OSCAR 2015: BIRDMAN (O L’IMPREVEDIBILE VIRTU’ DELL’IGNORANZA)

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“Chi ha dato la green card a questo figlio di puttana?”. Con questa improbabile formula introduttiva Sean Penn ha svelato al mondo quello che in molti si aspettavano: al suo quinto film, il terzo in lingua inglese, Alejandro Gonzalez Iñárritu riesce a centrare l’en plein vincendo gli ambiti Oscar per il Miglior Film, per la Miglior Regia e per la Migliore Sceneggiatura Originale lasciando a bocca asciutta il povero Linklater, sbattutosi con Boyhood in una fatica lunga 11 anni.

In concorso alla 71esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Birdman è un film che Hollywood sentiva il bisogno di fare. Per due motivi. Negli ultimi anni sono stati tanti (forse troppi) i film sui supereroi. L’imbarazzo negli ambienti cinefili della Città degli Angeliper avere fatto tanti soldi in questo modo è tanto lampante quanto fastidioso. Ed è un po’ la stessa vergogna che Riggan Thomson (Michael Keaton) prova per la fama guadagnatosi con la figura del supereroe piumato Birdman, che tanto gli ha dato ma dal quale vuole disperatamente allontanarsi mettendo in scena a Broadway uno spettacolo teatrale tratto dall’opera “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver. Ma perché la scelta di rilanciarsi proprio con un’opera teatrale? Qui arriviamo al secondo motivo. Questo è un film che vuole, una volta per tutte, ammettere quel senso di inferiorità che da sempre è insito nel cinema nei confronti del teatro. Come dice Naomi Watts/Lesley: “Quando reciti a Broadway vuol dire che sei arrivato, come attore, sei un vero attore”.

Il protagonista è interpretato da Michael Keaton, un attore veramente in declino da anni (alla prima parte importante dai tempi dei due Batman di Tim Burton) e questo contribuisce a dare maggiore credibilità al personaggio di Thomson. La pellicola lo vede al centro di ognuna delle varie storie che si amalgamano alla perfezione. È un viaggio nella mente dell’attore, nelle sue paure, nei suoi deliri e nelle sue ossessioni. E la sceneggiatura co-scritta dallo stesso Iñárritu non perde l’occasione di giocare su questi vari piani tenendo in parallelo due sentieri narrativi, quello reale e quello immaginato da Thompson fino alla fusione finale.

La regia di Iñárritu è notevole soprattutto nel dare l’impressione che l’intero film sia stato girato in un unico piano sequenza. Il film dura 2 ore e sarebbe stato quasi impossibile riprenderlo tutto in un colpo solo: i piani sequenza sono quindi uniti e l’effetto finale è molto realistico, a tratti sbalorditivo. Gli attori hanno dovuto comunque fare i conti con scene che duravano più di 10 minuti e in alcune di esse la cinepresa passa da una stanza all’altra e dall’interno verso gli esterni. Iñárritu ha detto che con tale tecnica cinematografica ha voluto dare al pubblico l’impressione di una “realtà da cui non si può sfuggire, perché viviamo le nostre vite senza la possibilità di fare un montaggio”. Una scelta del genere non sarebbe stata plausibile senza la grande prova di un cast stellare. Non delude nessuno: da Edward Norton a Zack Galifianakis, passando per la sorprendente Emma Stone. Ma il rimpianto rimane per Michael Keaton, che a 63 anni ha dato vita all’interpretazione di gran lunga migliore della sua carriera e che avrebbe meritato l’Oscar per il Miglior Attore Protagonista. L’Academy gli ha preferito Eddie Redmayne, che a 33 anni chissà quante altre occasioni avrebbe avuto per vincerlo. Peccato per Mike che aveva il discorso già pronto.

Michael Cirigliano

RIMPIANTI DA OSCAR – INCEPTION E IL TORMENTATO RAPPORTO TRA NOLAN E L’ACADEMY

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Memento, The Prestige, Il Cavaliere Oscuro, Inception, Interstellar. Tutti grandi titoli diretti dal britannico Christopher Nolan ma sempre ignorati, vergognosamente, dall’Academy. Quello che Nolan ha portato a casa con questi cinque film è la miseria di tre candidature (e neanche una vittoria): due per la Miglior Sceneggiatura Originale per Memento e Inception e una per il Miglior Film per Inception. E proprio su quest’ultimo titolo vogliamo concentrare la nostra attenzione nell’appuntamento finale di Rimpianti da Oscar, alla vigilia della cerimonia di consegna degli ambiti premi.

Nel 2011 vinse l’Oscar per il Miglior Film Il Discorso del Re di Tom Hooper che, intendiamoci, è un ottima pellicola, fedele dal punto di vista storico e che può vantare prove attoriali indimenticabili da parte di Colin Firth e Goeffrey Rush. Ma, a differenza di Inception, non ha quel valore aggiunto che serve a far entrare un film tra gli intoccabili della storia della settima arte.

La storia è quella di Dom Cobb (Leonardo DiCaprio), un ladro con una capacità peculiare: è in grado di rubare pensieri e idee dal subconscio di una persona mentre sogna. La sua ultima missione, che gli permetterebbe di ritornare negli USA e rivedere i suoi figli dopo tanto tempo, è però quella più ardua: invece di rubare un’idea dal subconscio di una persona, deve attuare il processo inverso, cioè immetterla entrando nel sogno di un soggetto.

Inception è un thriller d’azione fantascientifica basato interamente sul sogno e su come è strutturato il nostro subconscio. Ma la dimensione onirica non è tutto: come in tutti i film di Nolan, i personaggi devono fare i conti con la loro solitudine e con delle realtà parallele che spesso si confondono con il mondo reale.

In questo disegno, DiCaprio (con una prova senza particolari acuti, qui l’Oscar non lo meritava e la mancata candidatura è ineccepibile) non interpreta un personaggio così lontano da quello visto alcuni mesi prima in Shutter Island. Non deludono gli attori feticcio di Nolan Michael Caine, Joseph Gordon-Lewitt, Ken Watanabe e Tom Hardy. La fotografia (come al solito curata da Wally Pfister) sembra ricordare quella di Matrix in termini di spettacolarità e ingegnosità.La colonna sonora di Hans Zimmer è una delle migliori mai composte dal compositore.

Film da vedere e rivedere, da capire e interpretare. Il finale fa riflettere e induce a porci svariate domande. Cosa che probabilmente l’Academy non ha fatto visto che ha snobbato il film premiandolo con 4 Oscar (tutti tecnici, nessuno al regista). Ma resta la consolazione di essere ritenuto dai più uno dei prodotti più rivoluzionari dai tempi di PulpFiction.

Maestri come Kubrick e Hitchcock sono passati a miglior vita senza vincere alcuna delle statuette principali a cui possa ambire un regista (Miglior Film, Miglior Regia, Migliore Sceneggiatura).Non resta che augurarci che a Nolan non tocchi lo stesso spietato destino.

Michael Cirigliano