TOP 5 – LE MIGLIORI SERIE NOVITA’ DEL 2016

Dicembre come ogni anno è un mese di bilanci e nell’attesa della nostra tradizionale classifica (che pubblicheremo gli ultimissimi giorni dell’anno) in cui vi proporremo i film più interessanti del 2016, l’appuntamento di oggi è per un’altra TOP 5, assolutamente inedita sulle pagine di questo blog. Parliamo delle migliori serie che hanno debuttato nell’anno solare che sta volgendo al termine, un anno molto ricco di nuovi titoli di grande rilievo. Inutile dire che a fare da padroni sono i soliti colossi, HBO e Netflix, con qualche incursione di altri network.

La classifica si concentrerà sulle serie TV con almeno dieci episodi a stagione, quindi non le c.d. miniserie, trasmesse in pochi episodi, e, se composte da più stagioni, antologiche (quindi tra una stagione a l’altra non ricorrono personaggi e ambientazioni). Quest’ultima categoria, nel 2016, ha comunque offerto al pubblico televisivo ottimi prodotti: segnaliamo American Crime Story, The Night Of e The Night Manager, tutte candidate ai Golden Globes 2017 nella categoria Miglior miniserie o film per la televisione.

Passiamo dunque alle migliori serie TV che hanno debuttato nel 2016. N.B.: non saranno in classifica le serie non ancora trasmesse in Italia (su tutte l’ottima Atlanta, andata in onda negli Stati Uniti su FX).

5. BILLIONS

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Sicuramente il miglior debutto della prima parte dell’anno, prima che da agosto in poi arrivassero i titoloni che troveremo nelle posizioni più alte della classifica. Trasmessa dal canale a pagamento Showtime, che già aveva regalato pezzi da novanta come Dexter e che nel 2017 trasmetterà l’attesissimo sequel di Twin Peaks, è andata in onda in Italia su Sky Atlantic a partire dal 21 giugno.

I dodici episodi che compongono la prima stagione vedono la lotta senza esclusione di colpi tra Chuck Rhoades (Paul Giamatti), potente procuratore distrettuale del distretto sud di New York, e Bobby Axelrod (Damian Lewis), squalo dell’alta finanza divenuto miliardario alla guida di una compagnia finanziaria specializzata su fondi speculativi. Chuck deve decidere se avviare un caso che potrebbe definitivamente consacrare la sua carriera (durante la quale non ha mai perso una causa), correndo tuttavia rischi non indifferenti sia sul piano professionale sia personale in quanto sua moglie Wendy (Maggie Siff, già vista in Sons of Anarchy) lavora come psicologa presso la società di Axelrod, guadagnando molto più di lui ed è depositaria di molti segreti di “Axe”.

I punti di forza sono la qualità della messa in scena e della sceneggiatura e la curata caratterizzazione dei personaggi (anche di quelli che paiono secondari). In certi momenti ricorda House of Cards, dalle parti di Showtime si augurano che il loro prodotto possa emularne le gesta. La seconda stagione parte a febbraio 2018, questa volta in contemporanea con gli Stati Uniti.

4. THE YOUNG POPE

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È la prima serie TV creata e diretta interamente da Paolo Sorrentino, già premiato con l’Oscar per il miglior film straniero nel 2014 con La grande bellezza. Questo grande progetto televisivo nasce da una sontuosa co-produzione tra Italia (Sky), Stati Uniti (HBO) e Francia (Canal+) e rappresenta un’importante affermazione italiana nel mondo della serialità internazionale, dopo il grande successo di Gomorra – La serie (che quest’anno ha debuttato negli USA con risultati strabilianti). Caratterizzata da un’eleganza formale e e un’ironia marcatamente sorrentiniane, la serie racconta i primi anni di pontificato del quarantottenne Lenny Belardo (Jude Law), il (fittizio) primo papa nordamericano della storia, salito al soglio pontificio con il titolo di Pio XIII: Belardo sconvolge tutti rivoluzionando la figura del pontefice contemporaneo ponendosi su tesi conservatrici riguardo ai temi più discussi (aborto, divorzio, omosessualità) sovvertendo così le aspettative che si erano create attorno alla sua elezione.

Sorrentino ha chiamato a sé un cast di attori in pieno spolvero: oltre all’incredibile performance del britannico Jude Law nei panni del protagonista, degne di nota sono le prove attoriali di Silvio Orlando, Diane Keaton, James Cromwell e Javier Cámara.

Ancora prima della messa in onda della prima stagione, Sorrentino ha annunciato di essere al lavoro su una seconda stagione, il cui rilascio è ancora sconosciuto.

3. THIS IS US

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Trasmessa negli USA dalla NBC e andata in onda in Italia su Fox a partire dal 21 novembre (finora 5 episodi, il lunedì in seconda serata), This is us rappresenta un qualcosa di diverso nel panorama televisivo mondiale. La serie racconta la storia di alcuni personaggi che hanno la peculiarità di esseri nati tutti lo stesso giorno e che nel primo episodio festeggiano, in vari modi, il loro trentaseiesimo compleanno. Tra questi, abbiamo Rebecca e Jack, una giovane coppia di sposi che sta per affrontare un parto plurigemellare; Randall, marito e genitore di due figlie che va alla ricerca del proprio padre biologico da cui era stato abbandonato in tenera età; Kevin, un attore di sitcom demenziali che inizia a non essere soddisfatto della propria vita professionale, e la sorella di quest’ultimo, Kate, che tenta invano di perdere peso. Il creatore della serie, Dan Fogelman, cerca di raccontare le loro storie in maniera stravagante, senza ricorrere a luoghi comuni. Infatti la naturalezza con cui i protagonisti si relazionano tra loro (hanno tutti legami tra loro, come emerge di puntata in puntata) e la spontaneità dei dialoghi riescono nella non facile impresa di connotare di originalità anche le scene più quotidiane.

Rispetto alle altre serie presenti in classifica, ha attirato meno attenzione nel nostro Paese, anche a causa della collocazione nel palinsesto di Fox non proprio centrale.

Sono previsti 18 episodi, vedrete che vi sorprenderà.

2. STRANGER THINGS

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Distribuita in tutto il mondo in blocco (come è abitudine per Netflix) il 15 luglio, la serie (composta da otto episodi), una delle migliori produzioni originali della casa di Hastings (nell’anno in corso degne di nota anche The Get Down, The Crown e The OA) sembra essere concepita per accontentare tutti i fan degli anni Ottanta. Infatti riesce a mescolare abilmente le avventure per ragazzi in stile Goonies, la fantascienza, certi romanzi di Stephen King (Stand by me per esempio), l’horror di John Carpenter e Wes Craven e il miglior Spielberg di quegli anni (E.T. su tutti). I Duffer Brothers, creatori e registi del telefilm, hanno dato vita a un vero e proprio viaggio nel tempo grazie anche a un’accurata ricostruzione dell’ambiente e una colonna sonora che non scade mai nel cliché.

Tutto nasce dalla misteriosa sparizione del dodicenne Will Byers nella tranquilla città di Hawkins nell’Indiana. Nella stessa città, una strana ragazzina, Eleven, approfitta della confusione generata da un incidente ad un ricercatore per fuggire dal laboratorio segreto dove è detenuta, aiutando gli amici di Will, grazie ai propri poteri paranormali, nella ricerca del proprio coetaneo scomparso.

I giovani protagonisti della serie, tra cui spicca l’intensa Millie Bobby Brown (Eleven), sono balzati agli onori del pubblico e della critica, divenendo i protagonisti della cerimonia degli Emmy Awards 2016, pur non essendo candidati. Da segnalare il meritato ritorno alla ribalta internazionale di Winona Ryder, nominata ai Golden Globes 2017 per il suo ruolo nella serie.

La messa in onda della seconda stagione di 9 episodi è stata confermata per il 2017.

1. WESTWORLD

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Jonathan Nolan, fratello del più famoso Christopher (il cui prossimo film, Dunkirk, uscirà nei cinema ad agosto 2017), con cui ha collaborato alle sceneggiature nella maggior parte dei suoi successi, ha dato vita, insieme alle moglie e produttrice Lisa Joy, alla serie TV Westworld, produzione di cartello del network via cavo HBO (trasmessa in Italia da Sky Atlantic). Traendo ispirazione dal film Il mondo dei robot, scritto e diretto da Michael Chrichton nel 1973, Nolan e Joy hanno creato un futuro in cui esistono androidi così tecnologicamente avanzati e tanto realistici dal punto di vista fisico ed emotivo (su questo secondo aspetto sono concentrate gran parte delle vicende) da poter essere i residenti di un parco a tema western, Westworld appunto, all’interno del quale interagiscono con i ricchi visitatori che vi hanno accesso. Tra sottili implicazioni filosofiche e un intreccio caratterizzato da significativi colpi di scena fino allo stupefacente finale di stagione (ma anche certi finali di episodio lasciano senza fiato), nei 10 episodi spiccano le interpretazioni di Evan Rachel Wood, Thandie Newton e dei due big Ed Harris e Anthony Hopkins. Quest’ultimo interpreta l’enigmatico dottor Ford, creatore del parco e burattinaio che muove i destini di gran parte dei personaggi della serie. La HBO ha già rinnovato la serie TV per una seconda stagione prevista per il 2018.

Michael Cirigliano

WELCOME TO THE SPACE JAM!

Tra le varie chicche presenti su Netflix non si può non citare una pietra miliare del cinema in tecnica mista (animazione+live action), un film che ha segnato una generazione e che ha fatto amare Michael Jordan anche a chi di basket ci capisce quanto Lapo Elkann.

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“Tira lui!”

Signore e signori, ecco a voi Space Jam!

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Basterebbe oggettivamente la scena iniziale a rendere immortale la pellicola: il piccolo Michael che sulle note di I Believe I can Fly non sbaglia un canestro sotto gli occhi emozionati del padre. Ed è subito un colpo al cuore.

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“Niente male. Fanne un altro”

Ma Space Jam è un sacco di più: è in parte la storia di MJ (il primo “ritiro” e la carriera nel mondo del baseball), è la scoperta del lunatico mondo dei Looney Tunes ed è soprattutto una delle partite di basket più tamarre e ignoranti mai viste.

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“Fresco al limone!”

Per affrontare i Monstar ci vuole un quintetto base da leggenda (da leggere con la mano sul cuore come con l’inno):

  • Il fenomenale del contenente australe: il Diavolo della Tazmania
  • La rubacuori della lunetta: Lola Bunny
  • Lo starnazzatore dal tiro implacabile: Duffy Duck
  • L’estro fatto pallacanestro: Bugs Bunny
  • Sua Altezza aerea: Michael Jordan!

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Il primo tempo è una tragedia. I Monstar fanno valere il fisico e schiacciano letteralmente gli avversari (l’utilità dell’arbitro?). Solo Jordan ci tiene vivi.

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All’intervallo la svolta: con la Michael’s Secret Stuff si può tornare a sognare. La squadra rientra in campo e mette in ginocchio gli avversari fino a quando l’effetto della “pozione” non finisce.

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“Non chiamarmi bambola”

E’ allora la panchina a fare la differenza grazie al sacrificio del paffuto Stan Podolak e all’ingresso a sorpresa del mito Bill Murray.

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“Mai fidarsi di un terrestre, ragazzi!”

A due secondi dalla fine schiacciata irreale di MJ e Monstar muti.

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Che altro aggiungere?

Beh, tra i doppiatori impossibile non citare il mitico Sandro Ciotti alla telecronaca, Simona Ventura/Lola Bunny e un Bisteccone Galeazzi in forma smagliante come villain.

E che i 5 cestisti del 1996 ai quali viene sottratto il talento sono: Charles Barkley, Shawn Bradley, Patrick Ewing, Larry Johnson e Muggsy Bogues.

Ancora oggi gli 88 minuti del film volano via che è una meraviglia.

In attesa di Space Jam 2 continuiamo a goderci questo capolavoro!

 

Francesco Pierucci

SERIE TV – BOJACK HORSEMAN, UNO DEI PIÙ INTELLIGENTI PRODOTTI PER LA TV

Due settimane fa è stata rilasciata la terza stagione di una delle più interessanti serie originali di Netflix, Bojack Horseman che si è confermata un successo di critica e pubblico.

Per chi non segue o conosce l’opera in parola (creata da Raphael Bob-Waksberg, un comico, attore, scrittore e produttore di 31 anni), si tratta di una serie tv animata con protagonista un cavallo antropomorfo, Bojack Horseman appunto, un cavallo di mezza età che parla e vive come un essere umano e che negli anni Novanta era stato il famoso protagonista della sitcom Horsin’ Around. Dopo il termine di quest’ultima, Horseman ha provato a rilanciarsi come attore con esiti spesso poco fortunati.

Anche altri personaggi della serie sono animali antropomorfi come Mr. Peanubutter, un simpatico labrador che era il protagonista della serie gemella di Horsin’ Around, ovvero La Casa di Mr. Peanubutter; oppure Princess Carolyn, un gatto rosa agente ed ex fidanzata di Bojack. Ma vari sono anche i personaggi con fattezze umane (tra i personaggi principali, Todd e Diane).

Il merito dello show, per niente banale, è quello di andare a scandagliare tra i meandri della depressione che può colpire anche le star del cinema. Come può una moviestar a cui non mancano fama, denaro ed affetto della gente sentirsi inadeguata e incapace di far stare bene le persone a lei vicine (tra tutti il coinquilino Todd o le due figure femminili più importanti, Diane e Princess Carolyn)? È questo il dramma di Bojack che finisce per precipitare spesso e volentieri nei tunnel delle più svariate dipendenze.

Questo è il motivo principale della serie, un prodotto che è riduttivo etichettare come una comedy series nonostante la grande quantità di risate regalate soprattutto da Bojack ma anche dagli altri personaggi e dalle star reali che hanno camei più o meno importanti (Beyoncé, Naomi Watts, J.D. Salinger, ecc). Tra i doppiatori della serie (in lingua originale) non mancano attori affermati come Will Arnett e Aaron Paul (che doppiano Bojack e Todd) ma anche J.K. Simmons e Stanley Tucci che doppiano personaggi minori, seppur ricorrenti.

Siamo davanti ad un’altra ottima produzione originale Netflix che, dopo avere debuttato con ottimi prodotti come House of Cards o Orange Is The New Black ed essersi affermata con serie di successo come Narcos e la recentissima Stranger Things, riesce a migliorare notevolmente, stagione dopo stagione, anche serie su cui inizialmente aveva puntato meno e che per il genere di appartenenza (cartoni per adulti) possono vantare un bacino di pubblico meno vasto. È questo il caso del sorprendente Bojack Horseman.

Michael Cirigliano

OSCAR PER IL MIGLIOR DOCUMENTARIO 2016 – I CANDIDATI

La tanto attesa data del 28 febbraio è ormai vicinissima e, come già sottolineato in precedenza, siamo dinnanzi ad una delle stagioni più incerte degli ultimi anni.

Oggi vogliamo concentrarci su una delle categorie più trascurate dal grande pubblico ma che puntualmente ogni anno ci regala prodotti estremamente interessanti: l’Academy Award for Documentary Feature ovvero l’Oscar assegnato al miglior documentario. L’anno scorso l’Academy premiò l’ottimo Citizen Four diretto da Laura Poitras, con produttore esecutivo Steven Soderbergh (regista premio Oscar per Traffic e ora impegnato con la serie TV Knick) e che raccontava la spinosa vicenda di Edward Snowden, l’ex informatico della CIA che rese di pubblico dominio i programmi di sorveglianza di massa attuati dai governi americano e britannico.

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HOUSE OF CARDS: TUTTO PRONTO PER LA QUARTA STAGIONE

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Non c’è momento migliore di quello attuale per dare avvio alla campagna promozionale dell’attesa quarta stagione di quella che fu la prima serie targata Netflix. Negli States infatti è entrata nel vivo la corsa alla Casa Bianca che culminerà con le elezioni del novembre 2016.

A farla da padrone (senza entrare nel vivo delle opinioni politiche, per le quali non è questa le sede per una discussione in merito), almeno dal punto di vista mediatico, è sicuramente la figura di Donald Trump che, candidatosi tra le fila dei Repubblicani, sta guadagnando crescenti consensi.

E, a detta di Kevin Spacey, è proprio al magnate newyorkese che si rivolge Frank Underwood quando fissa la telecamera in House of Cards (così ha scherzato l’attore vincitore di due Premi Oscar al Late Show with Stephen Colbert, che da settembre ha preso il posto del longevo talk show di David Letterman).

Cavalcando quest’onda, la settimana scorsa è partito il conto alla rovescia per la quarta stagione con il lancio sul profilo Twitter della serie di una provocatoria (ma anche realistica visto che gli eventi della serie si svolgono in questi anni) candidatura di Underwood alle presidenziali americane del 2016 annunciando altresì che la quarta stagione della pluripremiata produzione Netflix sarà pubblicata (tutta insieme, come da tradizione per tale servizio di streaming online) il 4 marzo 2016.

La terza stagione è stata accolta tiepidamente dalla critica americana e tale calo di mordente era inevitabile se si considera il fatto che la spinta propulsiva dell’implacabile corsa alla Casa Bianca si era esaurita con la fine della seconda stagione che aveva sancito l’elezione a Presidente di Underwood dopo le dimissioni di Garrett Walker.

La terza stagione della serie rimane comunque positiva sotto vari punto di vista.

Il primo è l’approfondimento del rapporto tra USA e Russia con la figura del presidente Petrov, un chiaro richiamo a Vladimir Putin, corroborato dal ruolo delle Pussy Riot, che appaiono nella serie interpretando se stesse.

Legato a questo aspetto vi è il largo spazio che è stato concesso finalmente alla politica estera, trattata spesso secondo canoni popolari come gia successo in Homeland e The West Wing, che rimane l’esempio migliore in materia.

La terza stagione è stata anche il teatro della caduta di Doug Stemper (uno dei personaggi più amati dai fan della serie), da sempre braccio destro di Frank ma costretto ad una lunga convalescenza in seguito all’attacco subito dall’ex Rachel al termine della seconda stagione. Dopo essere ricaduto nel tunnel dell’alcol, il buon Doug è però risalito dimostrando a Frank gratitudine e fedeltà e ritornando a pieni ranghi nello staff del Presidente. Ma i fatti hanno attestato che non è più la personalità impeccabile di un tempo…

Però il motivo che alimenta maggiormente l’attesa della quarta stagione è la crisi del matrimonio tra Frank e Claire, interpretata magnificamente da una Robin Wright, rilanciatosi dopo una scomparsa dai radar del successo sin dai tempi di Forrest Gump. Frank sa di dovere molto alla moglie, sia in termini di consensi (della coppia, è Claire quella che piace ad una più larga fetta dell’elettorato) sia in termini di obiettivi raggiunti. Non averla più al suo fianco potrebbe rappresentare l’inizio del declino per la già scricchiolante figura del Presidente. Senza contare il fatto che siamo in piena campagna per le presidenziali del 2016 e, senza l’aiuto di Claire, sconfiggere un forte candidato come Heather Dunbar, potrebbe rivelarsi un’impresa ardua anche per un politico senza scrupoli come Frank Underwood.

Sono quindi molti gli interrogativi che attendono risposta e non ci resta che far partire il countdown per la quarta stagione, che per la serie rappresenterà il definitivo esame di maturità in termini di ascolti e gradimento.

Michael Cirigliano

A NATALE ARRIVA NETFLIX IN ITALIA: LO STREAMING UCCIDERA’ LA PAY TV TRADIZIONALE ?

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Netflix è una società sorta nel 1997 come servizio di noleggio di DVD e videogiochi da Internet ma è arrivata a fare il salto di qualità solamente nel 2008 quando ha introdotto il famoso servizio di streaming online che l’ha portata lo scorso anno a superare l’ambito tetto dei 50 milioni di abbonati.

Ma se negli Stati Uniti si tratta di una realtà ormai consolidata, in Italia i servizi di questo tipo stentano a decollare. Cause principali sono soprattutto l’insoddisfacente numero di utenti che in Italia godono di una connessione ADSL o fibra ottica e il patetico catalogo di contenuti che gli stessi servizi offrono. Tra questi, i più famosi nel Bel Paese (ma nemmeno lontanamente paragonabili a Netflix per la quantità di serie tv e film offerti, né per il prezzo) sono Infinity di Mediaset e Sky Online. Se il primo offre contenuti in HD e le solite, poche, serie TV che da anni Mediaset offre in chiaro su Italia 1 e sulla Pay TV (Big Bang Theory, Hannibal e compagnia bella) oltre a qualche piacevole novità (Mad Men e Breaking Bad), il catalogo cinema invece si rivela non all’altezza. Sky Online ha dal canto suo un ottimo catalogo di Serie TV (tra cui le produzioni originali di Sky Italia, vi abbiamo parlato recentemente di 1992), ma vergognosamente (e l’avverbio non è esagerato nel 2015 dove l’alta definizione dovrebbe essere una conquista ormai affermata) non dà la possibilità di fruire dei contenuti in HD senza dimenticare, come per il suo principale competitor, un catalogo di film quantitativamente insufficiente.

In un panorama così deludente, Netflix, il cui arrivo in Italia, secondo quanto rivela Repubblica, è previsto per il prossimo Natale, si rivelerà un rullo compressore forte anche del prezzo irrisorio (si vocifera) di 7.99 Euro. Ricordiamo che dal 2011 Netflix ha cominciato a produrre serie originali debuttando col botto con la pluripremiata House of Cards e confermandosi successivamente con ottimi prodotti quali Lilyhammer, Orange is the New Black e l’ultimissima Daredevil di Marvel, distribuita addirittura in Ultra HD (4K, superiore al 1080p!!!).

Tutti felici e contenti? No, aspettiamo a brindare. In Italia, come anticipato, gli utenti che hanno una connessione ADSL non sono così tanti quanti comunemente si crede. E non si è nemmeno certi che la classica “7Mega” (che poi molto spesso arriva sì e no a 3 mb/s) sia sufficiente per godere dello spettacolo dell’alta definizione. Per non parlare della Fibra Ottica, per la quale Telecom (che si sta occupando di portare Netflix in Italia) è lontana dal coprire l’intero territorio nazionale. E non è tutto: il catalogo di contenuti con cui Netflix sbarcherà da noi potrebbe essere diverso da quello sterminato a cui sono abituati gli abbonati d’Oltreoceano a causa della rinegoziazione dei diritti con Sky e Mediaset. Intanto questi ultimi due colossi tremano tant’è che Sky Online ha già annunciato novità per il 21 maggio.

La nota potrebbe essere ancor più lieta se si considera il fatto che l’avvento di Netflix potrebbe davvero sferrare un colpo ben assestato alla pirateria: molti appassionati perderanno il vantaggio di scaricare illegalmente se si troveranno di fronte ad un servizio a basso costo con dei contenuti invitanti.

Comunque sia, la notizia è roboante ed attesa ma le novità a riguardo nei prossimi giorni non tarderanno ad arrivare e noi de Il Disoccupato Illustre saremo qui a raccontarvele.

Michael Cirigliano

SERIE TV-ORANGE IS THE NEW BLACK

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Dopo lo straordinario successo di House of Cards che ha come protagonista un Kevin Spacey mai così vicino ai livelli inarrivabili di American Beauty, Netflix (servizio di noleggio online e di streaming on demanda il cui arrivo in Italia è ancora avvolto nelle tenebre) nel luglio 2013 ha dato alla luce il suo secondo prodotto seriale originale, Orange Is the New Black, tratto dalle memorie di Piper Kerman Orange Is the New Black: My Year in a Women’s Prison, ispirate alla sua esperienza in prigione. Orange perché è il colore dell’uniforme delle nuove detenute, non facendole passare inosservate, e Is the New Black è l’espressione che si usa per mettere in risalto una nuova moda. Un titolo già di per se accattivante. La vicenda inizia subito in medias res: Piper, nella serie Chapman non Kerman, (Taylor Schilling), una donna abituata ad una vita agiata e in procinto di sposarsi con Larry (Jason Biggs, finalmente lo vediamo in qualcosa di degno di nota che non sia American Pie) deve fare i conti col suo passato. Superata la soglia dei trent’anni di età, deve scontare una pena di 15 mesi in un carcere femminile per aver trasportato, 10 anni prima, una valigia di narcodollari su indicazione della sua fidanzata di allora, Alex. Il contatto con la realtà penitenziaria sarà all’inizio per lei uno shock, con guardie pronte ad abusare delle detenute e le detenute stesse in preda ad appetiti sessuali verso di lei e tra loro.

La protagonista è interpretata da un’attrice semisconosciuta, Taylor Schilling (intravista in Argo) che comunque già dalle prime battute offre un’ottima prova attoriale che alterna momenti leggeri ad altri più intensi con invidiabile scioltezza.

Nonostante i vari flashback che raccontano la vita prima del carcere delle varie detenute e di Piper stessa sia ai tempi della relazione con Alex sia più recentemente, il tutto è comunque molto fluido perché viene utilizzato sapientemente un montaggio alternato su connessioni di vario genere, come ad esempio su un oggetto o una parola. Questo aspetto ci aiuta ad esplorare meglio il mondo femminile con personaggi tutti caratterizzati al meglio, con una storia da raccontare e che vale la pena ascoltare, che mettono la femminilità al centro della storia soprattutto in contrasto con i pochi personaggi maschili presenti mostrati come inetti, pervertiti o nel migliore dei casi romantici teneroni (come nel caso della guardia John Bennet, il quale ha sin da subito un debole per una detenuta). La sigla, con un’orecchiabilissima You’ve Got Time di Regina Spektor, mettendo in risalto i dettagli del volto delle varie detenute, evidenzia ancor di più questa caratteristica ponendo l’accento sulle imperfezioni naturali dei volti che però sottolineano bellezza ed unicità dei loro caratteri.

Se all’inizio ci si può aspettare un prodotto di genere con un po’ di scene saffiche per accontentare tutti, questo pregiudizio scompare già dopo la visione del primissimo episodio. Netflix quindi, dopo la mirabolante House of Cards, centra ancora il colpo e sforna un’ottima serie della quale sentiremo molto parlare negli anni a venire.

Michael Cirigliano