GOMORRA LA SERIE – IL MALE CHE COMBATTE IL MALE

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Definire una serie televisiva come “fiction” non è mai un errore, ma nel caso di Gomorra è un piccolo sbaglio. Gomorra è la realtà che fa uso di un minimo di finzione, relegata a nomi, cognomi e dettagli scenografici e di sceneggiatura. Per capire meglio il concetto si pensi che Sollima ha solo contribuito con il suo occhio da regista. Il resto è puramente frutto delle pagine dell’omonimo libro scritto da un autore che è riuscito a fare di un libro-denuncia un’incredibile operazione commerciale. Molti fatti sono riconducibili a eventi realmente accaduti, attualizzati alla fiction (se ne parlerà in un altro post). D’altronde, Gomorra libro non è mai stato una finzione negli intenti di Saviano, per quanto studiosi ed esperti dimostrino quasi il contrario. Ma la questione non è questa…

La necessità di bilanciare le pretese della fiction con il realismo emerge dalla stessa scelta della ‘lingua parlata’ in Gomorra-la serie. Si opta per il dialetto, senza contaminazioni, un dialetto verace, non la classifica inflessione identificativa o la frase didascalica ridotta a folkloristica locuzione a cui hanno abituato molti film e serie televisive sulla camorra e sulla mafia, o sulla malavita in genere. L’italiano è relegato nelle didascalie scarne dei sottotitoli. La camorra non parla l’italiano. Si esprime nel codice di comunicazione che usa chi è del luogo, dei nativi.  La camorra parla il napoletano di Scampia, non quello di Mergellina o delle canzoni dei “posteggiatori”, sebbene il linguaggio della “posteggia”  (la parlesia)   rispecchi le metafore del linguaggio dei teatranti e della guapperia e della camorra. Il dialetto di Scampia è diverso da quello dell’area a nord di Napoli, di Pozzuoli, e per questo la produzione si affida a consulenti di strada, le persone stesse che sopravvivono nelle ‘vele’. Occorre parlare la loro lingua, il loro vernacolo, il loro codice gestuale, per rendere il vero più vero.

Gli stessi attori non protagonisti sono i ragazzi dei motorini che scorrono lungo i vialoni del quartiere più pericoloso della città, ragazzi precocemente uomini che controllano con manovre spericolate e impennate intimidatorie chi entra e chi esce, se arriva la polizia o gente sospetta, se i tossici che si fanno sotto i loro occhi sono disperati o infiltrati.

Donna Imma è lo stereotipo della moglie dei boss. Savastano, il marito, è il più potente che riesce a scavalcare le barriere del 41 bis. Genny, il figlio, è un uomo a metà che ha bisogno del battesimo di fuoco per comandare. Andrà in Honduras. Cosa sia successo lì lo sapremo nella seconda serie (forse…). Ciro e Salvatore Conte sono boss di circostanza, ma non troppo, che vogliono impadronirsi di qualcosa che per loro è dovuto.

Il Bene non esiste, il Male è protagonista e il suo antagonista è il Male. Non lo stesso, ma un altro, sotto nome e padrini diversi. Anche in questo Gomorra non è una fiction o comunque non è una fiction e basta. È qualcosa di più, che smonta la concezione classica delle serie televisive. In Games of thrones: non c’è un buono, né un cattivo. Tutti concorrono alla conquista di un trono. Succede anche in Gomorra, ma qui il Bene non c’è.

Billy

ANALISI STORICA DE “IL PADRINO PARTE III

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18 anni dopo Il Padrino e 16 anni dopo Il Padrino Parte II, Francis Ford Coppola diresse nel 1990 il capitolo conclusivo della saga ispirata al libro di Mario Puzo, che ancora una volta cura, insieme al regista, la sceneggiatura del film.

E’ un film diverso dagli altri due: non ci sono i vari, fantastici, James Caan (Sonny Corleone), Richard Castellano (Peter Clemenza), Robert Duvall (Tom Hagen). Andy Garcia, che interpreta il figlio illegittimo di Sonny, Vincent Mancini, ricorda il padre solo per l’istintività e il brutto carattere, non di certo per la personalità e il carisma del figlio primogenito di Vito Corleone. L’interpretazione della figlia di Coppola, Sofia, lascia il tempo che trova tant’è che è ritenuta unanimemente il punto debole della pellicola. Non abbiamo un personaggio come Fredo, interpretato nei primi due capitoli dal bravissimo John Cazale, un ruolo per cui lo spettatore prova attaccamento, tanto che vorremmo dargli noi quell’attenzione che non riceve dal padre e dai fratelli e che vorremmo salvare dall’ira irrefrenabile di Michael (quanti, come me, hanno sperato che su quella barca fosse lui a freddare Al Neri e non il contrario?). E’ quindi nel complesso un film di minore fattura rispetto agli altri due ma ha qualcosa che i due capitoli precedenti non hanno: un riferimento alle vicende reali, vicende storiche che hanno caratterizzato l’Italia negli anni Settanta ma per le quali la verità non è mai emersa, nemmeno nelle aule giudiziarie. Di questi importanti eventi Francis Ford Coppola, con invidiabile coraggio, utilizzando personaggi di finzione ma comunque sovrapponibili con quelli reali, prova a dire la sua, prova a darci quella verità della quale siamo sempre stati privati.

Tra queste vicende storiche poniamo l’accento su quella che nel film riceve più spazio: gli intrighi che portarono al presunto assassinio di Papa Giovanni Paolo I. Sappiamo che la versione ufficiale della morte di Papa Luciani parla di decesso per infarto acuto al miocardio. Ma i dubbi sono vari ed insistenti, partendo dal fatto che il collegio cardinalizio non autorizzò l’autopsia per scoprire le varie cause dell’improvvisa scomparsa del pontefice. Sono due i presunti protagonisti di questa vicenda, i cui nomi altisonanti fanno rizzare i capelli in testa: l’arcivescovo americano Paul Marcinkus, a capo dello IOR, e il “banchiere di Dio” Roberto Calvi. A queste due figure sono ispirati due personaggi presenti nel film: l’arcivescovo Gilday e Frederick Keinszig. Nel film vediamo che il nuovo Papa (anche qui abbiamo un personaggio di finzione, il cardinale Lamberto) ratifica l’acquisto dell’Internazionale Immobiliare da parte della famiglia Corleone e questo gli costa l’avvelenamento del suo tè che gli provoca la morte. Guardando ai fatti storici, sappiamo delle posizioni divergenti riguardo alla gestione dello IOR e al ruolo della Chiesa tra il neoeletto Papa e Marcinkus. Persone come quest’ultimo avevano sicuramente poco da gioire se il pontificato di Giovanni Paolo I fosse durato a lungo. Un altro personaggio che muove gli eventi della pellicola è Licio Lucchesi (che nel film è mandante dell’omicidio del Papa insieme a Gilday). Francis Ford Coppola affermò che tale personaggio riprendesse la figura dello statista Giulio Andreotti e ci sono due elementi nel film che la richiamano espressamente. Il primo è la frase “il potere logora chi non ce l’ha” pronunciata da Calò al momento dell’assassinio di Lucchesi, che richiama la stessa frase di Andreotti rivolta ad Enrico Berlinguer come risposta alla battuta di quest’ultimo “il potere logora”. Un secondo riferimento lo abbiamo nel nome “Licio”: il nome è probabilmente ispirato a Licio Gelli, vero capo della Loggia massonica P2, il cui rapporto con Andreotti è colmo di misteri che ormai probabilmente non verranno mai alla luce. Quello che sappiamo con certezza è che la giustizia italiana non ha mai emesso condanne nei confronti di nessuno dei protagonisti sopracitati (e i nomi non finiscono certamente qui). Ciò non ha permesso comunque di fare chiarezza su questi fatti storici, e di certo un film come Il Padrino Parte III contribuisce, come altre fonti, più o meno attendibili, ad alimentare i nostri dubbi e a lasciare spazio ai nostri interrogativi, che quasi sicuramente non riceveranno mai alcuna risposta.

 

Michael Cirigliano