1949. AMLETO: PRIMO FILM NON AMERICANO A VINCERE IL MIGLIOR FILM

amleto

L’amore spassionato che sir Laurence Olivier nutre nei confronti di William Shakespeare (suoi sia l‘Enrico V che il successivo Riccardo III) non poteva che sfociare in una delle opere del grande poeta britannico più rappresentate sia al teatro che al cinema. La straordinaria maestria di Olivier regista (scrupolosamente fedele al testo di Shakespeare) risiede sia nello strategico ritorno al bianco e nero (più cupo che mai) sia nell’ingegnoso utilizzo della profondità di campo che permette all’opera di distaccarsi completamente dalla staticità della rappresentazione teatrale. Nonostante le numerose ed eccessive critiche del tempo (sia per i tagli obbligati che per la discutibile scelta del quarantenne Olivier di interpretare Amleto, soprattutto considerando che Eileen Herlie, che nel film interpreta sua madre, fosse solo ventottenne al momento delle riprese!), il film ottenne ben sette nomination e quattro statuette, tra cui quelle per il Miglior Film e per il Miglior Attore Protagonista. Paragonandolo ad altri adattamenti cinematografici, l’Amleto di Olivier, che risulta probabilmente tra i migliori assieme all’Hamlet del 1996 di Branagh , stabilisce oltretutto alcuni record tra cui: il primato di Olivier come attore protagonista premiato con un Oscar che dirige se stesso (il secondo è stato Benigni per La vita è bella); primo film non americano a vincere il premio come Miglior Film e unico film a vincere sia l’Oscar sia il Gran Premio Internazionale di Venezia, che l’anno successivo diventò il “Leone d’Oro”.

CURIOSITA’: Uno dei maggiori detrattori del film fu l’attrice Ethel Barrymore, che, ironia della sorte, nella cerimonia di premiazione degli Oscar fu designata a presentare il miglior film, e non seppe trattenere una smorfia di disappunto quando, aperta la busta con il nome del vincitore, fu costretta a leggere: “Hamlet“.

Francesco Pierucci

1947. I MIGLIORI ANNI DELLA NOSTRA VITA: IL PRIMO FILM SUI REDUCI DI GUERRA

i migliori anni

Vincitore alla cerimonia del 1947 come Miglior Film a discapito dell’ Enrico V di Sir Laurence Olivier e del più rinomato La vita è meravigliosa di Frank Capra, I Migliori Anni della Nostra Vita (che condivide sciaguratamente il titolo con la canzone di Renato Zero) conquista altre sei statuette tra cui quelle per gli attori (March e Russell), per il montaggio e per la colonna sonora. La sceneggiatura di Robert Sherwood, tratta dal romanzo in versi sciolti Glory for me di MacKinley Kantor, è la prima a soffermarsi su un argomento duplicemente scomodo e importante come quello relativo ai reduci di guerra (gli Usa successivamente dedicheranno buona parte del loro cinema a questa tematica specifica: alla fine della seconda guerra mondiale, il rientro di tre combattenti nella società e nel rapporto con i propri cari si rivela difficoltoso. La regia dell’esperto Wyler (al suo secondo Oscar) è come sempre precisa, attenta e senza sbavature. Notevole lavoro di Gregg Toland sulla fotografia  che sfrutta abilmente le superfici riflettenti. Da recuperare.

CURIOSITA’: Harold Russell, l’attore canadese interprete del ruolo di Homer Parrish, era un vero reduce della seconda guerra mondiale e, da sergente dei parà, aveva veramente perduto entrambe le mani. Egli ricevette, durante la cerimonia di consegna degli Oscar una seconda statuetta (premio speciale), per “aver portato speranza e coraggio ai compagni veterani” grazie alla sua interpretazione nel film. A tutt’oggi, Russell resta il solo attore ad aver ricevuto 2 Oscar nel medesimo anno e per il medesimo film.

Francesco Pierucci

1941. REBECCA LA PRIMA MOGLIE, L’UNICO RICONOSCIMENTO AL MAESTRO DEL BRIVIDO

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Scelto come film d’apertura al primo Festival del Cinema di Berlino, Rebecca, la prima moglie fu incredibilmente il solo capolavoro di Hitchcock a ricevere l’ambita statuetta (il regista inglese ottenne diverse altre nomination ma nessuna vittoria fino all’Oscar alla Memoria nel 1968). Tratto dal’omonimo romanzo di Daphne du Maurier, questo thriller psicologico è costruito principalmente sull’ingombrante presenza/assenza spettrale della prima coniuge dell’aristocratico De Winter (un enigmatico Laurence Olivier), che fotogramma dopo fotogramma finisce col fondersi sempre di più con il volto e le fattezze della splendida Joan Fontaine (il cui personaggio è sapientemente privo di nome, proprio per sottolineare l’annullamento identitario della protagonista) e che andrà ad edificare quel particolare topos del maestro del brivido che analizza l’incombente e minaccioso passato che ritorna come accadrà successivamente ne La Donna che visse due volte e ne Il peccato di Lady Constantine.

rebecca3

Cucù!

Nel condurre lo spettatore alla ricerca della verità riguardo l’assassinio di Rebecca (che non si vede mai in volto!), Hitchcock elabora un intricato labirinto di sospetti e bugie, di soggettività estreme e di illusioni oniriche, volte ad aumentare la suspense e la confusione spettatoriale a dismisura anche grazie al ruolo della Signora Danvers, uno dei personaggi più inquietanti di sempre. Scena finale da antologia del cinema.

CURIOSITA’: Come da tradizione, Hitchcock appare per un istante in un cameo. Lo si può individuare dietro la cabina telefonica dove c’è Jack Favell.

 

Francesco Pierucci