TOP 5 – SCENE PIÙ TRISTI DELLA STORIA DEL CINEMA

Come avrete ben capito, a noi de IL Disoccupato Illustre piace fare classifiche. Quella che vi proponiamo oggi difficilmente metterà tutti d’accordo perché ha le sue fondamenta nelle emozioni, forse l’aspetto meno oggettivo della nostra vita. Ci siamo chiesti quale fosse la sequenza più strappalacrime, più malinconica di sempre. Si è parlato molto della scena finale de “Il Campione” del nostro Franco Zeffirelli (remake dell’omonima pellicola del 1931), che gli psicologi usano per far  strappare lacrime ai propri pazienti durante gli esperimenti. Uno studio dell’Università di Berkeley dichiarò la scena in cui John Voigt nel ruolo del pugile Billy piange con il figlio prima di morire, addirittura più triste di quella della morte della mamma di Bambi nel famoso classico Disney del 1942. Molte sono state le obiezioni da parte di pubblico e critica, che comunque accolse tiepidamente il lavoro di Zeffirelli ai tempi della sua uscita nel 1979.

Tra scene celeberrime quali la morte di Jack/Leonardo DiCaprio in Titanic e la sequenza finale de La Vita è bella, ecco le scene più deprimenti secondo la modesta opinione del DI.

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UP

 Siamo di fronte ad uno dei migliori lavori della Pixar, il primo ad ottenere la candidatura agli Oscar come Miglior Film nel 2010 (eguagliato da Toy Story 3 l’anno seguente). In queste classifiche si è usuale trovare la scena finale di un film, dove di solito vi è il culmine emotivo dello sviluppo narrativo. Non è questo il caso, perché nella pellicola in questione la sequenza strappalacrime la troviamo praticamente all’inizio. In due minuti viene compendiata la vita di un bambino e una bambina (Carl ed Ellie) che da giocare insieme finiscono per passare tutta la vita l’uno accanto all’altra. Dovranno avere a che fare coi problemi della realtà quotidiana come le bollette, il fatto che la coppia non possa avere figli,gli acciacchi dovuti dalla vecchiaia e per tutti questi motivi continuano a rimandare il viaggio in Sud America. Proprio quando Carl compra i biglietti per il Venezuela, sua moglie, ormai troppo anziana e malata, muore. La magia Disney la si nota anche in queste circostanze.

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ARMAGEDDON

 Film molto rinomato, forse più per la colonna sonora, l’indimenticabile Don’t Wanna Miss a Thing degli Aerosmith (per i quali non arrivò l’Oscar per la miglior canzone che andò a When You Believe, tratta da Il Principe d’Egitto)che per il valore del film, già allora snobbato dalla critica. Terzo film della carriera del regista più odiato di Hollywood, Michael Bay, la cui carriera non era ancora degenerata con i vari Transformers e Pain& Gain, giusto per citare due dei suoi film di basso livello ma campioni d’incassi. La scena finale del film è rimasta negli annali. Harry (Bruce Willis) prende il posto di A.J. (Ben Affleck) per fare esplodere manualmente la bomba. Prima di separarsi, Harry raccomanda A.J. di prendersi cura di sua figlia, sostenendo di averlo sempre considerato come un figlio e che sarà felice del loro matrimonio. Mentre l’equipaggio si prepara per il decollo, l’eroe dà l’ultimo e struggente saluto alla figlia.

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QUALCUNO VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO

 Qui siamo davanti ad un capolavoro indiscutibile della storia del cinema, una delle tre pellicole (insieme a Il silenzio degli innocenti e Accadde una notte) ad aver vinto i cinque Oscar principali (QUI la recensione del film).

Randle Patrick McMurphy (Jack Nicholson) è sotto osservazione in un ospedale psichiatrico e adotta subito un atteggiamento anticonformista verso le rigide regole che vigono nella struttura. Dopo un tentativo di fuga persosi in una festicciola di addio e dopo il suicidio di Billy, un altro internato, McMurphy tenta di strangolare la signora Ratched, la caporeparto. Da qui la commissione medica si convince del fatto che McMurphy è un malato pericoloso e che vada curato con la lobotomia. Ed arriviamo alla scena che ci interessa: quando viene riportato in reparto è praticamente inerme, il Grande Capo (un indiano di dimensioni enormi ricoverato nell’ospedale) quando lo vede in queste condizioni, lo uccide soffocandolo con un cuscino per non lasciarlo al suo destino. Anche McMurphy, l’unico che aveva portato un minimo di euforia all’interno della realtà inflessibile dell’ospedale psichiatrico e l’unico che aveva trovato il coraggio di denunciarne i metodi arretrati e disumani, è costretto a darsi per vinto.

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Das Leben der Anderen

LE VITE DEGLI ALTRI

Nella Berlino Est ancora sotto il controllo sovietico, dove ogni persona sospetta di essere pericolosa per il regime veniva sottoposta a spionaggio, la stessa sorte tocca allo scrittore Georg Dreyman. Viene considerato un autore in linea con il regime ma le autorità ritengono che si possa trovare qualcosa di compromettente sul suo conto. Ma Weisler, incaricato di ascoltare le conversazioni nella casa dello scrittore, ad un certo punto prova un certo attaccamento per Dreyman e smette di trovare materiale compromettente sul suo conto. La morte della compagnia di Dreyman e la scoperta del fatto che Weiser avesse scoperto lo scrittore, sono il momento più alto e toccante del film. Il lungometraggio di debutto di Florian Henckel von Donnersmarck con tanto di vittoria dell’Oscar per il miglior film straniero nel 2007: tutti i registi sognano un debutto così.

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IL MIGLIO VERDE

Negli anni in cui Tom Hanks spopolava sfornando un’interpretazione mozzafiato dopo l’altra, troviamo in cima a questa classifica la pellicola del 1999 diretta da Frank Darabont e tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King. John Coffey (Michael Clarke Duncan), condannato a morte per avere violentato e ucciso due gemelline, è un detenuto diverso dagli altri, fragile ma al contempo dotato di poteri soprannaturali. Dopo aver mostrato tutta la sua bontà d’animo e curato il tumore al cervello della moglie del capo del carcere, arriva il giorno dell’esecuzione. Paul (Hanks) dà a John Coffey la possibilità di scappare, ma il detenuto non accetta preferendo morire piuttosto che vivere in un mondo pieno di mali. Il buon uomo così muore, tra la commozione generale dei custodi, consapevoli dell’ingiustizia che si sta compiendo. Con questo momento strappalacrime si avvia alla conclusione un film già denso di emotività in ogni sua sequenza.

Michael Cirigliano

RIMPIANTI DA OSCAR – INCEPTION E IL TORMENTATO RAPPORTO TRA NOLAN E L’ACADEMY

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Memento, The Prestige, Il Cavaliere Oscuro, Inception, Interstellar. Tutti grandi titoli diretti dal britannico Christopher Nolan ma sempre ignorati, vergognosamente, dall’Academy. Quello che Nolan ha portato a casa con questi cinque film è la miseria di tre candidature (e neanche una vittoria): due per la Miglior Sceneggiatura Originale per Memento e Inception e una per il Miglior Film per Inception. E proprio su quest’ultimo titolo vogliamo concentrare la nostra attenzione nell’appuntamento finale di Rimpianti da Oscar, alla vigilia della cerimonia di consegna degli ambiti premi.

Nel 2011 vinse l’Oscar per il Miglior Film Il Discorso del Re di Tom Hooper che, intendiamoci, è un ottima pellicola, fedele dal punto di vista storico e che può vantare prove attoriali indimenticabili da parte di Colin Firth e Goeffrey Rush. Ma, a differenza di Inception, non ha quel valore aggiunto che serve a far entrare un film tra gli intoccabili della storia della settima arte.

La storia è quella di Dom Cobb (Leonardo DiCaprio), un ladro con una capacità peculiare: è in grado di rubare pensieri e idee dal subconscio di una persona mentre sogna. La sua ultima missione, che gli permetterebbe di ritornare negli USA e rivedere i suoi figli dopo tanto tempo, è però quella più ardua: invece di rubare un’idea dal subconscio di una persona, deve attuare il processo inverso, cioè immetterla entrando nel sogno di un soggetto.

Inception è un thriller d’azione fantascientifica basato interamente sul sogno e su come è strutturato il nostro subconscio. Ma la dimensione onirica non è tutto: come in tutti i film di Nolan, i personaggi devono fare i conti con la loro solitudine e con delle realtà parallele che spesso si confondono con il mondo reale.

In questo disegno, DiCaprio (con una prova senza particolari acuti, qui l’Oscar non lo meritava e la mancata candidatura è ineccepibile) non interpreta un personaggio così lontano da quello visto alcuni mesi prima in Shutter Island. Non deludono gli attori feticcio di Nolan Michael Caine, Joseph Gordon-Lewitt, Ken Watanabe e Tom Hardy. La fotografia (come al solito curata da Wally Pfister) sembra ricordare quella di Matrix in termini di spettacolarità e ingegnosità.La colonna sonora di Hans Zimmer è una delle migliori mai composte dal compositore.

Film da vedere e rivedere, da capire e interpretare. Il finale fa riflettere e induce a porci svariate domande. Cosa che probabilmente l’Academy non ha fatto visto che ha snobbato il film premiandolo con 4 Oscar (tutti tecnici, nessuno al regista). Ma resta la consolazione di essere ritenuto dai più uno dei prodotti più rivoluzionari dai tempi di PulpFiction.

Maestri come Kubrick e Hitchcock sono passati a miglior vita senza vincere alcuna delle statuette principali a cui possa ambire un regista (Miglior Film, Miglior Regia, Migliore Sceneggiatura).Non resta che augurarci che a Nolan non tocchi lo stesso spietato destino.

Michael Cirigliano

TOP 5 – PERSONAGGI NON PROTAGONISTI

Spesso ci capita, durante la visione di un film, di affezionarci molto a personaggi che non sono i protagonisti ma che comunque per merito della prestazione sopra la media dell’attore in questione, per scelta del regista o per dinamiche di trama, tendono a rubare la scena a colui che formalmente è il protagonista. Sono vari gli esempi: il Dr. Shultz e Calvin Candie nell’ultima fatica di Tarantino, Django Unchained, il buonissimo Brutal ne Il Miglio Verde, e tanti altri ancora. Ecco in questa TOP 5, quelli che, in questa sede, meritano particolare riflessione.

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FRANK COSTELLO – THE DEPARTED

Nell’unico film di Martin Scorsese che gli ha portato l’Oscar come Miglior Regista e per il Miglior Film, a fare la voce grossa non sono i vari Leonardo DiCaprio e Matt Damon ma ancora lui, uno dei più grandi interpreti della storia del cinema, Jack Nicholson, che a 69 anni suonati sforna una prestazione di altissimo livello. Il personaggio che interpreta è un boss della malavita irlandese a Boston, Frank Costello. È il personaggio che muove la trama, è lui che la polizia tramite l’infiltrato Billy Costigan (DiCaprio) vuole incastrare ed è lui che inserisce come proprio infiltrato Colin Sullivan (Damon) nell’unità speciale anticrimine per capirne e anticiparne le mosse. Costello agisce come un padre nei confronti di Sullivan e Costigan, li protegge ma li fa anche sentire vicini al pericolo che corrono attraverso le sue intimidazioni. Un antagonista completo, spietato ma anche ironico, istintivo ma anche riflessivo, che non fa rimpiangere per nulla i cattivi di quello che è considerato il vero gangster movie di Scorsese, Quei Bravi Ragazzi.

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TOM HAGEN – IL PADRINO, IL PADRINO PARTE II 

Se possiamo individuare uno dei vari motivi per cui Il Padrino Parte III è complessivamente di un livello più basso rispetto ai primi due capitoli della trilogia, questo è l’assenza del personaggio del consigliere e poi avvocato della famiglia Corleone, Tom Hagen, interpretato dall’immenso Robert Duvall. Se ne Il Padrino, l’astro di Tom (come quello di altri personaggi unici quali Fredo e Clemenza) è oscurato dalla grandezza indiscutibile del personaggio di Vito Corleone, con l’uscita di scena di quest’ultimo e con l’arrivo al potere del figlio Michael, vediamo l’ex consigliere (ora solo avvocato per alcuni interessi della famiglia) ricoprire un ruolo sempre più importante. Il suo carisma  gli fa ritagliare un posto di rilievo nella famiglia, nonostante non sia figlio naturale ma solo adottivo di Vito Corleone e da Michael stesso viene considerato un fratello molto più del debole Fredo, che invece è suo fratello naturale. La lunga e prestigiosa carriera di Robert Duvall meritava almeno un Oscar per questa straordinaria interpretazione ma tutto ciò che riuscì a raccogliere fu una nomination per la parte ne Il Padrino.

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HARVEY DENT – IL CAVALIERE OSCURO

Il secondo capitolo della trilogia del genio Christopher Nolan è l’esasperazione di una tendenza presente in tutta la trilogia: Batman non è il protagonista. Ne “Il cavaliere oscuro” oltre allo stupefacente James Gordon interpretato da Gary Oldman e al Joker di Heath Ledger (ci sarà posto anche per lui in questa classifica), abbiamo spazio per uno dei cattivi più famosi della storia dei fumetti, Harvey Dent. Non si tratta di un vero e proprio cattivo, Dent diventa cattivo successivamente nel segno della ormai leggendaria frase “O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare cattivo”. Per gran parte del film infatti, abbiamo un personaggio carismatico, il classico eroe americano, che ammira Batman ma non può dargli la sua approvazione pubblica. Dopo l’incidente invece, che gli comporta un trauma psichico, Dent diventa il criminale “Due Facce”, un personaggio spietato che decide il destino delle sue vittime usando una monetina. Questo ruolo rappresenta il vertice assoluto, una prestazione ineguagliabile in una carriera priva di altri acuti come quella di Aaron Eckhart.

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GIUSEPPE CONLON – NEL NOME DEL PADRE

 Il punto più alto della carriera del compianto Pete Postlethwaite, che con la sua interpretazione in questo film attira spesso l’attenzione su di sé e, per una volta, Daniel Day-Lewis (che interpreta il figlio Gerry, il protagonista) non è l’unico che riesce a far parlare bene della propria prestazione attoriale. Il rapporto tra padre e figlio è uno dei punti di forza della pellicola: Giuseppe rincorre il figlio, lo difende e crede in lui nonostante le continuemenzogne e le delusioni che gli provoca, perché Giuseppe, come dice Gerry, “vede sempre il lato buono della gente”. L’amore per il figlio lo porta a raggiungerlo a Londra quando questi viene improvvisamente arrestato, e la polizia sbatte in galera entrambi. Giuseppe Conlon è un uomo reso forte umanamente dai propri valori e stanco fisicamente dalla fermezza con cui li porta avanti. Il tema del nome, Giuseppe, così particolare per un irlandese, ricorre più volte nel film, ed evidenzia l’autorevolezza per la quale il personaggio si distingue dalla massa e ottiene il rispetto di tutti. L’uomo, un animo dolce che non ha bisogno di imporsi per innalzarsi al di sopra degli altri, rappresenta simbolicamente la forza della verità, tema centrale nel film. Candidato agli Oscar per questo ruolo nel 1994, non vinse.

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JOKER – IL CAVALIERE OSCURO

Scelto da Empire Magazine come il terzo miglior personaggio cinematografico di sempre, il Joker è il vero protagonista del secondo capitolo della trilogia di Nolan con tanti saluti al Batman di Christian Bale e al comunque superbo Harvey Dent (vedi sopra). Nella pellicola, il Joker è un criminale che vedeil caos come suo habitat naturale, che attacca la mafia di Gotham City per poi prenderne il controllo. Heath Ledger riuscì nell’impresa memorabile di far dimenticare il Joker interpretato da Jack Nicholson nel film di Tim Burton diciannove anni prima. Questa versione è molto più realistica della precedente sia per quanto riguarda l’aspetto fisico (il volto bianco, le labbra rosso rubino e i capelli verdinon costituiscono il suo aspetto naturale ma si tratta di semplice trucco facciale che il criminale Joker applica al suo volto per terrorizzareil nemico. Il ghigno è inoltre accentuato da due cicatrici che dagli angoli delle labbra arrivano fino alle guance) sia per le armi utilizzate: questo Joker non sfrutta più marchingegni divertenti, sostituiti da coltelli, benzina, bombe e armi da fuoco. A migliorare il tutto c’è l’alone di mistero che circonda il personaggio: Joker spiega le origini delle sue cicatrici, che rivelano il suo passato, alle sue vittime, ma cambiando ogni volta la versione. È l’unico personaggio in questa classica ad essere stato premiato con un Oscar, postumo: il dubbio che gli sia stato assegnato solo a causa della prematura scomparsa di Heath Ledger rimane…

Michael Cirigliano