RIFIFI

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Capolavoro francese di Jules Dassin (che ha regalato al cinema un altro famoso heist movie, Topkapi, oltre al capolavoro noir La città nuda). Due bande rivali si contendono la refurtiva di una gioielleria . Celeberrima sequenza muta di mezzora. Inutile dirlo, recuperatelo.

Matteo Chessa

CINQUE PAGINE DI STORIA RACCONTATE DAL CINEMA – Seconda puntata

SPARTACUS di Stanley Kubrick – La rivolta di Spartaco

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Prima che Kubrick diventasse leggenda sfornando un capolavoro dietro l’altro da Il Dottor Stranamore in poi, nel 1959 diresse il suo primo lungometraggio a colori, Spartacus, tratto dall’omonimo romanzo di Howard Fast, che racconta la vita e le gesta dello schiavo trace che  sfidò l’impero senza successo a partire dal 73 a.C. Alla fine trionfarono i Romani guidati dal futuro triumviro Crasso. Nonostante ciò, il suo nome ha avuto fortuna nei secoli a venire: addirittura Marx lo definì come “uno dei migliori protagonisti della storia antica” celebrandolo come un rappresentante del proletariato antico. Unico film non kubrickiano (venne chiamato da Kirk Douglas a riprese iniziate per contrasti con il primo regista) mostra in molte scene questo limite, mancando della pignoleria e perfezione che distingue i film del regista del Bronx. Nonostante ciò è da considerare uno dei migliori colossal storici realizzati, sicuramente il più indicato per capire il periodo romano dei gladiatori.

 

AMORE E GUERRA di Woody Allen – La Russia ai tempi della Campagna di Napoleone

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Pellicola del 1975, diretta e interpretata da Woody Allen, segna il suo addio all’umorismo puro in favore di commedie complesse, che tendono a riflettere e a far riflettere su tematiche filosofiche e psicologiche. Ambientato nella Russia di inizio Ottocento (anche se le riprese avvennero in Francia e Ungheria), è ironicamente tratto dal romanzo di Tolstoj Guerra e Pace anche se non mancano richiami anche a Dostoevskij. Il contesto storico è quello della Campagna di Russia di Napoleone, ultima mossa dell’imperatore per raggiungere il suo sogno di conquistare l’intera Europa. Finì in un disastro e segnò l’inizio del tramonto del leggendario imperatore. Il protagonista del film, Boris (Allen) viene forzato ad arruolarsi nell’armata dello zar. Il caso vorrà che, senza volerlo, diventi un eroe di guerra. Tornato dalla guerra, si sposa con la cugina Sonjia (una convincente Diane Keaton) della quale è innamorato da sempre e insieme progettano di assassinare Napoleone. Tra le varie battute e i complessi dialoghi emerge l’inquietudine esistenziale di Allen specialmente riguardo alla paura della morte che è una presenza costante nel film sino al geniale finale. Un film filosofico, più che storico, ma un ottimo ritratto della Russia zarista di inizio XIX secolo.

IL DISCORSO DEL RE di Tom Hooper – Il regno di Giorgio VI

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Diretto da Tom Hooper, ispirato alla vera storia della balbuzie di re Giorgio VI (un monumentale Colin Firth) e del suo rapporto con il logopedista che lo curò, Lionel Longue (un magistrale Geoffrey Rush). Si tratta del sovrano (padre dell’attuale regina Elisabetta II) che guidò il Regno Unito durante la Seconda Guerra Mondiale e fu uno degli artefici della ricostruzione dell’isola, sì vittoriosa ma devastata da varie perdite, dopo il conflitto. La pellicola si portò a casa 4 Oscar, tra cui quello di Miglior Film nel 2011 eclissando, immeritatamente, un caposaldo del cinema mondiale come Inception di Christopher Nolan. Proprio il confronto con quest’ultimo ha scalfito il prestigio di una pellicola che comunque è storicamente attendibile e che, oltre alla precisa regia di Hooper, vanta  un’ottima sceneggiatura (di David Seidler) che non calca mai la mano e che dà la possibilità di analizzare la psicologia del Re, quasi andando a cercare l’origine della sua balbuzie tra i meandri della sua dura educazione. Il punto forte rimangono le interpretazioni degli attori con Rush che tiene testa a Firth (che da qui in poi non imbroccherà più un film), così come i personaggi secondari che non sbagliano un colpo (tra tutti emerge Helena Bonham Carter nel ruolo di moglie di Giorgio VI: stiamo parlando della Regina Madre deceduta nel 2002). Consigliata una visione in lingua originale per cogliere a pieno la bellezza dei vari dialoghi.

JFK – UN CASO ANCORA APERTO di Oliver Stone – L’assassinio del Presidente Kennedy

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Forte dei due Premi Oscar come Miglior Regista nel 1987 (Platoon) e nel 1990 (Nato il 4 Luglio), Oliver Stone nel 1992 tentò il colpo grosso andando a indagare su uno degli eventi più dolorosi della storia e della memoria americana: l’assassinio del Presidente John Fitzgerald Kennedy, avvenuto il 22 novembre 1963. Come sempre quando si parla di assassinii illustri, poco si sa di ciò che stava dietro l’operato di Lee Harvey Oswald (accusato dell’omicidio e ucciso prima di poter essere processato), il che portò alla diffusione di varie teorie cospirazioniste. Stone, partendo dal libro Il complotto che uccise Kennedy, arrivò addirittura ad affermare nella pellicola la responsabilità del governo e della CIA come ritorsione verso l’atteggiamento del Presidente riguardo alla Guerra del Vietnam (che secondo lui non doveva continuare mentre era conveniente per l’industria americana…). Non è semplicemente un documentario storico a scopo giornalistico ma l’obiettivo è proprio quello di riaprire il caso e cercare di ribaltare, almeno in parte, quanto affermato dalla Commissione Warren che aveva visto in Oswald l’unico esecutore. E riuscì in questa impresa: il successo del film contribuì a far costituire nel 1992 una nuova commissione denominata “U.S. Assassination Records Review Board” incaricata di riesaminare l’inchiesta della Commissione Warren. Vanta un cast stellare con Kevin Costner (nel punto più alto della sua carriera dopo Gli Intoccabili e Balla coi Lupi) protagonista nel ruolo del procuratore distrettuale Jim Garrison, Gary Oldman, Kevin Bacon, Joe Pesci, Tommy Lee Jones e Jack Lemmon. Stone non rivinse l’Oscar come Miglior Regista (che gli sarebbe valso il primato tra i registi viventi) ma comunque tra le 8 nomination, il film portò a casa due statuette (Miglior Fotografia e Miglior Montaggio).

ROMANZO DI UNA STRAGE di Marco Tullio Giordana – La strage di Piazza Fontana

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Ultimo evento in ordine cronologico tra quelli esposti nel presente articolo è la triste strage di Piazza Fontana, della quale l’unica opera cinematografica di un certo rilievo che si ricordi è la pellicola di Giordana del 2012, liberamente tratta dal romanzo di Paolo Cucchiarelli, Il Segreto di Piazza Fontana. Il terribile avvenimento avvenne alle 16.37 del 12 dicembre del 1969 quando una bomba esplose alla sede della Banca dell’Agricoltura provocando 17 morti e 88 feriti. Un’altra bomba quel giorno doveva esplodere alla Banca Commerciale in Piazza della Scala ma fu ritrovata inesplosa (ciò che in realtà seguì il ritrovamento di questo ordigno rimane ancora oggi avvolto nel mistero). Il film tratta i fatti di quel 12 dicembre e i tragici sviluppi che ne conseguirono concentrandosi soprattutto sulle indagini condotte dal commissario Luigi Calabresi, che poi sarà assassinato tre anni dopo, e sull’oscura morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, che ritenuto erroneamente responsabile della strage e interrogato con metodi poco ortodossi, “precipitò” dalla finestra della Questura di Milano (in realtà i colpevoli stavano a destra, con principali responsabili gli esponenti di Ordine Nuovo Franco Freda e Giuseppe Ventura, i quali dopo 33 anni di processi non saranno mai condannati; la Cassazione affermerà la loro responsabilità solo nel 2005 quando non saranno più processabili). Giordana, già regista degli ottimi La Meglio Gioventù e I cento passi, è molto attento e coraggioso nel rappresentare i fatti senza inesattezze storiche (se non per fatti storicamente trascurabili), con interpretazioni attoriali degne di nota come quelle di Pierfrancesco Favino nel ruolo di Pinelli, Valerio Mastandrea che interpreta il commissario Calabresi e Giorgio Marchesi nei panni di Freda. Non ha avuto il successo che si meritava e nemmeno quando è passato in prima serata su Rai 1 ha ottenuto buoni risultati di audience. Peccato, visto che racconta egregiamente una verità per la quale i veri colpevoli non hanno pagato e anzi a pagare sono stati i familiari delle vittime ai quali sono state addirittura addebitate le spese processuali.

Michael Cirigliano

UN REGISTA TRE FILM: LEONARDO PIERACCIONI

C’è sempre un momento preciso in cui un autore ti entra nel cuore, difficilmente dimenticabile. Di Kubrick ad esempio  mi innamorai guardando Shining nascosto dietro il divano e pronto, in ogni momento, a percorrere il breve corridoio che separava il salotto dalla cameretta, spaventato a morte; questo non mi ha impedito di ammirare la bellezze delle scene, l’interpretazione di Nicholson, le musiche invadenti e fredde come la neve del labirinto. L’interesse per il cinema di Leonardo Pieraccioni, regista toscano nonché attore dei suoi film, nasce un po’ più tardi e non attraverso la settima arte ma grazie a un documentario su Guccini in onda su Rai Tre (destino si dirà, Pieraccioni è partito dal piccolo schermo); li, mentre sorridente si autodefiniva gucciniano da sempre, pensai di approfondire le mie conoscenze su di lui (non che iniziassi da zero, avevo già visto alcuni suoi film). Ebbene, in mezzo a qualche opera infelice (molti criticano Io e Marilyn, a me proprio non piace Il paradiso all’impprovviso) affiorano delle perle di comicità e grande cinema da preservare e far conoscere. Propongo ora i, secondo me, tre miglior film di Leonardo Pieraccioni.

 

IL CICLONE

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Secondo film da regista, un anno dopo (1996) l’esordio con I laureati. Successo di pubblico eclatante, parla della vita di Levante, ragioniere toscano, sconvolta dall’arrivo accidentale in casa sua di un gruppo di ballerine di flamenco. Una di queste, Caterina (la bella Lorena Forteza), ruba il cuore di Levante. Bella storia romantica, qua e la risate a crepapelle, ottimi tempi comici, bravi attori (affiatati). Una grande e indimenticabile scena: Levante entra nella stanza d’albergo per consolare Caterina dopo il litigio con il fidanzato. Tosca D’Aquino in una memorabile scena scimmiotta Harry ti presento Sally. La voce di Gino è di Mario Monicelli.

 

FUOCHI D’ARTIFICIO

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Sarà per il simpatico cameo di Bud Spencer, cantante cieco che canta Serenata Rap, sarà che Pieraccioni dà il meglio di sé ad inizio carriera, ma h trovato particolarmente riuscito il suo terzo film, uscito con grandi attese dopo il botto dell’anno precedente de Il Ciclone. Qualitativamente si ripete, quantitativamente anche (nonostante il tornado Titanic). Cornificato dalla moglie, il trentenne toscano  Ottone cerca di ripartire ma deve scegliere tra tre donne: l’italiana Lorenza (Claudia Gerini), la spagnola Luna (Vanessa Lorenzo) e la sudamericana Demiù (Mandala Tayde). Comicità leggera, che non sfocia mai nel gretto e nel volgare e piace a grandi e piccini. Pieraccioni si conferma ottimo regista corale, gestendo al meglio tutti i personaggi, tra i quali spicca Er Patata Roberto (Roberto Brunetti). Ho imparato con questo film a diffidare dai macellai se il freezer abbonda di carne surgelata.

 

TI AMO IN TUTTE LE LINGUE DEL MONDO

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Settimo film da regista (2005), è al momento il suo zenith autoriale. Gilberto, insegnate d’educazione fisica tradito dalla moglie, vive con il fratello ritardato Cateno (Giorgio Panariello) ed è perseguitato sentimentalmente dall’alunna Paolina (G.E Gorietti)che ogni giorno gli lascia un biglietto con scritto Ti Amo, in tutte le lingue del mondo. Destino vuole che Gilberto si fidanzi proprio con la di lei madre Margherita (Marjo Berasategui), scatenando le ire della ragazza. Come trama siamo ai soliti livelli, migliora esponenzialmente la caratterizzazione dei personaggi di contorno tra cui spiccano il fratello Cateno, bidello rancoroso col sogno di diventare campione di apnea, e il preside della scuola, interpretato dallo straordinario Guccini. C’è una scena che lo rende un grande film, quella in cui Gilberto nuota sulle note di Musica di Tricarico. Sono cose importanti.

Matteo Chessa

1972. IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE: QUANDO FRIEDKIN RINNOVO’ IL POLIZIESCO

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Nel 1972, Il braccio violento della legge (titolo originale The French Connection) ottenne otto nomination e conquistò cinque statuette (Miglior Film, Regia, Attore Protagonista, Sceneggiatura non originale e Montaggio), trionfando su L’ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich e soprattutto su Arancia Meccanica di Stanley Kubrick che avrebbe sicuramente meritato la vittoria quell’anno.Il soggetto prende spunto dal libro di Robin Moore, a sua volta ispirato ad un clamoroso sequestro di eroina realmente accaduto che vedeva implicata la malavita americana e marsigliese. Eddie Egan e Sonny Grosso, gli agenti realmente artefici dell’operazione , divennero consulenti tecnici per il film al quale parteciparono anche come attori con piccoli camei. Friedkin, regista straordinario e fresco Leone D’Oro alla carriera  a Venezia 70, è un maestro assoluto nel rinnovare i generi canonici del cinema (basti pensare all’horror con L’Esorcista o più recentemente al noir con Killer Joe): in questo caso la sua particolare visione del poliziesco (la labilità del confine Bene/Male, le riprese innovative come nella famigerata scena dell’inseguimento) darà vita,  assieme ad autori quali Coppola e Altman, a quel “nuovo cinema americano degli anni 70” che coniugava sapientemente realismo e spettacolarizzazione per raccontare i mutamenti della società. Altro merito della pellicola è quello di aver fatto scoprire definitivamente il talento di Gene Hackman che conquista un Oscar meritatissimo grazie al suo Jimmy Doyle. Il sequel diretto da John Frankenheimer è molto deludente.

 

CURIOSITA’: Fernando Rey fu ingaggiato per errore: il regista incaricò il casting di scritturare un attore visto in Bella di giorno di Luis Buñuel, ma in realtà aveva in mente Francisco Rabal

CURIOSITA’ 2: Nella celeberrima scena dell’inseguimento, le riprese più pericolose furono filmate direttamente dal regista, perché gli altri cameramen avevano tutti famiglia, a differenza di quest’ultimo, e non vollero rischiare. Inoltre, l’incidente automobilistico all’incrocio tra Stillwell Avenue e l’86° strada avvenne realmente, tra la macchina degli attori e un pendolare che si stava recando al lavoro, che fu risarcito

 

Francesco Pierucci