MAD MAX: FURY ROAD E IL POLVERONE SULLA CRITICA CINEMATOGRAFICA

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È successo tutto molto (forse troppo) velocemente: il nuovo film di George Miller Mad Max: Fury Road , proiettato a Cannes e accolto con applausi da tanti giornalisti presenti, viene etichettato come “videogioco che finisce per annoiare” dall’illustre critico cinematografico italiano Paolo Mereghetti, che lo bolla come ripetitivo e senza trama, andando contro la maggior parte del pubblico (che lo ha adorato anche in siti di cinema come IMDb in cui il titolo vanta un improbabile 8,8/10 che nei primi giorni di proiezione aveva addirittura sfiorato i 9,7/10) e vari blogger armati di tastiera e pronti ad attaccare l’ideatore del dizionario di cinema più importante del Bel Paese e, più in generale, una critica definita vecchia e bollita perché “qualunquista e sempre pronta alla recensione facile, capace di definire Stephen Hawking quello di Big Bang Theory o eccessivamente intellettualista dato che il film preso in esame non viene valutato per quello che è, ma per quello che – e le parti coinvolte, come il regista o gli attori, non vengono ascoltate – dovrebbe o potrebbe essere.” (ogni riferimento alla recensione, bellissima, di Giona A. Nazzaro su Il Manifesto del film di Clint Eastwood American Sniper è puramente casuale). Citando Truffaut sostengono che il critico non è un mestiere e che ognuno fa due lavori, il suo e quello del critico; si dimenticano quello che il buon Francois aggiunge subito dopo (molto probabilmente non lo sanno), che molti si vantano di poter parlare di cinema e non hanno mai visto un film di Murnau.

Ora, sicuramente Paolo Mereghetti i film di Murnau, di Fritz Lang (tedesco e americano), di Robert Bresson e Jean Renoir, di Ozu, Mizoguchi e Kurosawa, di Fellini, Rossellini, Antonioni, Visconti, De Sica, ma anche i primi tre originalissimi Mad Max di George Miller li ha visti; lo stesso non si può dire di molti pseudocritici che spuntano adesso come i funghi aiutati dalle nuove tecnologie e ipotizzano classifiche cinematografiche che trasudano una vastissima ignoranza sulla materia; graduatorie  sui film con la trame più incomprensibili che citano Memento, altre sui migliori film della storia in cui svetta sorridente il faccione del Joker di Heath Ledger in Il Cavaliere Oscuro o, se siamo fortunati, tanti film di Kubrick (belli ma per tutti). Non mi è mai capitato di leggere nelle prime posizioni Au Hasard Balthazar, Il diario di un curato di campagna o Un condannato a morte è fuggito di Bresson; non ho mai sentito parlare, nei dibattiti sul cinema nei social in cui tutti si credono cinefili ma in realtà sono (e nemmeno se ne accorgono) teletilisti (se non nel metodo fruitivo sicuramente nei gusti), dei film di Dreyer (forse una volta ho letto di Vampyr per essere onesto) o dei lavori di Godard, né ho mai letto recensioni su Truffaut che si spingano oltre I 400 Colpi. Per la nuova critica il massimo è Il Padrino (bellissimo), visto come un punto di arrivo, una vetta e non come la base su cui costruire la conoscenza di un mondo che è molto vasto. Mereghetti e altri critici questa conoscenza ce l’hanno, sanno che guardando La Migliore Offerta di Tornatore il pensiero DEVE andare immediatamente a Sogno di prigioniero di Henry Hathaway con Gary Cooper e Ann Harding (e questo blog, mi vanto, il film lo conosce e lo ha recensito); sono consci dell’importanza di Lubitsch per Billy Wilder e di quest’ultimo per molti registi di adesso. La differenza tra loro e noi (ho 25 anni, ho visto tantissimi film e letto tanti libri del settore, in più ho una laurea sul cinema ma non mi sogno minimamente di  paragonarmi a Canova, Farinotti, Ghezzi,  Giusti o Caprara) è questa. Perciò quando un’autorità come Mereghetti si pronuncia così su Mad Max: Fury Road sai che un fondo di verità c’è, non lo attacchi a prescindere e soprattutto non ti sogni di scavalcarlo; perché poi la visione del film conferma tutto quello che lui ha detto e scritto. E a te non resta che inchinarti e pensare  quale film di Murnau guardare per primo.

Matteo Chessa

CINQUE GRANDI FILM SULL’ALCOLISMO

“ Il mio fisico non lo tollera, l’alcol. Veramente! Ho bevuto due Martini, la vigilia dell’ultimo dell’anno, e ho tentato di dirottare un ascensore su Cuba!”

Questo fulminante aforisma di Woody Allen suggerisce una riflessione: il regista newyorkese, che nella sua lunga carriera ha affrontato diverse tematiche scomode e forti (sesso, Dio, esistenza dopo la morte, senso della vita, nulla assoluto) mai si è cimentato con l’alcolismo, rifiutato non solo dal suo fisico ma dal suo intero cinema. Non che nei suoi film non si beva mai, anzi, ma la patologia in sé, i suoi sintomi, le conseguenze e le possibili cure sono totalmente assenti. Se Allen evita l’argomento non mancano comunque esempi nella storia del cinema che lo trattano; da La gatta sul tetto che scotta di Richard Brooks a Sotto il vulcano di John Huston, da Barfly (o il più recente Mosche da bar di Steve Buscemi) o Factotum rispettivamente sceneggiato da e tratto da un romanzo di Bukowski al drammatico Amarsi di Luis Mandoki. Tantissimi sono i titoli e i registi che esaminano l’argomento; ecco i cinque migliori per Il Disoccupato Illustre.

VIA DA LAS VEGAS

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Tratto dall’ominimo romanzo di John O’Brien, diretto da Mike Figgis e magnificamente interpretato da Nicolas Cage nella parte della sua vita, quella che zittisce i detrattori. Ben, alcolizzato e solo, si reca a Las Vegas per bere fino alla morte. Conosce una prostituta, Sara, e nasce l’amore. Ma nonostante ciò non cambia il suo piano. Elisabeth Shue ottima spalla. Finale commovente.

I GIORNI DEL VINO E DELLE ROSE

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Joe e Kirsten, sposati, sono accaniti bevitori. Dopo la nascita della loro prima figlia decidono di smettere. Joe ci riesce grazie agli Alcolisti Anonimi, la moglie no. Lui decide di starle vicino. Primo film che Jack Lemmon gira con Blake Edwards, è forse il migliore del regista, sicuramente il più personale. Lieto fine evitato. Titolo tratto da una poesia di Ernest Dowson.

L’ANGELO UBRIACO

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Giovane mafioso di un quartiere dei bassifondi di Tokio malato di tbc si affida, dopo vari litigi, ad un dottore alcolizzato ma di buon cuore che cerca di salvargli la vita. Primo film di Toshiro Mifune, è uno dei grandi capolavori di Kurosawa con un Takashi Shimura in grande spolvero. Clint Eastwood e Gran Torino gli devono molto.

GIORNI PERDUTI

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Il film più famoso sull’argomento, premiato con l’Oscar al Miglior Film. Già tratto nel blog (QUI la recensione). Un capolavoro di Billy Wilder da vedere assolutamente.

FUOCO FATUO

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1963, Louis Malle. Tratto dall’omonimo romanzo di Pierre Drieu La Rochelle, racconta le ultime 36 ore di Alain, una vita distrutta dall’alcol e dai troppi momenti mancati. Decide di suicidarsi, non prima di un ultimo incontro con amici ed ex amanti parigine. Considerato da molti il miglior film del regista, è commovente perché “patetico a ripetizione” (Truffaut). Splendido bianco e nero di Cloquet.

Matteo Chessa

LA SENILITA’ AL CINEMA

Non sono pochi, pensandoci bene, i film che riflettono sull’argomento vecchiaia, sull’avvicinamento della fine della vita; quasi sempre il tema viene accostato a quello della solitudine, della fine dignitosa di un’esistenza passata nell’anonimato ma anche di grandi avventure , gesti estremi, piccole rivoluzioni  personali. Sono tanti i film da citare in una eventuale classifica, dal premio Oscar A spasso con Daisy (QUI la recensione) a Harry e Tonto, da Harold e Maude a Tutto può succedere, non dimenticando capolavori recenti come Amour o ottimi film come Nebraska. Sono sicuro però che converrete con me che i film della mia personale Top 5 siano effettivamente quelli che hanno trattato meglio questo argomento.

 

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UP

Film d’animazione della Pixar, co- prodotto dalla Disney, racconta della grande avventura del vecchio Carl che, vedovo, decide di realizzare il sogno comune con la defunta moglie di raggiungere le cascate paradiso e vivere una memorabile esperienza. Accompagnato dal piccolo scout Russell, spostandosi con una casa volante trascinata da palloncini, raggiungerà il luogo e vivrà finalmente l’avventura sognata, scoprendo anche il suo coraggio. Commovente, divertente, giustamente premiato con l’Oscar al Miglior Film d’animazione nel 2009, può vantare un incipit capolavoro in cui raffigura la bellezza e la tristezza di una vita insieme. Ha fatto piangere e riflettere grandi e piccini.

 

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VIVERE

1952, Akira Kurosawa. Vecchio impiegato dell’ufficio richieste del comune di Tokio scopre di avere un tumore allo stomaco e solo 5 mesi di vita. Cerca con tutte le sue forze di trovare finalmente uno scopo dopo anni passati a sopravvivere. Non trovando aiuto nei parenti, si dedica anima e corpo alla trasformazione di una zona paludosa in un parco giochi per bambini. Alla sua morte, il sindaco si prende i meriti ma le donne del quartiere gli rendono omaggio e piangono sulla sua tomba. Capolavoro sulla vecchiaia e sulla solitudine, analizza con una trama di morte il miglior modo di vivere una vita, suggerendo però che solo quando si ha qualcosa da perdere è possibile giocarsi il tutto per tutto. Il protagonista Takashi Shimura riesce a parlare con gli occhi, esprimendo tristezza e gioia solo con gli sguardi. Bellissima la scena del canto solitario di una vecchia canzone giapponese che parla della brevità della vita. Poco conosciuto, da vedere.

 

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IL POSTO DELLE FRAGOLE

Il professor Isak Borg deve ricevere un prestigioso premio accademico e si mette in viaggio per ritirarlo. Nel tragitto, tra ricordi e sogni, riconsidera la sua vita. Considerato uno dei massimi capolavori di Bergman, recitato superbamente dal di lui maestro Victor Sjöström (che morirà tre anni dopo), mescola sequenze oniriche a ricordi passati a momenti presenti a rimpianti per le occasioni perdute e difficilmente recuperabili. Film sul tempo che scorre e sulla paura della morte imminente.  Famosissima la sequenza iniziale dell’incubo del professore. Le fragole del titolo sono un indizio temporale che indica l’arrivo della primavera. Orso d’oro a Berlino 1958.

 

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UMBERTO D

Umberto Domenico Ferrari, mite pensionato romano, non è più in grado di mantenersi economicamente. Pensa al suicidio ma rinuncia per non abbandonare il suo cagnolino. Capolavoro del cinema neorealista, da molti considerato la sua fine, analizza con lucida drammaticità il tema della vecchiaia e della solitudine, ma anche quello della de umanizzazione come conseguenza del capitalismo (memorabile e significativa l’uccisione di un cane per 50 lire di differenza tra la richiesta del canile e l’offerta del disperato padrone). Retto, umile ma orgoglioso, Carlo Battistini è da applausi. Il punto più alto di Vittorio De Sica.

 

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VIAGGIO A TOKIO

Due anziani genitori che vivono a Onomichi, nella provincia di Tokio, si recano in città per vedere i figli sposati ma questi, troppo indaffarati, non li considerano. L’unica che gli dedica attenzioni è la vedova del terzo figlio, la dolce Noriko, che chiede una giornata di ferie alla ditta pur di stare con loro. Finale tragico. Cine- poema sulla vita e sulla morte, analisi secca sulla distanza tra padri e figli, sul mondo degli adulti e quello degli anziani, spesso costretti alla solitudine. Più che la storia, è da esaltare la poesia racchiusa in ogni inquadratura, spesso vuota o irrilevante ai fini della trama ma che, quasi sempre, sottolinea il tema analizzato. Capolavoro di Ozu, maestro del cinema giapponese che ha sempre lavorato con un cinema poverissimo in cui scopriva ricchezze straordinarie e impensabili.

 

Matteo Chessa